Dalla testimonianza del Patrono un invito concreto alla fraternità e alla responsabilità nella società contemporanea
Ladispoli, Festa di San Giuseppe: una chiamata a costruire Pace in un mondo inquieto –

di Gian Domenico Daddabbo
Come ogni anno, lo scorso 19 marzo Ladispoli ha onorato San Giuseppe, il suo Patrono. La celebrazione in onore dell’ultimo dei Patriarchi è stata introdotta con la processione, che è partita dalla chiesa parrocchiale del Sacro Cuore. La statua di San Giuseppe, le preghiere e i canti tradizionali animati dalla banda cittadina hanno accompagnato tutto il tragitto fino a P.za Rossellini, dove Mons. Gianrico Ruzza, Vescovo di Civitavecchia-Tarquinia e Porto-Santa Rufina, ha presieduto la Santa Messa assieme a diversi sacerdoti concelebranti, fra loro Mons. Alberto Mazzola, Vicario Generale di Porto-Santa Rufina e parroco di Santa Maria del Rosario, e Don Gianni Righetti, parroco del Sacro Cuore; i cori delle parrocchie della città hanno animato la Liturgia Eucaristica. Nella sua omelia, alla luce del Vangelo del giorno, il Vescovo Gianrico ha sottolineato la saldezza nella fede in Dio di San Giuseppe, soprattutto nei momenti difficili e dolorosi, in virtù della quale a buon diritto il Santo Patrono di Ladispoli è riconosciuto anche come santo delle cause impossibili e dei casi disperati. Se San Giuseppe avesse esposto pubblicamente Maria a motivo della gravidanza, la sua promessa sposa avrebbe ricevuto la pena di morte secondo la legge dei Giudei e il Bambino sarebbe morto con lei; pienamente cosciente di ciò San Giuseppe si sente angosciato, tuttavia non perde la lucidità, infatti con estrema prudenza cerca all’inizio soluzioni umane per salvare la giovane donna, fino a che l’angelo interviene in maniera decisiva. Ascoltando la voce di Dio attraverso l’angelo, San Giuseppe si fida, ritrova la pace e sceglie di andare controcorrente rispetto alle convenzioni e le leggi del suo tempo; porta avanti il suo progetto di vita con Maria, di conseguenza diviene erede dei patriarchi a pieno titolo, in quanto, come Abramo e gli altri che lo hanno preceduto, accoglie il messaggio di Dio e così ritorna al cuore della fede, della Legge di Dio e delle vere tradizioni dei padri, che ha imparate dalla sua famiglia d’origine. Con San Giuseppe, in virtù della sua unione sponsale con Maria, che il Concilio Vaticano II indica come immagine e modello della Chiesa, anche noi, che siamo inseriti nella comunità ecclesiale per il nostro Battesimo, diventiamo eredi a nostra volta delle promesse e custodi della Tradizione, pertanto San Giuseppe, maestro in quanto educatore del Bambino Gesù e discepolo del Signore allo stesso tempo con Maria sua Sposa, diviene modello d’ascolto per ogni cristiano, chiamato a custodire la fede e le tradizioni nel continuo ascolto del Magistero della Chiesa di cui la prima voce è il Papa. La doppia condizione di maestro e discepolo rende San Giuseppe quello che conosciamo: un padre premuroso, capace di coniugare la fermezza della guida paterna con la tenerezza, conseguentemente la Santa Famiglia di Nazareth, di cui San Giuseppe è capo, si rivela esempio eccellente per tutte le famiglie del mondo, dove ciascuno dei membri coopera nell’impegno comune nel lavoro, nelle faccende domestiche, ecc… affinché tutto concorra alla crescita dei figli, destinati a diventare degni cittadini e autentici testimoni del Vangelo, allora sull’esempio di San Giuseppe, icona dell’impegno per il bene comune, ogni famiglia diventa laboratorio di pace. In questo contesto di guerre, dall’Ucraina fino all’Africa, il Vescovo Gianrico ha voluto enfatizzare quest’aspetto, unendosi agli appelli di pace che i suoi confratelli di tutto il mondo hanno lanciato in queste settimane a seguito degli ultimi fatti dell’Iran e del Medio Oriente. Sua Eccellenza ha denunciato la follia e la prepotenza di certi capi di nazioni, che portano avanti guerre in nome d’interessi di parte, schiacciando intere popolazioni. A conclusione della sua riflessione, il Vescovo ha indicato la voce interiore, benevola, paziente, prudente, premurosa e tenera di San Giuseppe, che mai urla o minaccia, come risposta alla prepotenza di quanti scatenano guerre. In questa prospettiva Sua Eccellenza ci ha invitati a chiederci se davvero siamo capaci a renderci segnali d’interiorità, di tenerezza, di condivisione sul modello di San Giuseppe, così da comprendere la chiamata di Dio nella nostra vita a costruire pace e fraternità nella nostra città e nel mondo. Questa domanda c’interpella fortemente a motivo delle immagini di terza guerra mondiale a pezzi, come il compianto Papa Francesco la chiamò in più occasioni, che il piccolo schermo ci trasmette da anni, perciò l’esortazione del defunto Pontefice a non arrenderci alla logica della guerra risuona più che mai profetica oggi sotto il Pontificato di Papa Leone, il Papa che ha augurato la pace al Popolo di Dio subito dopo la sua elezione.












