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L’incredibile storia di quando gli Africani volevano arrivare sulla Luna prima dei Russi e degli Americani

di Giovanni Zucconi

Questa che sto per raccontarvi è una storia talmente assurda da sembrare inventata. Ma è tutta vera, e documentata. Non so che effetto vi farà leggerla. Io semplicemente ne sono innamorato. Per la sua candita ingenuità e tenerezza. Perché testimonia che non importa quanto sia impossibile e assurdo il sogno che si vuole realizzare. Non importa se è talmente insensato che rimarrai inevitabilmente da solo a portarlo avanti. Perché i sogni grandi rendono grandi le persone. Anche se non si realizzano. E nessuno ebbe un sogno più grande, più assurdo, più impossibile e folle del maestro elementare Edward Mukaka Nkoloso.

Questa è la storia di un grande sogno: quello del riscatto di un’Africa soggiogata per secoli dalle potenze occidentali. È la storia di un progetto che puntava, a metà degli anni ’60, a portare un Africano sulla Luna e subito dopo su Marte. Tutto questo cercando di battere sul tempo sia i Russi che gli Americani. Non è la trama di un film di fantascienza di serie B, ma la storia di un africano visionario, forse un po’ pazzo come lo sono tutti i grandi sognatori, che si era convinto che tutto questo fosse possibile nel suo Zambia appena liberato dalla colonizzazione inglese.

Siamo nel 1964, e il maestro elementare Edward Mukaka Nkoloso, annuncia al mondo che sta per dotare il suo paese, lo Zambia, di un programma spaziale. Qualcuno lo ha paragonato, e forse a ragione, a Martin Luther King: tutti e due lottarono per promuovere il loro sogno di uguaglianza tra gli uomini bianchi e i neri. Solo che a Nkoloso non bastava battersi affinché tutti potessero avere gli stessi diritti civili, ma voleva dimostrare che anche gli Africani avevano le capacità di raggiungere gli stessi ambiziosi obiettivi dei bianchi. Così, tra la comprensibile indifferenza e l’ostilità delle istituzioni governative, fondò, da solo, la National Academy of Science, Space Research and Philosoph, una specie di NASA dello Zambia, che avrebbe dovuto garantire la preparazione e lo sviluppo del suo programma spaziale.

La sede, anche operativa, di questa agenzia, era ubicata in una fattoria abbandonata nei dintorni della capitale Lusaka. Non trovate straordinario tutto questo? Dimenticate per un attimo l’aspetto folle e ingenuamente visionario del progetto del nostro maestro elementare, e lasciatevi coinvolgere dalla grandezza epica del suo sogno. 41 anni dopo, uno che di sogni se ne intendeva, Steve Jobs, in un memorabile discorso agli universitari di Stanford disse: “… siate folli, siate affamati…”.

E Nkoloso, nel senso che indicava il fondatore della Apple, era sicuramente un folle. Il suo progetto prevedeva che, entro un anno al massimo, tutto sarebbe stato pronto per inviare il primo uomo, un Africano, sulla Luna. E subito dopo pensava anche di piantare la bandiera dello Zambia su Marte. Tutto questo utilizzando un razzo di rame ed alluminio.

Anche per quanto riguarda l’equipaggio che sarebbe dovuto sbarcare sulla Luna e su Marte, il programma africano era decisamente originale. L’Amstrong zambiano avrebbe dovuto essere una ragazza africana di 17 anni, di nome Matha. Chissà quale frase si era preparata la giovane donna in previsione del primo passo sulla Luna. I suoi compagni di viaggio, forse perché costava meno addestrarli e occupavano poco spazio, avrebbero dovuto essere due gatti.

La preparazione di questi futuri astronauti africani fu altrettanto originale e folle. Matha e i suoi compagni di avventura si addestrarono, per affrontare i pericoli dello spazio, nella fattoria adibita a centro spaziale. Nkoloso seguiva personalmente la preparazione, e aveva ideato, a causa della inevitabile carenza di mezzi, una serie di esercizi molto fantasiosi. Per esempio, per abituarli agli sballottamenti all’interno dell’astronave, infilava gli aspiranti astronauti all’interno di grossi barili vuoti, di quelli utilizzati per il trasporto del petrolio, e poi li faceva rotolare giù da delle ripide colline. Altro esercizio curioso era quello di farli dondolare su rudimentali altalene sostenute da due alberi. Poi, senza preavviso tagliava una delle due corde, per farli abituare alla sensazione di vuoto in assenza di gravità.

Come potete capire, la mancanza di fondi era il problema principale del nostro simpatico amico. Il governo dello Zambia naturalmente non aveva la minima intenzione di finanziarlo. Senza perdersi d’animo, Nkoloso aveva chiesto agli Stati Uniti, che lui accusava di aver inviato in Zambia un grande numero di spie per rubare i suoi segreti spaziali, una fornitura di ossigeno e di idrogeno liquido, che naturalmente non arrivò mai nel paese africano. Si spinse anche a proporre una richiesta di finanziamento all’UNESCO, di circa 7 milioni di sterline. Il progetto sottoposto ai funzionari, oltre lo sbarco sulla Luna e su Marte, prevedeva anche l’istituzione di un Ministero della Cristianità su Marte ma, come ci teneva a sottolineare Nkoloso, senza imporre con la violenza la propria religione agli abitanti del pianeta.

Il progetto, come c’era da aspettarsi, fu bocciato dall’UNESCO, e l’ex maestro elementare fu costretto a portarlo avanti con i pochissimi mezzi a disposizione. Ma la mancanza di fondi non fu, almeno ufficialmente, il motivo per il quale non abbiamo visto passeggiare Matha sulla Luna. Nkoloso si lamentava spesso della difficoltà che incontrava per imporre la giusta concentrazione agli aspiranti astronauti africani. Diciamo che i gatti preferivano dare la caccia ai topi e Matha preferiva amoreggiare con i suoi compagni di addestramento. Il risultato di questa “mancanza di disciplina” fu che Matha rimase incinta, e fu ricondotta a casa dal padre. Questo diede il colpo di grazia al programma spaziale, che fu rapidamente abbandonato.

E si perse anche il ricordo di questo uomo folle e visionario. Questa storia fu ripresa nel 2012 dalla fotografa spagnola, Cristina de Middel, che realizzò una mostra fotografica, e coniò il nome “Afronauti”.

La nostra storia dei mancati “Afronauti” finisce qui. Vi avevamo avvertiti che sarebbe stata una storia assurda e surreale, ma è assolutamente vera. Liberati dai temibili concorrenti africani, gli Americani riuscirono a portare il loro uomo sulla Luna nel 1969. Nessuno ormai si ricorda più di Edward Mukaka Nkoloso, ma abbiamo creduto fosse giusto farlo conoscere ai nostri lettori. Come dicevamo all’inizio. solo i grandi uomini possono avere dei grandi sogni. E nessun sogno poteva essere più grande di portare una donna africana di 17 anni, addestrata a capriole ed altalena, a passeggiare sulla Luna in compagnia di due gatti. Dovunque tu sia, ti abbraccio forte Edward Mukaka Nkoloso.

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