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Gea Copponi: “Salviamo le lapidi storiche dei nostri cimiteri. Salviamo la storia della comunità di Cerveteri del Novecento”





Gea Copponi: “Salviamo le lapidi storiche dei nostri cimiteri. Salviamo la storia della comunità di Cerveteri del Novecento” – di Giovanni Zucconi

Ieri era la festa dei morti. Mentre stavo scrivendo alcuni articoli per Baraonda, mi sono ricordato di un’intervista che mi era rimasta nel cassetto. Un’intervista fatta a settembre dell’anno scorso a Gea Copponi. Non era una vera e propria intervista. Era una chiacchierata davanti a un caffè, che io avevo registrato. Gea non è mai banale quando racconta di Cerveteri. E quello che dice è giusto registrarlo e conservarlo. Anche quel pomeriggio è stata un fiume in piena. Difficile da contenere. Il tema era di quelli che amo particolarmente: la memoria storica.

Gea Copponi: “Salviamo le lapidi storiche dei nostri cimiteri. Salviamo la storia della comunità di Cerveteri del Novecento”
Gea Copponi: “Salviamo le lapidi storiche dei nostri cimiteri. Salviamo la storia della comunità di Cerveteri del Novecento”

In particolare, quella che trasmettiamo con i nostri cimiteri. Un tema che a Cerveteri, con la sua immensa Necropoli, è quasi d’obbligo approfondire.

Ricordare e riprendere quella chiacchierata proprio il Giorno dei Morti, mi era sembrato un segnale per spingermi a condividerla con tutti. Ed è quello che ho fatto. Leggendola, capirete perché penso che le chiacchierate con Gea, quando parla di Cerveteri, andrebbero sempre registrate.

Non è la prima volta che parlo con lei di cimiteri come memoria storica di una città. Stavolta quale è stato lo spunto che l’ha spinta a parlarne di nuovo?

“Da una visita al “Cimitero vecchio” di Cerveteri. Quello chiuso dal 1984. Cimitero che correttamente prima veniva chiamato “Cimitero storico”. Quel camposanto lo considero doppiamente sacro. Primo, perché vi riposano i nostri cari. Secondo, perché è un archivio a cielo aperto dove si conserva la memoria della nostra comunità. Se quelle lapidi, per un motivo qualsiasi, scompaiono, perdiamo un intero capitolo del nostro Novecento.

E le lapidi, purtroppo, stanno scomparendo. Per esempio, ho visto la lapide dell’ex Sindaco di Cerveteri, Pietro Alfani, con su scritto “Estumulazione”. Questo mi ha fatto pensare. Mi ha fatto realizzare un’idea che non mi piace per niente: che così noi cancelliamo un poco alla volta gli elementi importanti della nostra memoria.”

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Gea Copponi: “Salviamo le lapidi storiche dei nostri cimiteri. Salviamo la storia della comunità di Cerveteri del Novecento”

Ci fa un esempio concreto di memoria già perduta?

“Per esempio, è scomparsa la lapide di don Anacleto Loreti. Il sacerdote a cui oggi è intitolato Largo don Anacleto davanti al Carrefour. Sparita la pietra, sparito il volto. Questo è un vero e proprio buco nella storia collettiva di Cerveteri.”

Non si può fare qualcosa per evitare che si creino queste irreparabili perdite della memoria storica di una città?

“Dovrebbe intervenire il buon senso degli Amministratori. Non mi stancherò mai di ricordare che un cimitero è un archivio a cielo aperto. È la prosecuzione di un archivio storico. E questo è fondamentale per un territorio.

Cancellare una lapide equivale a strappare una cartella clinica. E se la strappi, non potrai più curare il “malato‑territorio”. Dicevo prima di don Anacleto Loreti. La sua lapide e perfino la sua fotografia sono sparite. Senza di essa perdiamo non solo un nome, ma la trama sociale che ruotava attorno a quel parroco agli inizi del Novecento. Così non è sparito solo il sacerdote, ma l’intero pezzo di comunità che ruotava intorno a lui. Ogni pietra rimossa sottrae un tassello alla nostra identità.”

Con i suoi libri, hai sempre avuto un obiettivo che io considero colpevolmente trascurato. Hai cercato di recuperare le storie dei Cerveterani vissuti nella nostra città nel Novecento

“È vero, io mi sono impegnata nel corso degli anni a salvare una storia che appartiene al Novecento. Quelle storie non sono inventate. Sono storie autentiche, e che riguardano la quotidianità. E i protagonisti di quella quotidianità erano le persone che prima potevi ritrovare nel cimitero. E che adesso non li puoi trovare più.”

Ci può fare un esempio di quelle storie?

Per esempio, la villetta alla Legnara è stata fatta costruire, intorno al 1924‑25, dal dottor Carlo Profili, che era il veterinario. Ma oltre alla sua funzione ne aveva un’altra, perché faceva parte del sistema politico dell’epoca. Quindi era attivo anche sotto quell’aspetto. Anche la moglie, Adele Profili, è stata una figura molto importante per il mondo femminile di Cerveteri. Perché è stata quella che ha insegnato alle donne come rigirare i colli delle camicie. Sembra una cosa scema, ma è importante. Se la mamma di Marco Valeri, il dottore, era una brava sarta, è perché ha imparato a cucire da lei. E come lei tante altre. Ma con rammarico ho visto che quella lapide non c’è più nel cimitero. Conosciamo e ricordiamo questi aneddoti soltanto perché una lastra ne tramanda nome, data, mestiere. Senza quella prova, il racconto diventa fuffa.”

Siamo già a tre lapidi sparite con le loro storie. E questo mi preoccupa molto.”

Che cosa è per lei la “memoria storica”

“È la testimonianza materiale che una civiltà lascia di sé. Lo è anche un cimitero. Perché un cimitero è una testimonianza di civiltà. La Necropoli etrusca ne è l’esempio più celebre. Ma anche il nostro camposanto novecentesco dice: “Siamo esistiti, abbiamo costruito, abbiamo amato”. Serve a dare un volto a chi ha costruito la comunità nel Novecento.

Oggi la popolazione è cresciuta, e le esigenze funerarie si sono moltiplicate. Tuttavia, proprio perché il presente corre, il passato va custodito con maggior cura. Non demolito.”

Quale soluzione propone per i cimiteri di Cerveteri?

“Piuttosto che continuare a costruire e a espandere i cimiteri tradizionali, immagino un polo funerario moderno e decoroso. Ben collegato anche alle frazioni. Parallelamente propongo un progetto di tutela delle lapidi storiche. Per salvarle e catalogarle. E magari creare un “giardino lapidario”, dove trasferire e proteggere le lapidi più significative. Così che studenti, ricercatori e semplici cittadini possano leggerle. In questo modo liberiamo spazio, ma salviamo la narrazione di Cerveteri incisa nel marmo. Altrimenti c’è il paradosso che il 2 novembre celebriamo i defunti. E davanti al monumento ai caduti ripetiamo: “ricordare per non ripetere”. Però lasciamo che le tombe dei medesimi caduti vengano smantellate.”

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Com’erano le lapidi di sessant’anni fa rispetto a quelle di oggi?

“Erano vere piccole opere d’arte popolare. Oltre alla foto in ceramica c’era quasi sempre un epitaffio, un verso per ricordare la persona. Qui in paese, negli anni Venti, un farmacista zoppo, Felice Marieni, scriveva di sua mano le iscrizioni: versi semplici, ma intensi. Ogni epitaffio era un piccolo ritratto d’anima. Ogni tomba parlava la lingua della comunità. Oggi, complici i costi e la standardizzazione, si rischia l’anonimato: lastre lisce, date e basta. Un ulteriore impoverimento della memoria storica.

Un’ultima domanda. Se per lei i cimiteri sono luoghi dove si può raccontare la storia di una città, potremmo pensare a delle visite guidate come quelle che facciamo nella Necropoli?

“Era il mio sogno: accompagnare i visitatori fra le tombe. “Qui riposa la donna che portava l’acqua”, “lì il fornaio”, “laggiù i primi medici Travaglini e Bonaventura”. Oggi, con le sepolture scompaginate, diventa quasi impossibile.”