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“Non c’era niente. Solo cielo e terra”, le testimonianze degli assegnatari dell’Ente Maremma al Festival Internazionale dell’AgriCultura





“Non c’era niente. Solo cielo e terra” – di Giovanni Zucconi

Sabato scorso, nella Chiesa Madonna di Loreto delle Due Casette, si è svolto un emozionante evento che, a mio parere, è andato al di là dell’evento stesso. Stiamo parlando della prima edizione del Festival Internazionale dell’AgriCultura, ideato dal Maestro Agostino De Angelis e dall’Associazione ArchéoTheatron di Desirée Arlotta.

Ma non sono sicuro che tutti i presenti, soprattutto i più giovani, abbiano perfettamente compreso quello che i testimoni hanno raccontato, sia in presenza che in video.

Questo non perché le testimonianze e i documenti fotografici o video non fossero storicamente significativi o addirittura teneramente commoventi, ma perché si è cercato di raccontare un mondo che non esiste più. Troppo lontano dal nostro recente quotidiano. E che, a mio parere, è difficile comprendere senza averlo vissuto personalmente. È un po’ come parlare di disabilità a chi in famiglia non ha un figlio disabile, o di guerra a chi non è mai stato in trincea.

Le testimonianze e i testimoni sono stati ben scelti, e ben presentati da Agostino De Angelis. I ragazzi dell’Istituto Comprensivo di Marina di Cerveteri e del Giovanni Cena hanno letto le storie dei loro nonni, catapultati nelle nostre campagne dalla riforma agraria dell’Ente Maremma, da cento paesi diversi.

Ma, a mio parere, l’errore inevitabile, se così si può chiamare, è quello di chiamare “campagna” quello che gli assegnatari hanno trovato al loro arrivo. Non era la campagna come l’intendiamo noi. Bucolica, e luogo di fatiche premiate da raccolti più o meno abbondanti. Quella sarebbe arrivata dopo qualche anno. Era un Far West non diverso da quello raccontato dai film western. A parte naturalmente i Sioux. Un West alle porte di Cerveteri.

Quello che avvenne nelle nostre campagne negli anni ’50, non ci fu una semplice ridistribuzione delle terre, ma una vera e propria colonizzazione. Quelle campagne, come i territori americani del West, erano prive di tutto e bisognava costruirci tutto, se ci si voleva viverci con le famiglie e lavorare la terra.

I nonni raccontati dai ragazzi delle due scuole trovarono, è vero, delle accoglienti case coloniche. Erano dignitose per quei tempi: una grande cucina, tre camere e un bagno al piano superiore, la stalla per le mucche e i magazzini al piano terra. Oltre all’abitazione principale, furono costruiti un pollaio, una porcilaia, un fontanile per abbeverare gli animali e un grande forno per cuocere il pane. Ma questo era tutto: era una casa colonica costruita nel nulla, come le fattorie del West americano.

Mancava l’elettricità. Di giorno c’era il sole e di notte la luce proveniva dalle candele e dalle lampade ad olio. Mancava il telefono. Mancava l’acqua corrente, almeno all’inizio. L’acqua l’andavano a prendere le donne, come in Africa, con le brocche poggiate sulla testa, al fontanile più vicino o, a I Terzi, alla fonte dell’”acqua acetosa” distante diversi km. Mia madre, ma non solo lei, ancora soffre dei postumi di questa attività quotidiana. Gliela ricordano ogni giorno i dolori provenienti dalle sue vertebre schiacciate. E i panni si lavavano nel fosso, contendendo l’acqua, gelata d’inverno, con i girini che allora erano abbondanti.

Parlando de I Terzi, che conosco un po’ meglio, non c’era nessun mezzo di trasporto: nessun autobus, nessuna macchina privata se non il camioncino del proprietario del bar e della dispensa. Solo una bicicletta e qualche anno dopo, se andava bene, una Lambretta. Cerveteri era separata da I Terzi da soli 15 Km di strade, chiamiamole così, polverose d’estate e fangose d’inverno. Ma per le famiglie appena giunte da mezza Italia era lontana e irraggiungibile quanto la Luna.

L’isolamento in mezzo a quel nulla era praticamente completo, e pesava su di tutti. Ma in modo particolare sui giovani, che non avevano modo di incontrare i loro coetanei se non la domenica a messa. Una vita difficile, iniziata con un trasferimento dal loro paese d’origine, non su dei carri come per i coloni americani che andavano ad occupare le selvagge terre del West, ma su un vecchio camion. Portavano poche cose con loro: i materassi, i pochi abiti, quello che rimaneva del corredo della madre e quello che si stava mettendo da parte per le figlie più grandi. Il pentolone di rame per cuocere la pasta e poco più. Si partiva poveri dal paese natio, e si arriva ancora più poveri in quel nulla dove mancava tutto.

Solo il futuro diventava meno nero a mano a mano che il camion si avvicinava alle terre loro assegnate. Li c’era la terra da coltivare, e con essa si poteva dire addio alla cronica mancanza di lavoro in quell’Italia del primissimo dopoguerra. “… La terra è bassa…” diceva sempre mio nonno, ma con quei dieci ettari circa che venivano assegnati ad ogni famiglia, finalmente ci si doveva piegare solo per zappare l’orto, e non era più necessario chinare la schiena davanti a chi sfruttava il lavoro degli altri.

Lo Statuto dei Lavoratori era ancora lontano, e lavorare a giornata come bracciante, quando avevi la fortuna di lavorare, voleva dire spesso rinunciare alla propria dignità di Uomo. Non che il lavoro in questo West alle porte di Cerveteri fosse più leggero di quello a giornata, anzi. Bisognava trasformare quel nulla in un podere produttivo. Bisognava piantare gli alberi da frutta e la vigna, dissodare il terreno per gli orti e per il grano. Non c’erano gli Indiani d’America da combattere, ma le attrezzature agricole moderne sarebbero venute più tardi, e la terra bisognava sottometterla con la sola forza delle braccia. Ma la fatica e il sacrificio non erano mai un problema per questi coloni di casa nostra. E furono affrontati con dignità e forza di volontà, superando disagi che oggi ci sembrerebbero insopportabili.

Questo duro West alle porte di Cerveteri, a chi ha seguito le due ore di manifestazione volate in un attimo, spero che sia arrivato a tutti chiarissimo. Soprattutto dai racconti dei più anziani. Loro non hanno praticamente mai parlato di campagna. Hanno parlato del nulla che hanno trovato, e della fatica che hanno dovuto sopportare per trasformare questo nulla in una “campagna”.

“Ci siamo invecchiati subito…”, ha raccontato un anziano contadino de “Le due Casette” ai presenti. E, con la sintesi degna di un poeta, un’anziana contadina ha descritto così il mondo che hanno trovato appena arrivati: “Non c’era niente. Solo cielo e terra.”. Cosa aggiungere di altro a questa struggente immagine…

C’è solo da aggiungere i ringraziamenti ad Agostino De Angeli e Desirée Arlotta per questa iniziativa che ha aperto una finestra su un mondo che non solo non c’è più, ma che sta perdendo piano piano tutti i testimoni diretti. Le cui testimonianze sono preziose più dell’oro. E vanno raccolte e conservato per le generazioni future. Che devono poter conoscere e onorare i sacrifici di quelle donne e uomini straordinari.