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“Io voglio solo che mia nipote sia protetta”





L’intervista alla nonna di una bambina al centro di un duro contenzioso familiare e istituzionale

“Io voglio solo che mia nipote sia protetta”. L’intervista alla nonna di una bambina al centro di un duro contenzioso familiare e istituzionale – di Giovanni Zucconi

“Io voglio solo che mia nipote sia protetta”. L’intervista alla nonna di una bambina romana al centro di un duro contenzioso familiare e istituzionale

E’ il momento giusto per parlarne”. Così ha esordito la nonna di una bambina di cui ci accingiamo a raccontare la sua storia. “Le cronache, in questo periodo, sono purtroppo piene di fatti che coinvolgono i bambini e delle decisioni che prendono i Giudici dopo essersi consultati con i Servizi Sociali”.

L’intervista che segue racconta, dal punto di vista di una nonna, una vicenda familiare e giudiziaria ancora in corso. Fatta di denunce per violenza domestica, accuse di abusi su una bambina, valutazioni peritali e decisioni di assistenti sociali e giudici.

Tutti i fatti e le opinioni sono naturalmente riferiti dall’intervistata. Molte delle questioni citate sono oggetto di procedimenti pendenti e di valutazioni tecniche e giudiziarie non definitive. Ma si tratta di una storia emblematica, e che abbiamo deciso di raccontare. Perché parla, anche e soprattutto, di un sistema che attualmente non è probabilmente il migliore possibile.

Tratteremo un tema sicuramente divisivo, e che dispone inevitabilmente ai giudizi di pancia e privi spesso di una conoscenza diretta. Ma che è un tema che, quando viene vissuto sulla propria pelle, può devastarti la vita. E se quindi potremo contribuire a limitare i casi di “errori”, o di “cattiva gestione”, avremmo sicuramente fatto il nostro dovere di giornalisti.

Per tutelare la bambina e la sua famiglia, non riporteremo nomi o riferimenti puntuali che possano renderla riconoscibile.

“Io voglio solo che mia nipote sia protetta”. L’intervista alla nonna di una bambina romana al centro di un duro contenzioso familiare e istituzionale

Partiamo dall’inizio: che cosa vuole denunciare con questa intervista?

Voglio denunciare un fatto preciso, e credo che sia ancora più importante farlo adesso, in un momento in cui stanno succedendo cose terribili ai danni dei bambini. Spesso in contesti dove entrano in gioco assistenti sociali e decisioni dei tribunali.

Io ho una nipote di sette anni. Mia figlia ha lasciato il papà di questa bambina per violenza domestica. Per molto tempo lei ha pensato: “Magari non è un buon compagno, ma può essere un buon papà”. Per questo, quando la bambina aveva circa due anni e mezzo, hanno fatto un accordo consensuale davanti a un avvocato. Non erano sposati, ma hanno regolato le visite del padre, che prendeva la bambina una volta a settimana il pomeriggio e, a fine settimana alterni, la teneva a dormire a casa sua.

Io oggi voglio raccontare che cosa è successo dopo. E soprattutto come, secondo me, assistenti sociali e curatori non stiano tenendo nella giusta considerazione quello che dice e che prova la bambina.

Voglio raccontare la storia, che purtroppo accade troppo spesso alle donne che denunciano le violenze, di ritrovarsi sul banco degli accusati. Si fa presto a parlare di 25 novembre come “Giornata mondiale contro la violenza contro le donne”, se poi, quando denunciano, si trovano a combattere da sole contro chi hanno denunciato.

Ci racconti pure. Siamo nel febbraio 2021, se non ho capito male. In quel momento sua nipote ha circa due anni e mezzo

A febbraio 2021 succede l’episodio che fa precipitare tutto. Una sera il padre riporta la bambina a casa. È tardi, e la mamma la mette a dormire. Ma la mattina dopo la bambina non cammina. Mia figlia la porta in ospedale e lì scoprono che ha una doppia frattura al piede e alla caviglia.

Il padre nega che si sia fatta male con lui. Mia nipote si fa tre mesi, non consecutivi, in ospedale. La bambina è piccolissima, deve fare tutto in anestesia. Entra ed esce dalla sala operatoria, si prende pure un’infezione batterica. Tre mesi di ospedale per una bambina di due anni e mezzo.”

“Io voglio solo che mia nipote sia protetta”. L’intervista alla nonna di una bambina romana al centro di un duro contenzioso familiare e istituzionale

Ma non credo che ci abbia chiamato solo per denunciare questo episodio

“Purtroppo, no. Nei giorni in cui era ricoverata, la bambina, nei suoi giochi con le bambole, nei racconti che fa, e anche nelle videochiamate con il padre, comincia a fare emergere delle situazioni che, secondo noi, non erano per niente consone in rapporto fra un papà e una figlia. Non so se mi capisce. Per questo, una volta usciti dall’ospedale, mia figlia denuncia il suo ex compagno.”

La denuncia riguardava solo quello che aveva raccontato la bambina o anche la precedente violenza domestica?

“Riguarda entrambe le cose. Anche se inizialmente la denuncia riguardava solo mia nipote. Precedentemente, mia figlia non l’aveva denunciato per violenza domestica. L’aveva solo cacciato di casa. Ma quando mia figlia fa denuncia ai Carabinieri, le chiedono com’era il rapporto con lui. Da lì esce fuori anche tutta la storia della violenza domestica. Che lui la insultava, la minacciava. Le diceva che l’avrebbe sfregiata, che l’avrebbe ammazzata. Che l’avrebbe fatta passare per pazza, e le avrebbe tolto la figlia. E’ per questo motivo che la PM aprì un procedimento anche per mia figlia.

Per la violenza sessuale e domestica il pubblico ministero aveva chiesto sette anni, ma lui è stato assolto per insufficienza di prove. Non perché non ci fossero elementi: c’erano registrazioni delle sue parolacce, delle minacce. Però, alla fine, il risultato è stato “insufficienza di prove”.

È inutile fare tutta questa propaganda sulla violenza contro le donne. È inutile istituire la giornata del 25 novembre, o installare delle panchine rosse, se poi non sei morta o se non sei sfregiata non ti si fila nessuno. Perché poi archiviano o dicono che non ci sono le prove.”

E per la denuncia per i fatti che riguardavano la bambina?

“Anche per questa accusa è stato assolto per “insufficienza di prove”. Nonostante tutto quello che mia nipote aveva raccontato già da piccola agli psicologi e agli assistenti sociali. E nonostante non abbia mai cambiato la sua versione”.

“Io voglio solo che mia nipote sia protetta”. L’intervista alla nonna di una bambina romana al centro di un duro contenzioso familiare e istituzionale

Ci può dire cosa raccontava sua nipote da piccola?

Lei ha cominciato a usare termini che una bambina di quell’età non dovrebbe neanche conoscere. La bambina parlava di “gioco dei grandi che i grandi fanno con i grandi”. O di “gira, gira” o di “leccalecca”. Di “capanna dove venivano strappati i vestiti”. All’inizio parlava di un “serpente”. Non lo chiamava con il suo nome, lo chiamava così. Con il tempo, crescendo, la parola è cambiata: oggi non lo chiama più con termini più da grande. Ma il contenuto del racconto è sempre lo stesso: quello che le faceva il papà quando erano da soli, oppure a casa della nonna paterna.

Una psicologa ci ha detto una cosa molto chiara: certi bambini, se raccontano certe cose con tanti dettagli, le hanno necessariamente vissute. Non è realistico pensare che una madre possa “indurre” a memoria, parola per parola, storie così precise. E ripetute nel tempo sempre allo stesso modo. Eppure, nelle relazioni, le assistenti sociali hanno scritto che è la madre che l’avrebbe indotta a dire certe cose, perché non vuole far vedere la bambina al padre.”

Nel frattempo, come si comporta sua figlia rispetto agli incontri con il padre?

Questa è una cosa a cui tengo molto che sia sottolineata. Mia figlia, nonostante tutto, gliel’ha sempre fatta vedere la bambina. Lui veniva in piscina, e anche alle feste di compleanno. Prima che partissero gli interventi degli assistenti sociali, noi accompagnavamo la piccola al parco, al bar, ai giochi, sempre in luoghi aperti, mai lasciandola da sola con lui.

Lei diceva: “Se non gliela faccio vedere, poi succede di peggio”. Così io andavo con loro perché, quando lui restava solo con mia figlia, la riempiva di minacce. Le diceva che l’avrebbe sfregiata, che le avrebbe tolto la bambina, che tanto “a me mi credono tutti, a te non ti crede nessuno”.

Nonostante questo, lui ha denunciato mia figlia per sottrazione di minore. L’ha denunciata in tutti i tribunali: civile, minorile… tutto. È difeso da uno studio legale molto importante di Roma.”

A un certo punto entrano in scena gli assistenti sociali. Come cambia la vostra situazione?

“Gli assistenti sociali fanno capo al Comune di Roma. Da lì, sono passati ormai 5 anni, partono gli incontri protetti.

Subito, fin dalle prime relazioni, il quadro che descrivono è sempre a favore di lui. Del padre di mia nipote. Nelle relazioni viene chiaramente demonizzata mia figlia. E insieme a lei anche me.

Con loro si è istaurato un incomprensibile clima conflittuale nei nostri confronti. A mia figlia hanno anche detto, in faccia: “È inutile che fai istanze, tanto il giudice legge solo quello che scriviamo noi. Legge solo le nostre relazioni. È inutile che presentate quelle del vostro avvocato.”.

“Io voglio solo che mia nipote sia protetta”. L’intervista alla nonna di una bambina romana al centro di un duro contenzioso familiare e istituzionale

Mi parlava anche una curatrice speciale nominata dal giudice. Non è migliorata la situazione?

“Direi di no. Forse direi che sia peggiorata. La curatrice speciale è stata nominata dal tribunale per rappresentare gli interessi della bambina. E a maggio dell’anno scorso ha voluto interrogare mia nipote.

Io e mia figlia siamo rimaste fuori. La bambina era da sola con lei in una stanza, la porta solo socchiusa. Poi ho capito che legalmente non poteva tenerla completamente chiusa. E quindi noi abbiamo sentito tutto.

L’interrogatorio comincia con domande su di me, su mia figlia: “Che fai con la mamma? Che fai con la nonna?” Poi si arriva al padre. E lì mia nipote dice: “Papà è cattivo perché…” e racconta… Racconta cosa le faceva quando stavano da soli, cosa succedeva anche sotto la doccia. Dice che a casa della nonna paterna lui voleva fare “i giochi dei grandi”. E che lei non vuole più fare “i giochi dei grandi”, perché ha paura. Dice: “Io non voglio più avere paura. Io mi ricordo perfettamente quello che mi faceva papà”. Non parlava più di un “serpente”, ma usava termini più precisi. Ormai andava all’asilo.

Io, in quel momento, ho pensato: “Finalmente abbiamo svoltato. Una donna, una mamma, una curatrice, di fronte a queste parole, salterà sulla sedia e metterà tutto nero su bianco”.

Invece, quando il nostro avvocato chiede la relazione, scopriamo che la curatrice ha scritto solo una parte di quello che la bambina le ha raccontato. Solo la terza parte, dice il mio avvocato.

E non solo. Oltre il danno, anche la beffa. È stata proprio la curatrice, insieme agli assistenti sociali, a chiedere che la bambina venga collocata in una casa-famiglia, con domiciliazione paterna. Cioè, capisce? Il padre la può vedere, la madre no. La motivazione? Che mia figlia sarebbe “troppo ansiosa” e ostacolerebbe il rapporto padre-figlia.”

Il Giudice, a un certo punto, decide di liberalizzare un po’ di più gli incontri. Che cosa succede?

A dicembre il giudice dispone che, dal 1° gennaio, gli incontri non siano più solo protetti, ma che lui possa cominciare a riprendere la bambina, e portarsela a casa sua.

La decisione del giudice per noi parlava chiaro: ripristino graduale degli incontri padre-figlia, con l’intervento dei servizi sociali. Incontri inizialmente due volte a settimana, per il massimo di ore possibili, presso l’abitazione paterna, ma in presenza di un educatore. Con esclusione iniziale del pernottamento. E, solo successivamente, incontri in forma libera, “laddove ritenuto possibile”.

Il punto è: chi decide quando è “possibile”?

Le assistenti sociali, sulla base di quella frase, hanno cominciato già a liberalizzare di fatto gli incontri, ancora prima della conclusione della CTU. Hanno autorizzato il padre ad andare a prendere la bambina da solo a scuola. L’educatrice la aspetta direttamente a casa della nonna paterna.

Risultato: quel tragitto in macchina fra scuola e casa della nonna, mia nipote adesso lo fa da sola con il padre.

E non solo. Una volta l’hanno portata fuori dal Municipio di riferimento, per un incontro, senza che mia figlia lo sapesse. Noi lo abbiamo scoperto dopo, dal racconto della bambina. Nelle email tra l’educatrice e il padre, mia figlia era stata totalmente esclusa.

Io ho il terrore ogni volta che la bambina è con loro. Con lui e con l’educatrice. Finché mia figlia non mi manda un messaggio dicendo “ce l’ho io, l’ho ripresa”, resto in ansia.

Come ha vissuto sua nipote questa decisione del Giudice?

“Noi, ovviamente, ci siamo presentati a tutti gli appuntamenti fissati. Ma per un mese e mezzo la bambina non ci voleva proprio andare. Non si voleva neanche mettere le scarpe.

Intervengono quindi più volte la Polizia e i Carabinieri. Gli agenti, però, dicono: “Se la bambina non vuole, non possiamo costringerla”.

Il paradosso è che i verbali di questi interventi, nonostante le ricerche, non si trovano più. Nonostante le ricerche, non risultano: “mai trovati”, ci viene detto. Eppure, erano interventi ufficiali.”

“Io voglio solo che mia nipote sia protetta”. L’intervista alla nonna di una bambina romana al centro di un duro contenzioso familiare e istituzionale

Nel frattempo, viene disposta una nuova CTU. È così?

“Sì. Dopo quattro anni di incontri protetti, gli appelli e tutte le istanze, il giudice dispone una nuova CTU (Consulenza Tecnica d’Ufficio) su tutta la vicenda.

La cosa strana è che viene incaricato lo stesso consulente della precedente CTU. In genere, ce lo ha spiegato anche il nostro avvocato, quando non ti fidi di una consulenza ne chiedi un’altra, ma a una persona diversa. Qui no: stesso consulente, nuova CTU.

Lui una bozza l’avrebbe già fatta, ma noi non abbiamo ancora il testo definitivo. La stanno discutendo tra consulenti di parte e avvocati.”

Mi ha già accennato al difficile rapporto che la madre ha con le assistenti sociali. Me ne può parlare meglio?

“A mia figlia ripetono sempre le stesse frasi: che è “troppo ansiosa”, che “ostacola il rapporto padre-figlia”. Che non deve “fare la paladina della giustizia” e che deve “fare quello che dicono loro, altrimenti le tolgono la bambina”.

Una volta le hanno perfino detto: “Se allontani tua madre, ti diamo il consenso per avere una baby sitter”. Ma la cosa più incredibile è che hanno limitato la responsabilità genitoriale anche a mia figlia. Che è quella che ha denunciato. Ora le decisioni le prendono i servizi sociali e la curatrice.

Quando la bambina ha rifiutato di entrare nella stanza degli incontri protetti, due volte è rimasta attaccata a mia figlia. La terza volta gliel’hanno letteralmente strappata dalle braccia, dicendole: “Se oggi la bambina non entra, la mettiamo in casa-famiglia”.”

Ci può raccontare come vive tutto questo la bambina? Che cosa le dice quando è con le?

“Mia nipote una bambina molto sveglia. Ha cominciato a parlare bene fin da piccola. Questo le ha permesso di raccontare bene quello che viveva. Ha raccontato alle maestre, che hanno fatto una relazione scritta. Ha raccontato alla mamma di una sua amichetta, che ha scritto a sua volta una relazione. Mia nipote ha raccontato tutto alla curatrice. Ha raccontato tutto a noi.

A un certo punto ha detto a mia figlia: “Io l’ho detto a tutti: alle maestre, alla curatrice, alle mamme, a te. Nessuno mi crede. Ho capito che ci devo stare per forza con papà”.

Una volta mia nipote ha detto a mia figlia: “Quando ho visto papà da solo ho avuto paura”. Ma adesso lui è furbo: si presenta con due o tre regali, pupazzi, carte, giochi.”

Lei sembra molto critica verso il sistema delle assistenti sociali. Che cosa contesta, in generale?

“Io non contesto il fatto che esistano assistenti sociali, né che possano sbagliare. Sbagliamo tutti, nel nostro lavoro.

Quello che contesto è un potere che, nei fatti, è poco controllabile. Loro si sentono onnipotenti. Lo dico perché me lo hanno detto in faccia: “Tanto il giudice legge solo quello che scriviamo noi”.

Se chi ha questo potere si limita a fare il proprio lavoro con coscienza, è un conto. Se lo usa per aggiustare le cose “come conviene”, allora fa danni. E i danni, sui bambini, spesso sono irreversibili.

Penso al caso del bambino di Trieste, ucciso dalla madre dopo che le era stato permesso di vederlo da sola, nonostante i problemi psichiatrici conclamati. Io non ce l’ho con quella madre. Lei era malata. La vera responsabilità è di chi ha deciso di lasciarla sola con lui.

Nel nostro caso, ho la sensazione di una storia “al contrario”: lì un bambino è stato lasciato da solo con una madre malata. Qui, nonostante i racconti di una bambina su quello che le ha fatto il padre, lo si considera “bravo” e “riabilitato”. E lo si rimette sempre di più da solo con lei, senza protezioni.

E penso anche a Bibbiano, e alla cosiddetta “famiglia nel bosco”: per me lì c’è stato un altro abuso.”

Che cosa sta facendo, concretamente, oltre a parlare con noi?

Io, intanto, racconto questa storia ogni volta che posso sui social, nei commenti, sui miei profili.

Ho scritto anche al Ministro della Giustizia, Nordio. Ho cercato giornalisti, comitati, chiunque potesse ascoltare. Quando leggo di casi come Trieste o la “famiglia nel bosco”, intervengo raccontando quello che sta succedendo a noi.

Parteciperò a una manifestazione a Roma proprio su questi temi, perché ho capito che non siamo un caso isolato. Da quando ho cominciato a parlare, tante persone mi scrivono dicendo che a loro sono capitate le stesse cose.

Il problema non è solo per mia nipote. Il problema è che esiste un sistema che, in certi casi, sembra più attento a tutelare sé stesso che i bambini.

Che cosa si aspetta da questa intervista? A chi vorrebbe arrivasse la sua voce?

“Io mi aspetto pubblicità. Non nel senso superficiale del termine. Voglio che questa storia venga conosciuta, che arrivi alle orecchie di qualcuno che possa fare qualcosa.

Nella mia ingenuità, penso perfino agli stessi assistenti sociali. Magari, se capiscono che li hanno “sgamati”, cominciano a comportarsi meglio.

Ma soprattutto spero che il messaggio arrivi ai Giudici. A chi può ridurre il potere discrezionale dei servizi sociali, e costringerli a un controllo più stringente. E che inizino a leggere tutte le carte, non solo le relazioni delle assistenti sociali.

Vorrei che cambiasse qualcosa nelle leggi, nelle prassi. Che ci fosse più attenzione ai bambini, e meno a chi “aggiusta” le carte.

E, lo dico col cuore in mano, spero che il bambino di Trieste non sia morto invano. Spero che la sua morte risvegli le coscienze di chi ha sbagliato. E che da adesso in poi chi deve decidere sulla vita dei bambini lo faccia con più prudenza. Con più verifiche, con più umiltà.

Io voglio solo questo: che mia nipote sia protetta. E che nessun altro bambino debba passare attraverso questi orrori.”

“Io voglio solo che mia nipote sia protetta”. L’intervista alla nonna di una bambina romana al centro di un duro contenzioso familiare e istituzionale