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«La vita di Marco non può valere cinque anni»

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La famiglia Vannini grida tutta la sua rabbia per la sentenza di secondo grado di ieri: «E’ una vergogna. Mi avete rovinato la vita»

«La vita di Marco non può valere cinque anni» –

«È una vergogna». Grida tutta la sua rabbia e disperazione mamma Marina. E con lei anche papà Valerio e il resto della famiglia Vannini.

La Corte d’Appello di Roma condanna a cinque anni per omicidio colposo Antonio Ciontoli, il capofamiglia, condannato in primo grado a 14 anni per omicidio volontario con dolo eventuale, per la morte del giovane Marco Vannini: il ragazzo appena 20enne di Cerveteri morto a causa di un colpo d’arma da fuoco a casa della sua fidanzata Martina, la notte tra il 17 e il 18 maggio 2015.

La decisione è arrivata ieri dopo circa due ore di camera di consiglio.

In primo grado Antonio Ciontoli era stato condannato a 14 anni per omicidio volontario con dolo eventuale (il pm Alessandra D’Amore ne aveva chiesti 21), mentre gli altri componenti della famiglia, la moglie Maria Pezzillo e i due figli erano stati condannati a 3 anni per omicidio colposo.

Assolta invece Viola Giorgini inizialmente accusata di omissione di soccorso e per la quale il Pm aveva chiesto 2 anni di reclusione. La sentenza di primo grado arrivò il 18 aprile 2018.

A giugno sia il pubblico ministero che i legali della difesa presentarono ricorso in appello e nella prima udienza del processo di secondo grado, il procuratore generale della Corte d’assise d’Appello di Roma, Vincenzo Saveriano, chiese la condanna a 14 anni dell’intera famiglia Ciontoli per omicidio volontario con dolo eventuale.

Ieri la sentenza di secondo grado, dove di fatto, viene accolta la richiesta della difesa dei Ciontoli che aveva chiesto la derubricazione del reato per il capofamiglia (passando dunque da omicidio volontario con dolo eventuale a omicidio colposo) e l’assoluzione per il resto della famiglia, e che di fatto, è stata accolta, almeno in parte (per il solo capofamiglia) dai giudici della Corte d’Appello che hanno condannato Antonio Ciontoli a cinque anni per omicidio colposo con l’aggravante della colpa cosciente ma riconoscendo, allo stesso tempo le attenuanti generiche.

«La vita di Marco non può valere cinque anni»
«La vita di Marco non può valere cinque anni»

Confermate invece le condanne degli altri tre componenti della famiglia e l’assoluzione per Viola Giorgini.

Una sentenza che lascia sgomenta la famiglia di Marco che ha urlato tutta la sua rabbia in aula, davanti ai giudici della Corte durante la lettura della sentenza.

«Aveva 20 anni», ha urlato mamma Marina prima di essere allontanata dall’aula insieme al resto della famiglia e degli amici che nella giornata di ieri si sono stretti a lei durante le fasi processuali, e che durante l’uscita dall’aula sono tornati a tuonare #Noninmionome, frase che ormai accompagna la vicenda sin dal giorno della sentenza di primo grado.

«Noi ci affidiamo ai giudici – ha detto urlato con tutte le sue forze mamma Marina fuori dal tribunale – e loro avrebbero il diritto di difendere le persone che hanno subito, come me in questo momento, perché mi hanno ucciso un figlio che aveva solo 20 anni.

L’hanno lasciato agonizzante. Poteva salvarsi. Una vergogna. Mi vergogno di essere un cittadino italiano. Consegnerò la mia tessera elettorale domani e spero che come me lo facciano tutti».

Ridotta a 5 anni la pena per Antonio Ciontoli. La rabbia di mamma Marina e papà Valerio: "Vergogna"

Pubblicato da Baraondanews.it su Martedì 29 gennaio 2019
La reazione dei genitori di Marco Vannini dopo la sentenza della Corte d’Appello

Parole dure, taglienti, quelle di mamma Marina, nei confronti della giustizia italiana: «Tutto era a favore di mio figlio e loro sono riusciti a ottenere cinque anni…».

Una giustizia che non la rappresenta. Proprio come non rappresenta papà Valerio: «La vita di Marco non può valere cinque anni. In che Paese viviamo?». Parole strozzate, piene di rabbia e di dolore, davanti alle telecamere di tutta Italia, che hanno fatto piangere e arrabbiare le migliaia di sostenitori della famiglia Vannini.

Una famiglia spezzata a metà da quella tragica notte. «Mi avete rovinato la vita» continua a tuonare mamma Marina.

Sconcerto anche da parte del legale della famiglia, l’avvocato Celestino Gnazi: «In questo momento penso al verso di De Gregori nella sua ballata ”Il bandito e il campione”: ”Cercavi giustizia, ma trovasti la legge”. Capisco la furibonda reazione di Marina – ha detto il legale – Noi, insieme a lei, abbiamo fatto il possibile e l’impossibile. Questa sentenza è la risposta dello Stato.

Io non giudico né protesto. Mi limito a prendere atto con sconcerto. Leggeremo le motivazioni e chiederemo al Procuratore generale di proporre ricorso per Cassazione».

Reazioni di sconcerto, di rabbia e di protesta sono arrivate già a pochi minuti dalla sentenza anche dal web, da cittadini di diversi paesi italiani che sin dall’inizio hanno abbracciato la famiglia Vannini e hanno fatto loro il dolore per la perdita del figlio.

«Facciamo sentire la nostra indignazione», hanno scritto in molti. E c’è chi ha anche deciso di iniziare a scrivere al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede per chiedere giustizia.

Intanto a commentare la sentenza della Corte d’Appello è stato anche il legale della difesa, l’avvocato Andrea Miroli: «Più che una vittoria della difesa è una vittoria del diritto.

Omicidio Vannini, l'avvocato della famiglia Ciontoli Miroli: "Vittoria del diritto"

Pubblicato da Baraondanews.it su Martedì 29 gennaio 2019
Il commento dell’avvocato Andrea Miroli, legale della famiglia Ciontoli

Sin dall’inizio era evidente che la responsabilità di Ciontoli fosse a titolo di colpa. Nulla toglie alla criticità dell’evento e al fatto che sicuramente la famiglia Vannini ha subito un lutto incommensurabile.

Ma è giusto, però – ha proseguito il legale – che Ciontoli paghi per quanto commesso». E se è molto probabile ora che l’accusa possa decidere di presentare ricorso in Cassazione, il legale della famiglia Ciontoli al momento non si sbilancia:

«Leggeremo le motivazioni della sentenza, soprattutto per quanto riguarda gli altri condannati a titolo di omicidio colposo».

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