di Angelo Alfani
Il Cantinone a Via Fontana Morella

Questo breve racconto è stato pubblicato venti anni fa o giù di lì. Racconta del nostro Maresciallo Saporito ed il suo fido brigadiere Patanè nel giorno in cui avvenne l’inaugurazione della Cantina sociale, meglio nota come Cantinone. Visto che è recente problematica locale la incresciosa situazione dell’incrocio tra via Fontana Morella e l’Aurelia, ho ritenuto interessante ricordare come, le Autorità di allora, avessero ritenuto utile ed opportuno utilizzare quella parte di territorio. La foto di proprietà dell’ARSIAL ( Ente Maremma) è dei primi anni del sessanta
Via Fontana Morella, superata l’ improvvida deviazione a gomito, conosciuta come curva Fagnani, apriva lo sguardo al Cantinone, accerchiato nel riverbero dorato del mare. Percorrendo lentamente il rettifilo di asfalto l’utilitaria del suocero di Patanè parcheggiò nel piazzale a palmizi. Come ogni anno a fine vacanze il suocero voleva risalire al nord portandosi via vino cervetrano. Cercando si staccarsi i pantaloni e le mutande appiccicati al culo per la calura, il brigadiere si guardò intorno. Furgoncini che caricavano, clienti che vagavano con carriolate di cartoni, tubi che riempivano a forza damigiane su damigiane, da fare invidia a Leandro, addetto all’Agip di villa Olio. Una fila che, nonostante la rapidità del servizio si ingrossava continuamente davanti al reparto vendita e spedizione. Erano trascorsi appena tre anni da quella ottobrata del 1961, giorno in cui venne posta sul rossiccio e vergine terreno, fiancheggiante l’Aurelia, la prima pietra del Cantinone.
Il Brigadiere se la ricordava quella giornata in cui, sudato come un asfaltista, assieme a Saporito aveva assistito alla cerimonia tra le tante autorità al seguito di un severo ministro dell’Agricoltura e foreste Folchi, rari viticultori ancora ingiustificatamente diffidenti, e numerosi scrocconi da inaugurazione. Alla cerimonia con benedizione bene augurante di don Luigi, seguì un pranzo organizzato sotto un lungo rettangolo coperto di cannucce e foglie di palma. La divisione della tavolata in castagno venne quasi naturale: le Autorità, di cui Saporito e Patanè facevano parte, nella zona in cui il sole non avrebbe infastidito, le maestranze ed alcuni giovanotti del circolo dell’Ente Maremma sul lato opposto. La conversazione fin dall’inizio si indirizzò sulle opportunità che l’opera appena inaugurata avrebbe apportato alla collettività locale solo che i contadini ne fossero stati convinti appieno. Di generalizzazione in generalizzazione si arrivò a sviscerare quelli che si ritenevano i caratteri generali dei paesani. Sulla loro astuzia che superava di molto la prudenza, sulla acutezza che andava ben oltre la sincerità. “Amano le novità ma quelle che non cambiano l’andazzo generale”. “Sono litigiosi, adulatori e per natura invidiosi”. Critici grezzi delle azioni di chi governa, dal Governo al Comune, ritengono sia facile realizzare tutto quello che loro dicono farebbero se fossero al posto di comando. Sufficientemente obbedienti al potere, al principe, affezionati ai forestieri finché restano tali. Sommamente timidi e sommamente temerari. Timidi quando trattano i loro affari, essendo molto attaccati ai propri interessi. Diventano incredibilmente temerari quando maneggiano la cosa pubblica.
Una sfilza di luoghi comuni, di idee correnti e come tutte le idee correnti spesso lontane dalla realtà effettuale, e comunque attribuibili a tante altre collettività, che avevano enormemente infastidito Saporito. La deriva canzonatoria che aveva preso la conversazione venne fortunatamente interrotta dalla torta inglese con una sequela di inevitabili brindisi. I fatti poi avevano dato ragione a chi aveva creduto a quella scommessa, pensò Patanè, cercando di saltare la lunga fila grazie alla divisa bagnata di sudore ed alle sbracciate del suocero. In appena tre anni infatti, grazie alla fattiva opera del direttore dell’Ente Maremma dott. Crisanti, ed all’ indiscutibile entusiasmo dell’enologo Fini, decine di migliaia di bottiglie con l’etichetta con foglia d’uva al centro, cinghiale maremmano in alto e la scritta: vini classici d’Etruria, avevano preso posto su parecchie tovaglie del territorio nazionale.
L’investimento del resto era stato notevole: superiore ai160 milioni per il fabbricato e le quaranta cucuzze per gli innovativi e moderni macchinari: due linee di vinificazione in rosso e bianco capaci di ricevere gli oltre 2000 quintali giornalieri. Fiore all’occhiello il reparto imbottigliamento :sprint di oltre ottocento bottiglie l’ora. Fin da subito l’ufficio in itinere si riempì di attestati:medaglia d’argento nella XII Sagra del carciofo; medaglia d’oro e coppa alla XIII; inviti a partecipare alla Fiera del Levante. Le confezioni, le più diverse e curiose, dalle normali bottiglie ai fiaschi dal lunghissimo collo, dalle piccolissime damigiane ai fiaschetti siamesi, contenenti per metà vino bianco e rosso, nello stesso involucro. La vendita al minuto dalla damigiana di 50 litri alla bottiglia; da un minimo di Lire 85 ad un massimo di 120 il litro, vuoto escluso. Prezzi equi se confrontati con quelli delle fraschette che vendevano il loro nettare a lire 160 al litro.
Il vino della Cantina sociale, in poco tempo, aveva fatto terra bruciata nel 90% delle rivendite del litorale da Ladispoli a Civitavecchia vendendo “a tutto spiano”, mentre in casa solo la trattoria “Il Cavallino Bianco” lo offriva ai suoi clienti rifiutandosi di vendere quello di Vignanello. Ma si sa nemo profeta in patria.
Una realtà, pensò Patanè, che avrebbe dato lustro e certezza per sempre all’economia cervetrana. La sorridente addetta riempì velocemente le cinque damigiane. Pagato il conto, usufruendo del dieci per cento di sconto per i soci, l’automobile risalì ancora più lentamente verso il paese. Sul finire di quel giorno d’estate, nell’ora in cui tutti stavano in piazza a prendere il primo fresco della sera, seduti ai bar con gazzosa e birra, a bestemmiare avvolti nel denso fumo da sigaretta al Circolo dei canastari. Un estasiato Lucio percorse via Roma leccando due coni giganti attaccati, assomiglianti al manubrio di un Motobecane. Il suocero del Brigadiere riuscì a malapena a scansarlo evitando i tanti tavolini ammucchiati addosso al Palazzo comunale.









