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Italia in Comune, Pascucci in tour elettorale: ‘siamo tutti sardi’

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Il Sindaco di Cerveteri e coordinatore nazionale di Italia in Comune in Sardegna a sostegno del Candidato Governatore Zedda

Italia in Comune, Pascucci in tour elettorale: ‘siamo tutti sardi’ –

Sono circondato da colline verdi, aspre montagne, case sparse qua e là.

C’è un cielo azzurro intenso con qualche punta di bianco.

Il viaggio è andato molto bene.

Cagliari, Uta, Oristano, Nuoro, Sarule, Olbia, Tempio, Tissi, Sassari, Alghero. Nomi esotici che richiamano i suoni duri di questa meravigliosa gente isolana.

Mentre mi sposto da una tappa all’altra, mi arrivano odori, sapori e colori differenti. Incontri di genti diverse che dai quattro Giudicati si fondono sotto una grande emozione identitaria.

“Noi siamo spagnoli, africani, fenici, cartaginesi,

romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi” diceva Grazia Deledda.

Una terra di forti contraddizioni dove alle imponenti sugherete si oppongono le moderne pale eoliche e di fronte ai muri antichi con le pietre ancora arrotondate si ergono palazzi moderni di vetro e acciaio.

Su tutto però vince la bellezza. Sempre.

Pascucci (IIC) a sostegno del candidato alla Regione Sardegna Zedda

Gli scorci delle città che nascondono ad ogni angolo guizzi di vita; la nebbia che nelle sconfinate valli simula antichi laghi ora non più presenti; il colore del cielo, di un azzurro che acceca, con tutte le sfumature di rosso al tramonto.

Ho ricevuto da questa terra molto di più di quello che ho potuto dare.

“Siamo le ginestre d’oro giallo che spiovono

sui sentieri rocciosi come grandi lampade accese.”

Rimbalzano in me le parole di Grazia Deledda mentre una giovane guida con evidente orgoglio mi racconta la storia del suo popolo, della sua terra, dentro al museo etnografico di Nuoro. Mi mostra le maschere e i vestiti degli isolani e le coperte poi negli anni divenute tappeti. E sento che questa gente appartiene all’Isola. O forse il contrario. E questo mi dà speranza. Una grande speranza.

“Siamo la solitudine selvaggia, il silenzio immenso e profondo,

lo splendore del cielo, il bianco fiore del cisto.”

Mentre sento parlare delle vocazioni indipendentiste e ne comprendo le radici, gli allevatori dell’isola protestano contro il prezzo del latte, troppo basso perché possano sopravvivere.

Bloccano le strade costringendoci a deviazioni che scalano monti e ci regalano paesaggi mozzafiato.

E versano, proprio loro, proprio i pastori, il latte sulle strade.

Quanta fatica sarà costato e che dolore doverlo sprecare così.

Mentre i più anziani mi raccontano come il mestiere rischi di scomparire con le nuove generazioni che non vogliono continuarlo.

E tutti sono concordi che non si può andare avanti così.

Serve un piano strutturale, una visione nuova del mondo.

La capacità, che in Italia sembriamo aver perso, di immaginare il futuro. Di innovare.

“Siamo il regno ininterrotto del lentisco,

delle onde che ruscellano i graniti antichi,

della rosa canina,

del vento, dell’immensità del mare.”

Il mare. Un elemento che è intrinsecamente legato a questo popolo e che ne condiziona l’esistenza.

Il mare, un tempo spaventoso perché da lì venivano i nemici; il mare, che li ha costretti a ritirarsi al centro e a scoprirsi abili allevatori; il mare, fonte di turismo oggi e di ricchezza.

Come travalicare questi confini? Come difendersi da ciò che è altro? Come mantenere la propria identità? Come valorizzarla? Come essere parte di un tutto più grande?

“Siamo una terra antica di lunghi silenzi,

di orizzonti ampi e puri, di piante fosche,

di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta.”

Non ho sentito vendetta qui.

Neanche nelle urla dei pastori mentre versavano sull’asfalto il frutto della loro fatica.

Ma un chiaro senso di rivalsa.

Quello sì.

Come in quei giovani che hanno recuperato l’artigianato tradizionale e lo hanno mescolato con la modernità.

Tappeti fatti da donne di oltre novant’anni immaginati da una designer di neanche trenta.

Antico e moderno, tradizione e innovazione, computer e sughero. Una terra che sa fondere bene e risolvere le contraddizioni.

Giovani che vogliono che la loro storia rimanga intatta e travalichi i confini di quel mare che tutto circonda.

Giovani sardi orgogliosi delle loro origini ma proiettati nel mondo.

“Siamo sardi.” Si chiude così la poesia della premio Nobel Grazia Deledda.

Siamo sardi.

E questo spirito di appartenenza e di riscatto, questo amore travolgente per la propria terra, l’ho ritrovato nei tanti uomini e donne che ho incontrato in questi giorni.

In Massimo Zedda candidato Presidente di questa regione, un amministratore capace sempre disponibile con tutti; nei candidati che stanno mettendo la loro faccia al servizio della nostra lista Sardegna in Comune; nei nostri coordinatori Maurizio Sirca e Antonello Zicconi che corrono senza sosta perché tutto sia fatto a dovere (e che rinunciano a candidarsi in prima persona); negli isolani delle diverse comunità che a orari improponibili sono venuti a riempire tutte quelle sale per ascoltare Federico Pizzarotti e me.

Difficile spiegare questa emozione.

È come poter parlare a tutti di qualcosa che senti dentro, davanti al mondo. Parlare di Cerveteri, di Italia in Comune.

E proporre un nuovo modo di immaginare la politica.

Da qui, da questa terra, può partire un nuovo Rinascimento.

Ne sono certo.

La voglia di opporci alla politica urlata, alla violenza, all’odio, a chi tutti i giorni si fa scherno della nostra Costituzione.

A questo Governo che ha ammazzato il merito e la competenza facendoci credere che stesse opportunità per tutti significasse mandare gente impreparata nei luoghi cardine delle nostre Istituzioni.

Possiamo riappropriarci dei nostri valori, semplicemente votando.

Sono qui e sento questa spinta negli occhi delle persone che incontro.

E tutto questo mentre il Ministro dell’Istruzione schernisce gli insegnanti del sud dicendo che devono semplicemente impegnarsi di più.

Tutto questo mentre il Ministro dell’Interno, scatena i più violenti istinti razzisti criticando la vittoria di un giovane cantante che vince Sanremo. Mahmood, un figlio di Sardegna, anche lui, da parte di madre.

Un isolano.

Come i tanti ragazzi che ho incontrato qui in questi giorni.

Siamo sardi, in effetti, come diceva Grazia Deledda.

Non avevo capito quanto quel verso valesse non soltanto per loro; ma anche per tutti noi che lo leggiamo. In questa isola, madre di Antonio Gramsci e Enrico Berlinguer, ti senti a casa, come se anche tu, almeno per quelle poche ore che passi sul Suo suolo, Le appartenessi davvero. Siamo sardi. Sì, è vero.

In questi giorni forse ancora di più. Tutti noi che ancora coltiviamo la speranza e che lotteremo per realizzarla.

Noi che dai diversi Giudicamenti sapremo unirci pur mantenendo le nostre identità per un progetto più grande.

Siamo tutti sardi.

In fondo, lo siamo davvero.

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