Il comandante della Polizia locale Sergio Blasi precisa alcune delle dichiarazioni rilasciate nello speciale delle Iene sull’Omicidio Vannini, dai gestori del sistema di videosorveglianza
“Videosorveglianza, una buona società non ha un database parallelo” –
“Una buona società in materia di sicurezza e privacy non ha un server parallelo, chiamato in gergo, archivio segreto, dove conservare le immagini acquisite dalle telecamere di videosorveglianza”.
Il comandante della Polizia locale di Ladispoli Sergio Blasi cerca di mettere i puntini sulle “i” su quanto dichiarato nello speciale delle Iene sull’omicidio di Marco Vannini, dal gestore del servizio di videosorveglianza installato in città.
Nell’intervista era stato infatti detto che spesso è capitata la richiesta da parte delle Forze dell’ordine di visionare le immagini per andare a risalire agli autori di alcune azioni compiute in città.
Ma Blasi chiarisce: “E’ stato detto che i Carabinieri si rivolgevano a loro per i filmati. Questo è impossibile perché solo io posso dare l’autorizzazione”.
Anche perché “per poter accedere ai filmati sono necessarie delle password”.
Non solo. Il comandante Blasi punta anche su un altro aspetto.
Nell’intervista era trapelata la possibilità, anche se remota, di poter andare a recuperare qualche immagine, anche se a distanza di anni.
Ipotesi questa che il comandante esclude categoricamente.
“E’ falso affermare che una buona società ha un server di controllo”.
“Una buona società in materia di sicurezza e privacy non può avere questi server, un database parallelo perché si tratterebbe di un archivio non concesso”.
Le telecamere posizionate sul territorio comunale “sono a norma di legge”. Le immagini, dunque, dopo un certo periodo vanno cancellate.
L’unica differenza con un sistema di videosorveglianza privato sta nei giorni che trascorrono prima che le immagini vengano sovrascritte. Quarantotto ore per i privati e 15 giorni per le telecamere urbane.
Diverso lasso di tempo invece per le telecamere posizionate agli ingressi di Ladispoli, quasi a ridosso della statale Aurelia.
In questo caso i filmati vengono conservati per 90 giorni.
“Se dovessimo conservare le immagini di 4/5 anni dovremmo avere un server alto come un edificio di sei piani”.
Sul come mai poi gli inquirenti non abbiano chiesto le immagini ai fini delle indagini il comandante esprime la sua opinione: “Solitamente – ha detto – si chiede di visionarle quando si cerca il reo”.
Nel caso di Marco invece, “il reato e il reo erano conosciuti”.









