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Sport e olimpiadi: intervista a Giancarlo Peris, ultimo tedoforo di “Roma 1960”

Accese la grande torcia olimpiaca dopo aver percorso gli ultimi 350 metri e salito 92 gradini, divenendo così uno dei simboli di quei giochi olimpici

di Marco Di Marzio

Sport e olimpiadi: intervista a Giancarlo Peris, ultimo tedoforo di “Roma 1960”

Con l’apertura dei giochi della XXXII Olimpiade di Tokyo 2020 è tornato di dominio pubblico il tema dello sport organizzato nella competizione dei 5 cerchi. Questi, infatti, sono giorni dedicati all’agonismo per chi ne è il protagonista e al tifo per chi ne è sostenitore. In mezzo, però, anche l’occasione per ricordare gesta e momenti che hanno segnato in maniera indelebile la nostra storia. Per noi italiani, in particolare, vivere le olimpiadi anche attraverso la memoria significa tornare indietro nel tempo e rivedere così la gloria di un Paese che, sia nei momenti belli che in quelli brutti, ha sempre saputo esporre i propri valori nel senso più alto del termine. Guardare in retrospettiva Tokyo, sventolando il tricolore, vuol dire tra le altre cose far ritornare alla mente quell’olimpiade, disputatasi a Roma nel 1960, 15 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, che permise agli atleti azzurri di ottenere onori e 36 medaglie, rispettivamente 13 ori, 10 argenti e 13 bronzi, eguagliando il record ancora oggi imbattuto e ottenuto alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932. Organizzate in una Nazione che con il boom economico stava vivendo uno dei periodi più belli della sue esistenza, i giochi della XVII Olimpiade videro la Capitale d’Italia non solo dare il meglio di se stessa ma anche di permettere quel buon esito dell’evento tale da spingere nel 1961 il regista Romolo Marcellini a definire in una sua pellicola la manifestazione “La Grande Olimpiade”. Inaugurati il 25 agosto 1960, e chiusi il successivo 11 settembre, essi vennero aperti con la consueta accensione della grande torcia olimpica, ubicata all’interno dello Stadio Olimpico, avvenuta per opera di Giancarlo Peris che, fiaccola olimpica alla mano, dopo aver percorso 350 metri e salito 92 gradini, permise a tutto il mondo di iniziare a vivere quelle emozioni fatte si di medaglie e di podi ma vissute nello spirito della partecipazione, così come ideato e voluto dal loro fondatore Pierre de Coubertin. Sono molti gli aneddoti per ricordare nel giusto modo l’Olimpiade di Roma ma su tutti e senza ombra di dubbio quello di Peris trova un posto d’onore dato il suo impatto con l’avvenimento. Raccontato anche nel libro “Il fiaccolaro” di Marco Pastonesi, Giancarlo Peris, oggi di anni 79 e residente fin dalla nascita a Civitavecchia, il cui consiglio comunale gli ha da poco conferito un riconoscimento pubblico, quando si trova vestire i panni di ultimo tedoforo di anni ne ha soli 18 e per l’atletica leggera è un mezzofondista dal futuro roseo, essendo vincitore dei campionati studenteschi di corsa campestre della provincia di Roma svoltisi in quello stesso anno. L’uomo giusto per il compito, insomma, e che la redazione di Baraondanews ha voluto incontrare per rivivere insieme, a distanza di 61 anni, quei momenti e con loro parlare anche di sport e di olimpiadi.

Caro Giancarlo, nel ringraziarti di cuore per lo spazio concesso alla nostra redazione, puoi innanzitutto fornirci un tuo ricordo di quell’olimpiade?

Grazie mille a voi. Beh, è difficile possedere un solo ricordo di un’evento che ha rappresentato una pagina importantissima per la storia d’Italia, per tutti e per ognuno di noi, sotto mille punti di vista. Nel dire la verità, a testimonianza del momento, avrei preferito far parte di una delle gare ed arrivare ultimo in batteria anziché portare la fiaccola olimpica, questo non lo nascondo. Da appartenente al mondo dell’atletica leggera posso però dire che tre sono i ricordi di quell’olimpiade che più mi hanno emozionato: il primo è la vittoria di Livio Berruti ottenuta nei 200 metri con il tempo da record mondiale per allora di 20″5, impronosticabile alla vigilia della gara; il secondo è la vittoria dell’australiano Herbert James Helliot ottenuta nei 1.500 metri con il tempo, sempre da record mondiale, di 3’35″6; il terzo è la vittoria del tedesco Armin Hary nei 100 metri con il primato di 10″0.

Olimpiadi di Roma 1960, Giancarlo Peris corre gli ultimi metri con la fiaccola olimpica in mano

Puoi spiegarci quali emozioni hai provato nell’essere l’ultimo tedoforo di quei giochi e come ricadde su di te la scelta?

Si sapeva, o meglio si era detto già da gennaio di quell’anno, che l’ultimo tedoforo sarebbe stato colui che avrebbe vinto i campionati studenteschi di corsa campestre della provincia di Roma. Io non ci credetti mai, neanche quando vinsi quella competizione. Pensai che alla fine la scelta sarebbe caduta su una persona classicamente raccomandata da qualcuno. Invece il successivo 4 agosto, a 21 giorni dall’inizio dei giochi, con grandissima emozione, ricevetti la lettera di convocazione, che conservo ancora, firmata da Francesco Andreotti, fratello del più celebre Giulio, al tempo comandate dei Vigili Urbani di Roma.

Terminata quella bellissima esperienza come è proseguita poi la tua vita?

Subito dopo quell’esperienza fui convocato dalla nazionale giovanile per le gare dei 1.500 metri contro Grecia e Polonia, che ho vinto. Dunque, non sono stato soltanto colui che ha portato per ultimo la fiaccola olimpica a Roma ma anche quello che ha vinto una gara importante di livello internazionale per l’atletica leggera, insomma. Nella vita privata, invece, successivamente, non volendo incentrare l’attenzione esclusivamente su educazione fisica, una volta diplomato ho proseguito gli studi all’università laureandomi in Lettere. Attraverso il titolo accademico ho poi insegnato per 40 anni pieni le materie di italiano e storia. Divorziato dalla prima moglie mi sono sposato una seconda volta e dai due matrimoni ho avuto due figli. Sono andato avanti con una vita abbastanza tranquilla. Per la città in cui vivo, Civitavecchia, mi sono anche impegnato politicamente con l’estrema sinistra, portando avanti insieme a molti cittadini battaglie importanti come quella della chiusura della vecchia centrale elettrica. Rivendicazioni che mi sono costate care in un primo momento dal punto di vista giudiziario ma che poi si sono concluse, così come nello sport, in bellissime vittorie per tutta la comunità.

Lo scorso 23 luglio in un clima surreale si è svolta la cerimonia inaugurale di Tokyo 2020, che sensazioni hai provato e stai provando nel vedere lo svolgimento di questa nuova edizione dei giochi olimpici influenzata dall’emergenza Covid?

È una situazione certamente surreale, sia sotto il profilo sociale che emozionale, ma a dire la verità io le Olimpiadi di Tokyo le sto guardano come se il Covid con tutti i suoi effetti non ci fossero. Per me non cambia nulla ad esempio la presenza o meno del pubblico sugli spalti. Presto, invece, massima attenzione sulle gare perché quelle e soltanto quelle sono la cosa più importante di questa manifestazione. Si più vedere in presenza oppure da casa poco importa per me, tutto ruota attorno al confronto sportivo, il momento vero che scrive le pagina della storia delle olimpiadi.

Ad oggi vige ancora il record di 36 medaglie ottenuto proprio a Roma nel 1960 e a Los Angeles nel 1932, come vedi invece il rendimento di questa spedizione azzurra in Giappone?

Con 24 medaglie ottenute fino a questo momento, rispettivamente 2 ori, 8 argenti e 14 bronzi, il medagliere dell’Italia mi sembra piuttosto buono. Certo balza agli occhi la carenza di medaglie d’oro, ma sono convito che abbiamo gli atleti ed ancora il tempo per recuperare. Nella domanda si parlato del record ottenuto a Roma e a Los Angeles, è bene però sottolineare che quelle medaglie hanno un peso ancor maggiore e diversificato del dato complessivo in rapporto alle altre olimpiadi perché ottenute in edizioni dei giochi comprendenti meno discipline rispetto ad oggi. Le 36 medaglie ottenute a Los Angeles hanno un peso diverso rispetto alle 36 di Roma e così come per ogni altro raffronto. Dunque per poter essere effettivamente alla pari con Los Angeles e Roma l’attuale delegazione azzurra dovrebbe conquistare molte più medaglie.

Giancarlo Peris oggi con in mano a sinistra il libro “Il fiaccolaro” e a destra la torcia olimpica originale delle Olimpiadi di Roma 1960

In Italia, invece, oggi a che livello si trova lo sport in generale?

A mio parere sembra che in molte parti d’Italia lo sport non sia praticato dalle giovani generazioni in maniera seria. Penso che si debbano dare più possibilità ai giovani, in particolare per quegli sport che non garantiscono grandi guadagni, evitando così chiusure anticipate a quelle carriere agonistiche che sicuramente potrebbero ottenere ancora grandi risultati. Questo lo posso dire anche per l’esperienza diretta che ho avuto dopo aver fatto per molto tempo il curatore dell’atletica per dei ragazzi dal grande futuro interrotto però da loro stessi troppo presto per altre e più prosperose scelte di vita.

Caro Giancarlo, nel ringraziarti nuovamente per l’intervista concessa, da sportivo in favore dei giovani e non solo ti chiediamo in conclusione perché secondo te è importante se non addirittura fondamentale praticare sport?

Ancora grazie mille a voi. È fondamentale praticare sport per due ordini di ragioni: tanto per cominciare fa bene al fisico, lo sappiamo ma è doveroso ricordarlo; la seconda è che esso fornisce una forza mentale ottima per il resto della vita, nel senso che permette di affrontare con determinazione tutte le situazioni anche quelle più difficili che spesso possono capitare nel naturale ciclo dell’esistenza.

È stato un immenso piacere per la redazione di Baraondanews poter parlare con Giarcarlo Peris, un testimone nel vero senso della parola, una persona che attraverso la sua presenza ha fatto comprendere a tutti il significato autentico dello sport, come disciplina, come socialità e come storia.

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