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Dante e le Marche nel 700° anniversario della morte

Dante e le Marche nel 700° anniversario della morte

In occasione del 700° anniversario della morte di Dante Alighieri, nell’ambito della serie on line “Storie delle Marche”, giunto al quarto appuntamento mensile nella piattaforma “Adesso Web”, Ettore Baldetti, deputato della Deputazione di Storia Patria per le Marche, ha tenuto una conferenza dal titolo “Dante Alighieri, Cante Gabrielli e le Marche, ‘quel paese che siede tra Romagna e quel di Carlo’ ”. Il relatore ha inteso levare una voce fuori dal coro delle meritate lodi al ‘Sommo poeta’, padre nonché ancora oggi mentore e testimone universale della lingua italiana, individuando una singolare quanto ingiustificata acrimonia nei versi del Paradiso dantesco dedicati all’eremo di S. Croce di Fonte Avellana (XXI, 106-120), riconducibile all’informazione che l’esule fiorentino, profondo conoscitore delle Marche centro-settentrionali, non poteva ignorare: il podestà eugubino
di Firenze, Cante Gabrielli, che lo aveva condannato all’esilio e al rogo fra il 17 gennaio e il 10 marzo 1302, era un benefattore e protettore del rinomato ente religioso appenninico, con il quale conseguentemente intratteneva rapporti amichevoli. La scelta del Gabrielli – acceso sostenitore del potente papa Bonifacio VIII -, come responsabile semestrale del potere esecutivo e giudiziario del capoluogo toscano, era stata imposta dal fratello del re di Francia, Carlo, conte di Valois e d’Angiò, inviato dal pontefice a Firenze con i suoi soldati per riportare la pace fra le opposte fazioni dei guelfi, ma sostanzialmente per sottomettere militarmente il comune.

Lo stesso papa – indirizzato all’Inferno dal poeta (XIX, 52-117) – approfittò di un’ambasceria presso la Santa Sede, guidata da Dante, per trattenerlo a Roma con strumentali ritardi il tempo necessario per la comminazione della suddetta pena in contumacia.

Dante e le Marche nel 700° anniversario della morte
Dante e le Marche nel 700° anniversario della morte

Agli inizi del Trecento Cante Gabrielli, facoltoso leader dei guelfi di Gubbio e delle Marche centro – settentionali, era signore di Frontone ed aveva ottenuto la podesteria di Cagli, Fossombrone e Arcevia, proprio nei primi anni dell’esilio di Dante, il quale, come ci informa il Boccaccio (Vita di Dante, IV), frequentò in quel tempo l’Urbinate e descrisse nella Commedia il particolare fragore dei tuoni e il ‘gibbo’ cioè la gobba del Monte Catria – in risalto accanto alla cuspide del Monte Acuto – nonché il temporaneo stato di abbandono di Senigallia (Par. XVI, 73-75), come solo un residente in quei luoghi poteva sapere. Tramite un informatore o la presenza dello stesso poeta nella zona, che ospitava numerose sedi o chiese dipendenti dall’eremo di Fonte Avellana, Dante, che oltretutto godeva dell’amicizia di un poeta eugubino, deve aver appreso del legame dell’ente religioso – protetto altresì da Bonifacio VIII – con Cante Gabrielli, il cui ricordo è sicuramente richiamato dall’assonanza del demone ‘Rubicante’, «l’infuocato/l’indemoniato-Cante», significativamente inserito nella bolgia dei dannati per baratteria (XXI, 123), la massima accusa rivolta al poeta. In un contratto del 1312, ritrovato di recente e pubblicato nell’edizione delle fonti di S. Maria di Sitria, monastero prossimo a Fonte Avellana, si cita l’ex podestà fiorentino mentre stipula una compravendita con un pergolese all’interno della sede religiosa, muovendosi quindi personalmente in zona quasi a voler monitorare i luoghi di possibile frequentazione dell’autore dell’Inferno, cantica già edita.

Così si motiverebbe la denuncia dantesca – la quale « convien che si rilevi » – rivolta al ‘chiostro’ avellanita nel XXI canto del Paradiso e fatta pronunciare dal suo stesso santo priore Pier Damiani, le cui notizie biografiche citate da Dante erano per altro reperibili solo a Fonte Avellana. L’accusa, per l’eremo avellanita d’inizio Trecento, di aver oltretutto vanificato la ‘fertilità’ vocazionale, è tanto grave quanto ingiustificata, se si pensa che il priore del periodo dantesco, Giacomo, dirigeva circa settanta confratelli, con parsimonia ed umiltà, ed era già stato scelto in qualità di vicario dal santo priore Albertino, come si rileva nel VII volume delle «Carte di Fonte Avellana».

Per l’occasione si è dato avvio, negli incontri di “Storie delle Marche”, ad uno spazio riservato all’onomastica italiana, cioè all’interpretazione dei nomi di famiglia e dei luoghi più sparuti delle Marche, segnalati altresì dal pubblico.

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