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Cerveteri, l’incredibile storia del Puteale del santuario di Ercole. Ieri finalmente esposto nel Museo Nazionale Etrusco di Cerveteri





Un frammento recuperato dal traffico internazionale, uno custodito nei depositi della Banditaccia, una base riemersa tra la vegetazione: così il puteale di Sant’Antonio è tornato al Museo Etrusco. Restituendo alla città una pagina della sua memoria

di Giovanni Zucconi

Cerveteri, l’incredibile storia del Puteale del santuario di Ercole. Ieri finalmente esposto nel Museo Nazionale Etrusco di Cerveteri

Oggi raccontiamo un’incredibile storia che parte da un magazzino. Da un frammento in travertino conservato nei depositi della Necropoli della Banditaccia. Da un altro frammento finito lontano, nel circuito del traffico internazionale di reperti archeologici. E da una base rimasta quasi nascosta, all’aperto, in un piccolo lapidario invaso dalla vegetazione. Tre pezzi separati. Tre percorsi diversi. Un solo oggetto.

Cerveteri, l’incredibile storia del Puteale del santuario di Sant’Antonio. Ieri finalmente esposte nel Museo Nazionale Etrusco di Cerveteri

È questa la storia raccontata a Cerveteri, nella Sala Ruspoli, durante la conferenza di ieri pomeriggio, “Delfini guizzanti”. Un titolo scelto per richiamare la decorazione del reperto, ma anche per dare un nome a una vicenda che ha molto dell’indagine. La cui conclusione è stata resa possibile dalla grande professionalità e intuito dei protagonisti.

Al centro dell’incontro di ieri, promosso nell’ambito della Notte dei Musei, c’era un puteale. Una vera da pozzo in travertino. Che, in parole povere, non è altro che una balaustra di protezione chiusa attorno al foro di un pozzo. Nel nostro caso si tratta di un arredo di culto proveniente dall’area del santuario di Ercole a Sant’Antonio. Uno dei luoghi sacri più importanti dell’antica Caere. Un oggetto legato probabilmente ai rituali dell’acqua e al culto di Ercole. Un prestigioso reperto archeologico che oggi, dopo anni di dispersione e di frammentazione, lo possiamo finalmente ammirare nelle sembianze originarie.

Cerveteri, l’incredibile storia del Puteale del santuario di Sant’Antonio. Ieri finalmente esposte nel Museo Nazionale Etrusco di Cerveteri

La Sindaca Elena Gubetti ha aperto l’incontro. Accanto a lei, il Direttore del Parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia, Vincenzo Bellelli, il colonnello Paolo Befera del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, l’archeologo Patrizio Pileri, la restauratrice Marina Farina Zingarelli, la soprintendente Rossella Zaccagnini e la professoressa Maria Antonietta Rizzo. Che per anni ha diretto gli scavi proprio nell’area di Sant’Antonio insieme a Mauro Cristofani.

Bellelli ha condiviso subito il senso dell’incontro. Cerveteri, ha spiegato, non deve essere raccontata soltanto come una delle capitali degli scavi clandestini. Quella narrazione va rovesciata. Cerveteri deve diventare, e in parte lo è già, una “capitale della legalità archeologica”. Perché il lavoro fatto in questi anni insieme dal Parco, dal Ministero, dalla Soprintendenza, dagli studiosi e dai Carabinieri, dimostra che la tutela del nostro patrimonio artistico è al centro delle attività delle Istituzioni. È ricerca e indagini. È intuito e professionalità. E, alla fine, è restituzione alla comunità della sua Storia e della sua Memoria. Il puteale presentato al pubblico è proprio il risultato di questa straordinaria sinergia.

La prima parte della storia riguarda il traffico internazionale di reperti. Il colonnello Befera ha ricordato il lavoro del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. Un reparto nato nel 1969 per contrastare il saccheggio del patrimonio italiano. E diventato, nel tempo, un punto di riferimento internazionale. Il problema più difficile, ha spiegato, riguarda i reperti provenienti da scavi clandestini. Perché un’opera rubata ha una denuncia, una provenienza, spesso una fotografia. Un reperto scavato illegalmente, invece, compare dal nulla sul mercato. Viene accompagnato da certificazioni false. Finisce in collezioni private o in grandi musei stranieri.

Per dimostrare che quei pezzi appartengono all’Italia servono prove. E molte di queste prove sono arrivate dagli archivi dei grandi trafficanti internazionali: fotografie, documenti, tracce del mercato clandestino. Nel caso raccontato a Cerveteri, il riferimento è all’operazione legata al cosiddetto “Tesoro di Londra” e alla figura di Robin Symes. Una vicenda lunga, complessa, durata diciassette anni: dal 2006 al 2023. Alla fine, più di 700 reperti di grande importanza sono rientrati in Italia. Tra quei materiali c’era anche un frammento del puteale. Qui comincia la seconda parte della storia. Quella del riconoscimento.

L’Archeologo Patrizio Pileri, del PACT, ha raccontato che il primo incontro con il reperto avvenne nel febbraio 2025, durante un’attività di studio e riorganizzazione dei depositi della Necropoli. In mezzo a ceramiche, frammenti e materiali diversi, l’attenzione cadde su un elemento in travertino decorato. Già questo era un segnale importante. In Etruria, manufatti lapidei di quel livello, e in quel materiale, sono rari.

Poche settimane dopo, Pileri si recò a Castel Sant’Angelo per il ritiro di alcuni reperti assegnati al Parco e provenienti proprio dal sequestro Symes. Lì avvenne quello che lui ha definito un colpo di fulmine. Tra materiali lapidei di età romana, l’occhio si fermò su un frammento che sembrava parlare la stessa lingua di quello visto nei depositi della Banditaccia. Stesso materiale e stessa decorazione. Stesse proporzioni.

Cerveteri, l’incredibile storia del Puteale del santuario di Sant’Antonio. Ieri finalmente esposte nel Museo Nazionale Etrusco di Cerveteri

Le fotografie e le misure confermarono l’intuizione. Il frammento recuperato dai Carabinieri e quello proveniente dagli scavi scientifici di Sant’Antonio appartenevano allo stesso oggetto. Il 30 giugno 2025, dopo una relazione motivata, il frammento fu assegnato definitivamente a Cerveteri. E i due pezzi poterono essere ricongiunti.

Ma la storia non era finita. Nel gennaio successivo, durante altre ricognizioni nelle aree di pertinenza del Parco, venne individuato un ulteriore frammento in travertino con decorazione a onde marine. Anche in questo caso la coerenza con il puteale era evidente. Pulendo l’area dalla vegetazione, fu possibile ricomporre circa due terzi della base. Una base di circa 90 centimetri per 90, con bordo rialzato e decorazione marina. La sovrapposizione materiale tra la vera e il basamento confermò l’appartenenza allo stesso dispositivo rituale.

Il risultato di questa ricomposizione è un oggetto eccezionale. Le vere da pozzo sono comuni nel mondo romano, ma molto più rare nel mondo etrusco. E questa, per materiale e ricchezza decorativa, appare particolarmente importante. È realizzata in un travertino di ottima qualità. La decorazione è raffinata: onde marine, ippocampi, delfini guizzanti, fasce vegetali, volute e piccoli elementi floreali.

Poi c’è il restauro. Marina Farina Zingarelli ha spiegato il lavoro che ha permesso di riunire i frammenti. Non è stato un intervento semplice. Le diverse parti del puteale avevano avuto storie conservative diverse. Il frammento recuperato dal sequestro proveniva da un altro percorso. Gli altri erano conservati alla Banditaccia: una parte in deposito chiuso, un’altra all’esterno. Le lacune poi sono state integrate con malte calibrate, in modo da garantire stabilità e leggibilità senza falsare l’oggetto. Alla fine, il puteale è tornato al Museo Etrusco di Cerveteri. Dove, finalmente, dopo una cerimonia di disvelamento, tutti noi lo abbiamo potuto ammirare in tutto il suo splendore.

Cerveteri, l’incredibile storia del Puteale del santuario di Sant’Antonio. Ieri finalmente esposte nel Museo Nazionale Etrusco di Cerveteri

Nel corso della conferenza, Maria Antonietta Rizzo ha ricostruito la storia degli scavi di Sant’Antonio, iniziati nel 1993. Il santuario di Ercole ha restituito materiali straordinari: ceramiche attiche di altissima qualità, come la Kylix di Eufronio. Ma anche elementi architettonici, frammenti legati al culto di Ercole, cisterne, fonti sacre. Tutte testimonianze di una frequentazione molto lunga.

Il puteale, secondo la ricostruzione della Rizzo, proviene da una cisterna collegata all’ultima fase del tempio, tra IV e III secolo avanti Cristo. In questo contesto, tra scavi legali e scavi clandestini, il puteale esposto adesso nel nostro museo diventa un importante tassello per ricomporre altre storie di recupero di reperti archeologici portati clandestinamente all’estero. Perché molti dei materiali dispersi, sequestrati, recuperati o oggi conservati in musei stranieri potrebbero provenire proprio da Sant’Antonio. Non provenire genericamente da Cerveteri. Ma, come affermato con decisone da Bellelli, proprio da quel santuario. Dalle sue strutture. Dai suoi apparati decorativi. Dalla sua storia interrotta dagli scavi clandestini. Per questo “Delfini guizzanti” non è stata soltanto una conferenza archeologica. È stata il racconto di una restituzione che può fare scuola. Di un oggetto che è tornato finalmente al suo contesto. Di una comunità che può finalmente riconoscere come proprio un frammento della sua memoria.

Come è stato affermato dalla professoressa Rizzo, non tutto ciò che è stato disperso potrà essere recuperato. Non tutte le ferite aperte dagli scavi clandestini potranno essere sanate. Ma questa incredibile storia dimostra che qualcosa si possa ancora fare. Con lo studio e con l’occhio esperto degli archeologi, oltre che con le indagini pazienti degli investigatori. E, soprattutto, con la collaborazione tra Istituzioni.

E si deve continuare questa attività di recupero. Con sempre maggiore forza e convinzione. Perché i reperti non sono soltanto dei meravigliosi oggetti antichi. Sono pagine di una storia comune. Quando tornano a casa, non rientra soltanto un oggetto. Rientra un pezzo di Cerveteri.