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Settimo appuntamento con la rubrica “La storia di Manziana e Quadroni”

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In occasione del 25 aprile l’appuntamento è dedicato a Mottes Mario, un cittadino di Manziana la cui storia era rimasta sconosciuta

Settimo appuntamento con la rubrica “La storia di Manziana e Quadroni” –

Torna l’appuntamento con la rubrica “La storia di Manziana e Quadroni”.

In occasione del 25 aprile, il settimo appuntamento, sarà dedicato a Mottes Mario, un cittadino di Manziana la cui storia era rimasta fino ad oggi sconosciuta.

Non cercate il nome sul Monumento ai Caduti di Manziana; quella di Mario Raul Mottes è stata una vita avvolta nel segreto e solo per caso ho incontrato la sua figura.

Nell’Archivio dell’Anagrafe, consultando il registro relativo la lista della Classe di Leva 1919 ho trovato una lettera datata 7 febbraio 1939 del podestà di Manziana, il colonnello Giuseppe Ramaccini (1871-1942), al Consiglio di Leva della Provincia di Roma.

In essa si riportava che un giovane nato nel 1919 a Bruxelles, stabilitosi con la famiglia a Manziana, domandava di potersi presentare alla visita di leva con gli iscritti del paese(fig.1).Dalla nota sul retro (fig.2), il Distretto accordò la richiesta e si dovette presentare a Bracciano “prima della visita degli iscritti” il 18 febbraio. Fu così aggiunto alle liste di Leva di Manziana dove risulta che venne dichiarato abile e arruolato(fig.3); quel giovane si chiamava Mottes Mario.(fig.4)

Ho cercato di scoprire chi fosse questo emigrante di ritorno che passò la visita della Classe 1919 con tanti manzianesi di vecchia data. Giovani come Ceciarelli Renato, che arruolato nel 10°Regg. d’Artiglieria combatté nel 1941 in Africa nelle batterie anticarro e fu fatto prigioniero dagli inglesi il 17 gennaio 1942 a Bardia (Libia); ritornerà nel dicembre 1946.O Liberti Ermete caporal maggiore del 24°Artiglieria che fu fatto prigioniero, ma dei tedeschi il 9 settembre 1943 e ritornò nell’agosto del 1945. Come Persiani Fernando che, classe 1917, passava la visita per la terza volta e fu infine riformato (era 1,48, non riusciva a raggiungere il minimo cioè m.1,53, l’altezza di re “pippetto” Vittorio Emanuele III).

Oppure di suo fratello Persiani Paolo arruolato nell’8°Genio ad Augusta e che all’8 settembre fu sbandato (vedi post Caduto Persiani Quintino), così come fu sbandato all’Armistizio Cruciani Umberto del 36° Regg. di Fanteria Motorizzata. E ancora, come Fiorucci Ermete, Menichetti Antonio e Rossi Francesco che in guerraci morirono come, scopersi, Mottes Mario; ma loro sul Monumento ai Caduti ci sono.

E mi sono imbattuta in una storia di coraggio e sacrificio.

Una storia da raccontare.

I genitori di Mario erano trentini;Achille Oscar Mottes era originario di Fai della Paganella mentre Pia Paoli, figlia di Fortunato e Angela Frisanco, era nata nel 1892 a Pergine Valsugana (Trento), che fino al 1918 era stata sotto il dominio (insieme a tutta la regione) dell’Impero Austro-Ungarico.

Durante la Grande Guerra Pia Paoli, a 23 anni, quale irredentista filo italiana nel settembre 1915 fu internata con altri perginesi nel campo di Katzenau(Linz) in Austria. (fig.5) Il campo arrivò a contenere fino a 3.500 persone, compresi vecchi e bambini la cui mortalità fu alta.

A 25 chilometri di distanza c’era un altro campo più grande, fino a 40000 prigionieri di guerra che lavoravano nella vicina cava di granito. Nella IIª Guerra Mondiale sarebbe diventato tristemente famoso: era il campo di Mauthausen.

Fu durante la prigionia che forse Pia conobbe Achille Mottes, che era caposquadra del 3°Reggimento Cacciatori Imperiali dell’esercito Austriaco. Figlio di Carlo ed Emilia Fromant, era nato nel 1888 a Teheran in Persia (ora Iran) dove il padre si trovava assieme ad altri due sotto ufficiali trentini come lui, Antenore Perini di Besagno di Mori e Paternoster Achille di Cavalese,che, scelti dalla gendarmeria di Innsbruck, verso gli ultimi di dicembre 1881 erano stati assunti, assieme a sei ufficiali austriaci, come istruttori dell’esercito da NarimanXan, ambasciatore di Persia a Vienna.

Pia e Achille si sposarono a Fai il 2 marzo 1918 e i testimoni furono; Paoli Alfonso, carpentiere (un fratello di Pia, n. 1880) e Mottas Vittorio, contadino, parente di Achille. (fig.6)

Il 23 novembre dello stesso anno a Pergine avranno Carlo Fortunato (i nomi dei nonni). Emigrano in Belgio e a Bruxelles il 18 novembre 1919 viene al mondo Mario Raul. (Achille gli dette i nomi dei fratelli, Mario nato nel 1885 ed emigrato negli USA con la moglie Adelina e Raul nato nel 1892).

Pensando al rientro in Italia, nel 1930, quando Mario ha 11 anni, informano della sua nascita il comune di Pergine (fig.7).Facilmente tornano intorno al 1933 perché Achille risulta a quella data fiduciario del Consorzio Nazionale Avicoltori e Coniglicoltori per Roma, mentre nel marzo 1939 è sindaco effettivo in una società (cioè membro del collegio sindacale che controlla l’attività degli amministratori).

Questo conferma il documento scoperto dove, al 7 febbraio del 1939, si dichiara che la famiglia Mottes si è stabilita “da poco tempo”a Manziana e che prima “aveva dimorato per quattro anni circa” a Roma.

Comunque il legame dei Mottescon Pergine rimane, come dimostra una foto di Mario con la cugina Gina, figlia del lattoniere Giuseppe Paoli,un altro fratello di sua madre (fig.8), scattat aintorno al 1938, vista l’età dei giovani.

Gli ultimi momenti spensierati, perché gli avvenimenti precipitano, il 1°settembre 1939 la Germania invade la Polonia;è l’inizio della guerra che avrebbe distrutto l’Europa.

Credendo in una facile vittoria, mentre i tedeschi, dopo Danimarca e Norvegia,avevano in maggio invaso il Lussemburgo, i Paesi Bassie il Belgio e stavano occupando la Francia, Mussolini il 10 giugno 1940 dichiara pure lui guerra a Francia e Inghilterra.

Chissà cosa aveva pensato Mario Mottes al sapere che Bruxellesera stata bombardata dai nazisti?

Ormai sta per entrare nell’esercito italiano, non solo, persino in un corpo di élite; diverrà paracadutista e raggiungerà il grado di sergente telegrafista.

Dovette perciò aver frequentato la Regia Scuola Paracadutisti dell’Aeronauticaa Tarquinia (istituita il 15 ottobre 1939 che, dopo l’addestramento dei primi istruttori,iniziò i corsi il 10 luglio 1940 per le recluteche avevano superato un’ulteriore visita psico-fisica), ma non c’è prova, perché nel Ruolo Matricolare Comunale dei Militari per la classe 1919 Mario Mottes, forse per una svista, non c’è.

In quanto al fratello maggiore di Mario, Carlo Mottes, nelle liste di Manziana non c’è mai stato, facilmente rientrò in quelle di Roma.

Risulta che entrò anche lui nell’Aeronautica, ma non so quando e con quale grado o qualifica. Fu assegnato all’aeroporto di Lero nel Dodecaneso (allora territorio italiano perché conquistato nella Guerra Italo-Turca).

Quale però siano le successive vicende lo ignoro. Certo è che Carlo nel dopo guerra emigrerà con la madre negli USA,dove Pia si risposerà con Frank Pescoller di origine altoatesina.

Carlo Mottes, da come risulta dall’annuncio mortuario (fig.9), divenne cittadino statunitense, si sposò con Celeste Gilbert e morirà a New Orleans nel 2002 a 83 anni.

Mario Mottes ,invece, sembrerebbe che combattéad El Alamein. Pertanto,sarebbe stato uno dei parà della 185ª Divisione “Folgore”che in tale battaglia furono così coraggiosi che quando il 6 novembre 1942 si arresero all’8ª Armata del generale Bernard Montgomery, ottennero l’onore delle armi e furono definiti da Winston Churchill alla Camera dei Comuni di Londra, i «Leoni della Folgore» (e per stupire gli inglesi per il coraggio,ce ne vuole).

Mottes fu forse fatto prigioniero dagli inglesi oppure, durante la lunga battaglia (23 ottobre – 5 novembre 1942), magari perché ferito, rientrò in Italia? Lo ignoro, questa è una parte della vita di Mario ancora sconosciuta.

Dopo l’Armistizio,il Regno d’Italia(limitato alle regioni occupate dagli Alleati), il 13 ottobre 1943 dichiara guerra alla Germania nazista e, di fatto, alla Repubblica Sociale Italiana (RSI)diMussolini.

Così per gli italiani la IIªGuerra Mondiale diventa anche una feroce guerra civile con famiglie, paesani e commilitoni divisi dall’ideologia e dal fato.

Mario Mottes fece la sua scelta.

Forse entra Esercito Cobelligerante Italiano ma vuole contribuire in maniera più incisiva alla liberazione dell’Italia dai tedeschi.(chissà che non influenzi pure l’esempio del passato patriottico della madre irredentista).

Ne ha la preparazione, conosce l’inglese (era requisito essenziale) e probabilmente il tedesco per via dei genitori ex sudditi austriaci. Di sicuro, volontario, accetta di diventare un agente paracadutista e radio-telegrafista della n. 5 Field Section dell’“A” Force (MI9/IS9 detta “A” Force sul fronte italiano), del Servizio segreto Inglese che si occupava di evasione e fuga (E&EsEscape and Evasion) dei prigionieri di guerra Alleati (PW/POW Prisoners of War), agli ordini del capitano neo-zelandese Andrew Robb(1901-1974) (fig.10) e del maggiore inglese John Fillingham (e, in seguito, del capitano dell’Intelligence dell’Aviazione USA Richard W.B. Lewis).

Inoltre,traglioperativi sul campo, del maggiore scozzese John “Jock” Alec Mckee(1816-1981),un esperto di E&Essin dal 1942,nel deserto occidentale egiziano.La sezione 5 operava lungo la costa adriatica e relativo entroterra.

Si trattava di attraversare il fronte di combattimento per via aerea, via mare o via terra; entrare in contatto e collaborare con partigiani e agenti locali; trovare e raggruppare i POW che, fuggiti a migliaia dai campi di detenzione, erano sbandati e alla macchia in territorio nemico e sopravvivevano grazie all’istintivo e generoso aiuto della popolazione; condurre i POW in salvo, oltre la linea Gustav, in territorio Alleato, utilizzando una prestabilita “Rat-Line” di basi amiche. Un pericoloso e duro gioco a rimpiattino con la morte. (fig.11)

In una di queste missioni, Mario Mottes e un altro agente paracadutista, certo Battista (morirà durante un’altra missione in nord Italia. Fig.12), lasciata la base dell’“A” Force di Termoli (Campobasso), attorno alla mezzanotte del 14 gennaio 1944 furono paracadutati da 500 m. di altezza a Porchia, frazione di Montalto Marche (Ascoli Piceno).

Devono mettersi in contatto con i membri della locale base “Rat Line”.(da non confondere con l’omologo nome con cui si identificherà a fine guerra l’attività di fuga dei criminali nazisti da parte di ODESSA -OrganisationDerEhemaligen SS-Angehörigen)La “RatLine”(fig.13) partendo da Montalto percorreva l’Appennino marchigiano e abruzzese con una serie di postazioni partigiane che aiutavano antifascisti, ebrei e PW a raggiungere le linee alleatea Guardiagrele (Chieti),dove su una cresta sporgente, da una parte c’erano i tedeschi e dall’altra gli Alleati.

Si chiamava “linea del sorcio” perché era fatta a zig zag come i balzi del topo per sfuggire al gatto.

Capi della banda partigiana e della “Rat Line”in territorio nemico, furono: il tenente del 10°Regg. Artiglieria, Uguccione Ranieri di Sorbello(1906-1969), umbro, detto “Ugo” o “Hugo” o “Hugh” (Medaglia d’Argento al Valore) (fig.14), con base presso Villa Vinci a Cupra Marittima (AP)e iniziale comandante della “Rat Line” fino al 31/12/1943, poi,il tenente Virgilio Giovannetti, detto “Nanni” o “Barbarossa” o “Il Livornese”, capo della base di Porchia (Potrebbe essere lui il militare incluso al n. 149 dell’elenco “III Gruppo obici da 75/13 del 33° Reggimento Artiglieria”: Giovannetti Virgilio, 8^ Batteria, Ponsacco, Pisa.

Questo Reggimento faceva parte della Divisione Acqui di presidio a Corfù, per cui Giovannetti potrebbe essere un sopravvissuto delle stragi di quell’isola e diCefalonia.

Probabilmente Giovannetti era nato a Ponsacco in provincia di Pisa e risiedeva a Livorno, per cui era chiamato “Il Livornese”).

Dopo il 10 marzo 1944, il comando passò al capitano del Genio dell’Aeronautica, l’ingegnere Luigi Stipa (1900-1992, Medaglia d’Argento al Valore) (fig.15), con base presso la sua “Villa Stipa” ad Appignano del Tronto – Offida (AP) dove viveva con moglie e figli, fino alla Liberazione da parte degli Alleati di Ascoli Piceno.

Torniamo a Mario, il suo lancio poco manca che finisca in tragedia; il paracadute si apre in ritardo ma la caduta su un ammasso di neve (quel gennaio nevicherà per 25 giorni consecutivi) ne attenua il colpo causandogli solo fratture alle costole ed escoriazioni. La partita con la morte è rimandata.

Con uno sforzo di volontà, benché ferito, si sottrae alle ricerche dei tedeschi assieme a Battista e ai membri della “Rat Line” che li dovevano ricevere a terra. Mentre Battista andrà a sud con dei PW, Mario viene curato a Porchia nella casa del falegname Francesco Vecchiarelli dove il figlio Diego,di 23 anni, ex soldato del 6°Regg. Genio, è il braccio destro di “Nanni” Giovannetti, nel frattempo mantiene i collegamenti radio con Algeri, Bari e Lanciano.

Ancora convalescente, effettuerà altre missioni fino al tragico epilogo.

Da come ricostruito mesi dopo dagli inglesi in due rapporti redatti dal Gruppo “A”, Sezione 60, Special Investigation Branchwar crime(SIB),gli avvenimenti si sarebbero svolti così.

Quattro PW inglesi lasciarono Ortezzano (Fermo)e nonostante la presenza della neve che persiste, si mettono in cammino attraverso la valle del fiume Aso per raggiungere Porchia. Sono “Ernesto”il soldatoErnest Chauntry di Notts,“Daniele” il soldatoDaniel H. Hollingsworth di Londra di 23 anni e “Tommaso” il soldato Thomas William White di Leyton di 23 anni, entrambi del 1°Battaglione The Buffs (Reggimento Royal East Kent)scappati dal campo PG 53 di Sforzacosta (Macerata) e “Giacomo” il paracadutista Lionel Herbert John Brown (fig.16) di Hampton di 35 anni,del 1st AirborneDivision “Red Devils”, fatto prigioniero nel 1943 in Sicilia nella battaglia del“ponte Primosole” e fuggito dal campo PG 70 di Monte Urano (Fermo).

Dall’evasione nel settembre 1943 sono restati nascosti presso le fattorie di Nazareno Rossi, Bruno Luzi e Angelo Veroli ma ora vogliono tentare di raggiungere le linee Alleate, impresa che “Giacomo” e “Tommaso”, tramite la “Rat Line” hanno già provato a gennaio senza riuscirci per via del maltempo. All’improvviso “Ernesto”ha un ripensamento, forse perché comincia a nevicare a raffiche (o ha una premonizione?) e ritorna indietro alla fattoria di Angelo Veroli, dove trattenendosi fino alla Liberazione si salverà; nel 1945 si sposerà e avrà 7 figli.

Invece,gli altri continueranno,con un certo rischio perché i tedeschi del presidio di Montalto,durante la mattina del 9 marzo stanno effettuando un rastrellamento poco più a sud aRovetino,Rotella e a Castel di Croce (dove una delle radiotrasmittenti Rat Line è nascosta nella canonica di don Sante Nespeca, 1912-1986, e le armi nell’ossario del cimitero)contro la banda del s. TenenteG.d.F. Gian Maria Paolini detto “Ivo” (1919-aprile 1944, Medaglia d’Argento al Valore Militare alla Memoria).L’attacco dei nazi -fascisti non avrà il risultato voluto perché non tutte le forze arrivarono in campo in tempo(una colonna di 20 automezzi rimase bloccata da una frana sulla provinciale Venarotta-Force).

La ritirata dei partigiani,che spezzarono l’accerchiamento, sarà possibile grazie alla copertura di Gino Caprotti, detto “Gino il rosso” o “Saltamacchia” (1921-1944) che,alternandosi con due mitragliatrici pesanti, una Breda M 37 e una“Hotchkis” greca,sacrificandosi, li salva tutti. Ferito e braccato, verrà finito a colpi di baionetta (Medaglia d’Argento al Valore Militare alla Memoria).

Gli inglesi nella serata del 9 marzo 1944 arrivano a Porchia all’abitazione di Vecchiarelli in via del Mercato 1, che è la prima casa del paese. Lungo la strada hanno fatto un’imprudenza.

Incontrato un uomo che si è presentato come “Adriano” e che ha dichiarato di essere un PW evaso, lo hanno accolto nel loro gruppo. È un errore che porterà alla distruzione della base di Porchia.

Si tratta di un soldato del 2°Battaglione del 3°Reggimento SS Brandeburgoche stacercandoi partigiani che da tempo fanno fuggire i prigionieri (non per niente uno dei loro stemmi è una maschera col pugnale e raggruppa uomini di diversa nazionalità, tra cui molti altoatesini che parlano italiano. Un reparto specializzato anti guerriglia che dipendeva dall’Abwehr, il controspionaggio militare dell’Ammiraglio W. Canaris (1887 – 1945).

A Porchia, Diego e Mario sono da poco rientrati perché il 5 marzo sono andati con “Nanni”in una spedizione con dei PW e il 7a una riunione a Offida nella villa di Luigi Stipa in contrada Lava. Si sono incontrati con due “A” Force, Andrea Scattini ed Ermanno Finocchi(morirà ai primi di settembre 1944 a Fiesole (FI) appena liberata, dilaniato da una trappola esplosiva lasciata dai tedeschi in ritirata), che portano nuovi ordini della “A” Forcedi Lanciano (la creazione della “Milky Way”, l’estensione della “Rat line” dopo la linea Gotica e oltre).

Ma la morte sta già girando perfida attorno ai “Ratberry boys”, come erano chiamati i giovani agenti “A” Force del gruppo. AndreaScattini(1917-1944) (fig.17) la sera prima, l’8 marzo, rientrato a Force per rivederela moglie e il figlio Ettore che gli era nato 4 mesi prima, è stato ucciso a 26 anni per un tragico equivoco.Un diciottenne di Castel di Croce, aggregato alla banda Paolini, da lui rimproverato perché sorpreso a rubacchiare un prosciutto, scambiandolo per fascista, gli spara perché non dice la parola d’ordine giusta (era cambiata in sua assenza)

Così, l’eroe di molte azioni ardite (nel dicembre ‘43, con indosso ordini importanti, aveva attraversato a nuoto il fiume Sangro sotto il fuoco della battaglia in corso) cade per mano di un ragazzetto spaventato. 
Ritorniamo a Porchia. Mario, che è a cena con i Vecchiarelli (il suo ultimo pasto),va’ a parlare con i PW e li manda a dormire nella fattoria di Camillo Carlini, il quale crede anche lui “Adriano” un ex prigioniero. Una volta lì, con una scusa “Adriano” si defila. Prima dell’alba, alle 5 del 10 marzo, venerdì della IIªsettimana di Quaresima, una trentina di SS piombano nella fattoria e arrestano i tre inglesi, che sono disarmati.

Il paracadutista Brown viene ferito da un colpo di baionetta.Nel frattempo altri tedeschi, mitra spianati,irrompono in casa di Vecchiarelli,dove nella colluttazione sparano al volto di Diego lasciandolo per morto(portato in ospedale a Offida si salverà).Maria, la giovane figlia di Vecchiarelli, finge uno svenimento e, nonostante i calci dei tedeschi, riesce a coprire la borsa con le carte di “Nanni”.

l quale viene cercato inutilmente; è assente perché rimasto a Offida ad attendere “Ugo” per una riunione organizzativa. Dopo aver messo a soqquadro la casa, senza trovare nulla di compromettente, le SS arrestano Giuseppe, il figlio più piccolo(d’età; è un ex Granatiere di Sardegna, perciò è alto almeno 1,90),Mario Mottes eun altro ragazzo,“Toto”,Vittorio Corsaletti (1924-2012,Medaglia al Merito della Resistenza), un soldato alla macchia che è venuto da Fano con messaggi per “Nanni”.

Francesco, mutilato della Grande Guerra che ha fatto la Marcia su Roma (ma se per questo anche Diego aveva un passato squadrista e questo fa capire quale stravolgimento nelle coscienze fu la Guerra di Liberazione),viene lasciato stare, così come la moglie e la figlia.Da Porchia, gli arrestati vengono fatti marciare nella neve fino a Montalto Marche. Lungo la strada incontrano le altre SS con i prigionieri inglesi e tutti sono condotti al Comando Tedesco che dal 4 marzo si è insediato nel Collegio Sisto V dei Padri Salvatoriani. Qui “Adriano” fu visto girare libero.

Quella stessa mattina il fato si accanisce su un altro agente dell’“A” Force;Fausto Simonetti (1921-1944) (fig.18), aviere e come Mario reduce dalla Libia.Da Palmiano (AP)sta arrivando a Porchia. Oltrepassa Force e facilmente reca la notizia della morte di Andrea. Superato con documenti falsi un posto di blocco nei pressi di Ponte Maglio, viene riconosciuto da un siciliano, fervente fascista, che aveva sposato una donna di Palmiano, il quale lo denuncia facendolo arrestare.Portato nel forte Malatesta ad Ascoli Piceno, sarà torturato per mesi senza parlare nella “Villa Triste” di Marino del Tronto. Verrà massacrato sul greto di un torrente il 6 giugno del 44 (stesso giorno dello sbarco in Normandia); aveva 23 anni e durante la prigionia era diventato padre di una bimba. Gli verrà assegnata la Medaglia d’Oro al Valore Militare alla Memoria.

Quello che subirono i tre inglesi e specie Mottes nelle mani delle SS, lo si può intuire. Una cosa è garantita,Mario non disse nulla delle basidi Offida, di Cupra Marittima e delle altre basi più a sud, che infatti non vennero scoperte e continuarono ad operare. 
Quanto agli altri, Corsaletti presentati dei documenti falsi,nel pomeriggio fu rilasciato perché aveva dato una scusa plausibile(in licenza, voleva vedere il vescovo Luigi Ferri, suo compaesano,al Seminario Vescovile ma per l’ora tarda, la nevicata e il coprifuoco aveva chiesto ospitalità nella prima casa incontrata a Porchia, quella di Vecchiarelli).Gli intimano di lasciare il paese e lui correa Cupra Marittima, a villa Vinci perché la contessa Andreola Vinci Gigliucci, detta Babka, e il marito Zeno Gigliucci, membri della “RatLine”,dessero a “Nanni” le notizie da Fermo che gli doveva dare e lo avvertissero di non rientrare a Porchia, perché l’avrebbero catturato (ma a questo aveva provveduto anche Francesco con un messaggio a Luigi Stipa, nel quale chiedeva l’aiuto di suo zio, il medico Noradino Stipa, che già aveva curato Mario). Con la base di Porchia “bruciata”, identificato e ricercato dalle SS, “Nanni” dovrà riparare oltre le linee Alleate. Il comando della “Rat Line” passerà così al capitano Stipa e alla base di Offida.

Giuseppe Vecchiarelli,che nato il 31 dicembre 1924 ha 19 anni (fig.19), invece affronta tre ore di duro interrogatorio(per avere informazioni, prima lo tentano con 600.000 lire,poi lo minacciano sparandogli a brucia pelo dei colpi di pistola). Viene scarcerato per intercessione del padre Salvatoriano don Stephen Leight, che era tedesco,il quale garantendo per lui gli salvala vita. Invece, Giuseppe era della banda e si occupava anche lui della radio e dei messaggi in codice.

Questa “diponibilità” da parte delle SS per i padri Salvatoriani non era dovuta solo al fondatore, Johann Baptist Jordan(1848-1918)che era tedesco come molti dei frati, ma anche per farsi in un certo senso “perdonare” per il fatto increscioso accaduto la sera prima. Un soldato, Franz Karch,reduce dall’azione a Rovetino, furente (grazie alle tattiche evasive di “Saltamacchia” e alla scarsa visibilità per la nevicata, i tedeschi si erano pure sparati tra loro e tra i suoi camerati c’erano stati 30 tra morti e feriti) e ubriaco, aveva provato a entrare nel Seminario Vescovile per violentare una delle novizie delle suore di Carità di Santa Maria Ausiliatrice,sfollate da Torino. L’economo, l’anziano canonico Don Delfino Angelici (1880-1944),che gli si era parato contro, era stato ferito da colpi di pistola (sarebbe morto all’ospedale di Offida il 18 marzo).

Per le scale del Comando, Giuseppe, che saliva per essere interrogato,aveva incontrato Mario che gli disse: “Parla pure, tanto non c’è niente da fare per me”.Perché con la testimonianza di “Adriano” lui non aveva potuto negare di essere un’agente degli inglesi. Inoltre, stava male per una sigaretta che gli avevano dato (le SS negli interrogatori usavano anche le droghe per fiaccare la volontà e la resistenza degli arrestati). Si può immaginare il dolore dei due giovani,diventati in quei mesi grandi amici, nel comprendere che si vedevano per l’ultima volta. Pensando all’amaro destino di Mario, Giuseppe scriverà “perché si può morire anche sul campo di battaglia, ma una cosa è cadere con la faccia rivolta al nemico, un’altra è il soccombere di fronte al plotone d’esecuzione”.
Chi materialmente uccise Mario Mottes e i tre soldati inglesi, le SS o le Camice Nere del Battaglione “M”del Reggimento IX settembre che nella zona li affiancavano? Gli investigatori inglesi del SIB nel 1945 fecero un elenco dei possibili responsabili del crimine di guerra, perché giustiziare PW evasi e disarmati è contro le convenzioni internazionali. Riferirono di tale Settimio Roscioli,milite fascista fanatico e sanguinario, specialista nel giustiziare prigionieri e del comportamento ambiguo del maresciallo dei Carabinieri Filippo Crimi.

Per la Divisione Brandeburgo (fig.20),tra gli altri, accertarono,per il Quartiere Generale di Ascoli Piceno il capitano Heinz Kestinge per il Distaccamento di Montalto,il tenente TheodoreFischer, che aveva il comando e il giovane tenente Rommel, che era il vice. Questo era il nipote del Feldmaresciallo ErwinRommel“la Volpe del Deserto” che, ironia, mesi dopo, il 14 ottobre 1944, sarà costretto dalle SS al suicidio perché coinvolto con l’Ammiraglio Canaris (poi strangolato nel 1945) nel complotto contro Hitler del 20 luglio. Rommel aveva comandato l’Afrika Korpsad El Alamein, la stessa battaglia dove avrebbe combattuto Mottes. Il feldmaresciallo aveva poca stima degli alti comandi italiani ma non dei soldati. Ebbe a dire:“Il soldato tedesco ha stupito il mondo, il soldato italiano ha stupito il soldato tedesco”(e per stupire i tedeschi per il coraggio, ce ne vuole).

Di sicuro nella gelida notte tra il 10 e l’11 marzo,i quattro arrestati furono portati con un camion in località Dragone,che dista circa 5 km da Montalto e circa 3 da Montedinove, e sul ponte innevato che attraversa l’Aso, (fig.21-22-23) alla luce del plenilunio e dei fari,ammazzati a colpi di arma da fuoco.Così il soldato italiano ei soldati inglesi muoiono fianco a fianco come fratelli in armi mentre solo un anno prima si sarebbero sparati contro. Mario ha 24 anni e forse non sa che la sua vita termina su un ponte detto Dragone o dell’Inferno o ponte del Diavolo, come l’omonimo antico ponte di Manziana.I morti furono poi gettati dal parapetto, due per ciascun lato; da notare che quello di gettare i cadaveri sul greto dei torrenti era il “marchio di fabbrica” del famigerato Roscioli. I corpi furono ritrovati la mattina dell’11 da Carlo Benigni il quale aveva una fattoria lì vicino e che durante la notte aveva udito gli spari. Nel pomeriggio le salme furono portate nel cimitero di Montedinove dove il 13 vennero fotografate su incarico di Ferdinando, fratello di Francesco Vecchiarelli, e gli scatti mandati a “Ugo”. Il 14 fu fatto un sommario controllo necroscopico da parte del dottor Nicola Mirzabek. Risultò che la morte fu causata,in un caso da proiettili penetrati da dietro, vicino alla colonna vertebrale, negli altrida proiettili entrati nella base del cranio. Gli inglesi del SIB, da alcuni bossoli ritrovati, ritennero che fossero di un’arma da fuoco automatica Tedesca P.38, calibro 9 mm. (pistola Walther P38, mentre i Brandeburgo avevano in dotazione la pistola Mauser HSc calibro 7,65)Uno presentava anche una ferita da arma da taglio(Brown). Più che di fucilazione, si trattò di una esecuzione.Erano soldati senza divisa, furono considerati spie, e alle spie gli si spara alla schiena. Le spoglie saranno sepolte a Montedinove il 15 Marzo 1944, nelle tombe n. 241, 243, 271 e 275.

Nel frattempo le SS della Brandeburgo,sempre comandate dal tenente Fischer (che sarà tra i responsabili di altri eccidi, il 19 agosto 1944 a S. Terenzio (MS)e il 16 settembre 1944 a Bergiola Foscalina, MS)con la IX settembre, rastrellavano il territorio circostante con morti negli scontri e decine di arresti (molti erano ragazzi renitenti alla leva della RIS). Il 12 marzo assaliranno in forze Castel di Croce e negli scontri verrà ferito anche don Nespeca. Questo per la delazione di un nipote del Roscioli (cattivo sangue non mente) che si era infiltrato nella banda Paolini. (E pensare che Paolini,una volta il Roscioli lo aveva avuto tra le mani, ma si era lasciato impietosire dalle sue lacrime e dall’italico “Tengo famiglia”)Il culmine ci fu il 22 marzo dove sulla mulattiera sotto Montalto fucilarono 31 giovani, solo uno sopravviverà per miracolo. Si salveranno anche 5 ragazzi perché Fischer interruppe le esecuzioni. Non lo fece per pietà, ma per teutonica praticità; i cadaveri stavano ingombrando la strada.

Quando le forze tedesche i primi di aprile lasceranno Porchia (andranno forse a Fano dove Fischer, prima di andare via,sottoscrisse l’ordine di fare saltare i campanili della città, fig.27. Sempre che sia lo stesso, perché si firma Eberhard – forse il secondo nome- Fischer), il tenente Rommel incontrato Giuseppe Vecchiarelli (da lui inquisito un’altra volta e dove il ragazzo si era di nuovo destreggiato con fermezza ed abilità), incredibilmente, lo volle salutare. Segno che pur tra tanta ferocia, poteva albergare rispetto e ammirazione per gli avversari (e per stupire un Rommel per il coraggio, ce ne vuole).

La “Ratline” continuò ad operare fino al 18 giugno 1944, giorno dell’arrivo degli Alleati ad Ascoli Piceno; poi si spostò più a nord, seguendo l’avanzata del fronte.Il 20 luglio 1944 il Comando avanzato dell’“A” Force era ad Arezzo e da lì il capitano USAF Richard W. B. Lewis inviò alle vedove di Andrea Scattini e Fausto Simonetti lettere di condoglianze e di grande apprezzamento per l’attività da essi svolta.E infatti fu il gruppo della 5ª Sezione dell’“A” Force che realizzò in Italia il più grande numero di E&Es e portò in salvo il maggior numero di POW.(Il più illustre fu il figliastro del generale Montgomery, il capitano Richard “Dick” Carver, che era stato fatto prigioniero il 7 novembre 1942 a Mersa Matruh, confine libico egiziano. Memorabile la frase con cui il 4 dicembre 1943 al Quartier Generale a Paglieta (Chieti) Monty lo accolse: “Where the hell have you been?” Dove diavolo sei stato?)
Questo grazie anche al coraggio di Mario Mottes, che neanche sotto tortura e a prezzo della vita tradì i compagni delle basi “Rat Line”.Cosciente del sacrificio eroico del giovane, già il 14 settembre 1944, il capitano Stipa lo fece inserire tra quelli a cui si doveva dare il riconoscimento di “Patriota”. (fig.28-29) Poi lo propose per una Medaglia d’Argento al Valore Militare alla Memoria(fig.30-31), che verrà concessa il 16 maggio 1972.(fig.32) 

Dopo la guerra si tentò di punire i responsabili. I Carabinieri di Ancona nel maggio 1946 scriveranno; “le violenze commesse dai fascisti e militi di cui all’elenco 37/24-1944 del 15 ottobre 1945 sono da tempo state denunziate all’autorità giudiziaria competente che sta istruendo il voluminoso processo a carico di Roscioli Settimio e di altri”.Il Roscioli verrà condannato a 30 anni dalla Sezione straordinaria della Corte d’Assise di Pesaro; poi il 22 giugno 1946,in nome della pacificazione,fu approvata l’Amnistia Togliatti.In quanto al giovane assassino di Andrea Scattini, sua madre Lucia Ciampoli, saputo che rischiava la fucilazione, non si presentò quale parte lesa e perdonò il responsabile perché un’altra mamma non piangesse il figlio.(Ironia assurda, siccome Andrea fu ucciso da un partigiano, il suo nome non è solo nell’Elenco ANPI dei Caduti partigiani di Ascoli Piceno, ma pure nell’Elenco Caduti della RIS. Quando si dice il destino beffardo, povero Andrea).

Anche nelle Autorità Alleate prevalse la cautela; l’11 agosto 1947 il DeputyJudgeAdvocate General, informò la Procura Militare Generale che “qualora si desideri la consegna del ten. Fischer come criminale di guerra sarà necessario inviare a quest’Ufficio le prove, cioè le attuali testimonianze … testimoni oculari, atte a dimostrare che il ten. Fischer si recò al luogo dove furono uccisi…” Per quanto riferito dagli inglesi del SIB, il tenente Theodore Fischer nel marzo 1945 fu ricoverato a Vienna in ospedale per tubercolosi; fatto prigioniero nel maggio ad Avelengo in Trentino, da Merano fu rimpatriato nel settembre 1945 con un treno ospedale per un sanatorio vicino Baden. Pare che morì negli anni novanta.In conclusione, questi e altri crimini vennero archiviati, i responsabili rimasero impuniti e i fascicoli finirono a Palazzo Cesi-Gaddi aRoma (sede degli organi giudiziari militari) nel famoso “armadio della vergogna”. Nell’incartamento de “Episodio di ponte Dragone a Montedinove” si parla solo di 4 ignoti prigionieri Alleati. I procedimenti penaliper ifatti avvenuti nel territorio di Ascoli Piceno dal 28/11/1943 all’08/06/1944, furono archiviati nel 1999 per la mancata identificazione degli autori del fatto. 

Le tombe dei trucidati restarono anonime, poi grazie al lavoro del tenente colonnelloThomas Huggan(1925-2013),consulente storico dell’Ambasciata Britannica a Roma,per identificare i soldati uccisi a Ponte Dragone/Ponte del Diavolo, le bare degli inglesi furono traslate nel Cimitero di Guerra di Ancona enel 2017,con gli onori militari,hanno avuto una lapide che li identifica (fig.33). Per quel che so, invece, Mario Mottes è ancora lì, nel cimitero di Montedinove,solo che dalla tomba anoniman.243 è passato al loculo anonimo n.52. D’altronde per molto tempo, complici l’incertezza della guerra,Mario fu creduto soldato belga e non italiano,mentre per problemi fonetici, il cognome era stato storpiato in Mottis oppure Mootes. Come tale è menzionato nei rapporti inglesi del 1945, nella relazione del comandante Stipa, nell’Elenco ANPI dei Caduti partigiani di Ascoli Piceno e persino sul Monumento Commemorativo alla Guerra di Liberazione posto nel 1985 nella villa che fu base “Rat Line” a Offida. (fig.34-35-36-37)
Nel 2012, il Comune di Pergine ha realizzato una Lapide Commemorativa ai Caduti della IIª Guerra Mondiale e ha inseritotrai nomi Mario Mottes. (fig.38)

Ora i documenti ritrovati nell’Archivio Comunale mettono in luce un aspetto prima sconosciuto della sua vita breve e valorosa; Mario Mottes fu un cittadino di Manziana. E uno di quelli di cui essere fieri.

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