Cerveteri

Marina di Cerveteri, a via Luni la ceramica diventa incontro, amicizia e comunità: “Qui si viene per creare, ma soprattutto per stare insieme”





di Giovanni Zucconi

Marina di Cerveteri, a via Luni la ceramica diventa incontro, amicizia e comunità: “Qui si viene per creare, ma soprattutto per stare insieme

Marina di Cerveteri, a via Luni la ceramica diventa incontro, amicizia e comunità: “Qui si viene per creare, ma soprattutto per stare insieme”

C’è un luogo, a Marina di Cerveteri, dove la ceramica non è soltanto argilla da modellare, colori da scegliere od oggetti da portare a cuocere in un forno. È anche un modo, una scusa, per uscire di casa. Per rimettersi in moto e per incontrare altre persone. Un modo per sentirsi utili e trovare ascolto.

Nella sala polivalente di via Luni, a Marina di Cerveteri, tre anni fa, è nata una bellissima esperienza portata avanti, gratuitamente, dalla Pro Loco. Un gruppo di persone che si ritrova per lavorare la ceramica, imparare, scambiarsi idee e costruire relazioni. Non è solo un laboratorio creativo. Dalle parole dei partecipanti che abbiamo intervistato emerge qualcosa di più profondo: un luogo, un’esperienza, che combatte la solitudine, che tiene allenata la mente, che rimette in moto le persone e che trasforma un oggetto in un gesto di memoria, di affetto e di condivisione.

Di seguito l’intervista che abbiamo fatto a Piero Giacomini, il Presidente della Proloco di Marina di Cerveteri, e a Leonardo Zaniboni, uno dei più attivi e convinti partecipanti a questa esperienza.

A proposito… Avrebbero bisogno di un piccolo tornio per fare dei lavori sempre più belli. Chissà se riusciranno a coronare il loro piccolo sogno.

Cominciamo a raccontare questa realtà, e a spiegare come funziona

 “Questa dove ci troviamo si chiama sala polivalente. Nel senso che questa sala viene assegnata alle associazioni registrate al Comune di Cerveteri. Noi, come Pro Loco di Marina di Cerveteri, prendiamo questa sala per fare in modo che ci possa essere un incontro culturale. In particolare, per quanto riguarda la realizzazione di oggetti in ceramica. Naturalmente tutto a titolo gratuito. Non bisogna fare nessuna tessera per la Pro Loco. Lo facciamo gratuitamente. La Pro Loco, ogni tre mesi, paga l’affitto per questa sala. Naturalmente i materiali sono a carico dei partecipanti. Che si possono portare a casa i lavori che realizzano.”

Come viene messa a disposizione la sala è chiaro. Ma come è nato questo gruppo di ceramica?

“Questo gruppo va avanti già da due o tre anni. Mia moglie è appassionata di ceramica, fa queste cose da tanto tempo. E mi disse che le sarebbe piaciuto fare questa esperienza. Non per guadagnarci, ma per dare a qualcuno la possibilità di stare insieme, di incontrarsi. Per fare incontrare persone che magari stanno a casa, non sanno che fare, e si annoiano. Il gruppo di ceramica è nato così.”

Quante persone siete? E chi può partecipare?

“Saremo 13, 14 persone. Ma non è affatto un gruppo chiuso. No, assolutamente. Se dovesse venire qualcuno, magari legge sul vostro giornale che ci siamo, venga pure. Ci farà piacere. Dal bambino fino all’adulto, non ha importanza. Per noi è soltanto un’iniziativa per stare insieme. Per fare qualcosa che ci piace e per avere anche la soddisfazione di dire: “bene, mi sono portato a casa il piattino che ho fatto io. Lo attacco al muro, ed è mio”.”

Ma qui si arriva già un po’ preparati o si può imparare anche da zero?

“Si può imparare tranquillamente da zero. Io, per esempio, la ceramica non la conoscevo. Ho saputo che c’era questo posto, me l’hanno descritto come un posto meraviglioso, ed effettivamente lo è. Ho imparato qui, passo per passo. Un po’ alla volta. Mi hanno insegnato le varie cose che devono essere fatte. Ho sperimentato per conto mio. Ho visto gli errori, ho modificato le cose, ho chiesto consiglio. Tutto questo mi è stato permesso partecipando a questo gruppo di persone splendide. Persone che volevano stare in compagnia, e davano il meglio di loro stesse. La ceramica, a volte, è quasi una scusa per stare insieme. Sì, la scusa è stata la ceramica. Ma poteva essere qualsiasi altra cosa.”

Quindi quello che unisce questo gruppo, non è solo la lavorazione dell’argilla

“No. Poi nascono le amicizie. Si crea il gruppo. La persona che è passata prima, per esempio, abita qui di fronte. Ha visto che era aperto, ha capito che c’era qualcosa, e si è affacciata. Questo gruppo, per me, è stato proprio un’oasi in mezzo a un deserto. Purtroppo ,a Cerveteri non è che facciano tanto per aiutare le persone di una certa età. Qui invece ho trovato la possibilità di poter accedere, di poter essere capito, di poter dare anche un mio contributo. Perché io avevo una mia esperienza e l’ho condivisa con piacere. Quando vedevo certe persone che facevano certe cose dicevo: “guarda, non si fa così, si fa così”. Ed è questo il bello.”

Abbiamo capito che creare oggetti è spesso una scusa per stare insieme e per creare amicizie. Ma cosa rappresenta oggi, per voi, la ceramica?

“La ceramica non si finisce mai di imparare. E questo l’ho capito subito. La ceramica è solo l’inizio di un percorso. È l’inizio dell’estetica. E quindi l’inizio della bellezza. È l’inizio del saper valutare le cose. Ma principalmente è la possibilità di stare insieme. Io, che pure la ceramica non la faccio, sto qui lo stesso. Porto il computer, faccio altre cose, ma sto qui. Perché il gruppo mi piace. Stare in gruppo è importante.”

Questo gruppo ha quindi anche finalità che potremmo definire terapeutiche?

“Sì, sicuramente. Intanto perché, come dicevamo, lo facciamo per la mente e per muoverci. Poi perché qui uno viene, si scambia i saluti, passa due ore, due ore e mezzo la mattina, dalle nove alle dodici, porta anche i pasticcini, mostra quello che ha fatto il giorno prima. È un appuntamento. Un appuntamento che fa bene. E poi c’è anche un’altra esperienza da condividere. Ci hanno chiesto se fosse possibile fare la ceramica anche con ragazzi di un centro di salute mentale. Ci stiamo lavorando. Non è facile organizzarla, perché devono essere accompagnati, però ci stiamo lavorando. Anche questa è una progettualità che ci piacerebbe portare avanti”.

Qual è la cosa più bella che avete realizzato con la ceramica?

 “Guarda, per me la cosa più bella è guardare gli altri che la fanno. Vedere come la realizzano. Vedere l’occhio, l’anima, il cuore che viene messo lì sopra. Che poi passa nelle mani e fa nascere una cosa. Quello è bellissimo. Io molte volte mi fermo e guardo gli altri. Vedo che cosa stanno facendo. E anche loro vengono dietro alle mie spalle e guardano mentre io faccio ceramica. Questa è la cosa più bella.”

Potete fare degli esempi di cose che realizzate qui dentro?

 “Facciamo di tutto. C’è chi fa bassorilievi. Chi dipinge sulla ceramica. Chi lavora piatti, figure, oggetti decorativi. Il colore, per esempio, non è una cosa che si improvvisa. Il colore è già dentro l’oggetto che stai facendo. Tu immagini già dall’inizio tutto il lavoro finito. Tutto lo svolgimento dell’opera. Poi vai avanti, crei, alla fine dipingi e poi lo vedi fatto. Io, per esempio, ho fatto due egiziani, poi un piatto da portata per fritture con il pesce pagliaccio, che deve ancora fare la prima cottura. Il cosiddetto biscotto. Poi si dipinge, e poi si mette nella cristallina che fa brillare tutto. Poi si cuoce di nuovo”.

Nel gruppo ci sono delle gerarchie? C’è chi insegna e chi impara?

“No. Non ci sono gerarchie. Non ci sono bravi e meno bravi. Ognuno porta qualcosa. Uno magari fa una cosa bellissima, e io resto a bocca aperta. Un’altra volta succede il contrario. C’è chi ama lavorare in un modo, chi in un altro. Però ci si scambiano sempre le esperienze. Se uno dice “guarda che qui, se facciamo così, sarebbe meglio”, nessuno si offende. Non c’è quello che dice: “statti zitto, insegno io”. No. C’è un gruppo di amici. Io qui dentro ho trovato un gruppo di amici che non conoscevo, e non potevo sapere che ci fossero”.

Come e perché nasce l’idea di realizzare un particolare oggetto?

“Ci sono oggetti che non nascono per esporli in una mostra. O a casa nostra. Nascono come memoria, come ricordo. Ma soprattutto come amore. Lo fai per lasciarlo a qualcuno. C’è stata, per esempio, una signora che conosco e che mi ha detto: “il mio gatto è morto, mi puoi fare un gattino?”. Dopo che ho realizzato la prima fase della realizzazione del gattino, le ho chiesto di accarezzare la schiena. Di chiudere gli occhi, di sentire la spina del gatto. Lei l’ha visto e si è messa a piangere. Poi mi ha detto che lo voleva nero, perché il suo gatto era nero. E allora sarà nero. Prima però deve essere cotto, poi colorato, poi deve fare la cristallina”.

Come vi organizzate con gli strumenti e le spese?

 “Gli strumenti sono personali. Ognuno porta quello che ha. E naturalmente quello che ha può essere usato anche dagli altri. Noi siamo autofinanziati. Quando si fanno spese per comprare la creta o altro, si divide tutto. C’è una piccola cassa comune. Poi la cottura dei pezzi, se uno porta il suo cavallo, il suo gatto, il suo oggetto, è una spesa personale. Perché quel pezzo poi se lo porta a casa.”

Che cosa vi piacerebbe avere, e che invece non avete?

“Qualcosa servirebbe. Per esempio un tornio. Sarebbe bellissimo poterlo avere a disposizione. Ma soprattutto un forno elettrico. Da usare solo quando siamo presenti.”

L’intervista finisce qui. Quello che credo sia emerso chiaramente è che a via Luni, nella sala polivalente, non si lavora soltanto la ceramica. Si lavora anche il tempo, la solitudine, l’amicizia, il bisogno di stare insieme e di imparare. E da quelle mani che modellano argilla, piatti, figure o ricordi, prende forma qualcosa che va oltre il l’oggetto di ceramica finale: una piccola, grande, comunità.