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Ladispoli, dal 3D alla memoria storica: Marco Mellace incontra Biagio Macera, custode di una tradizione che resiste dal 1958





Un pomeriggio d’inverno alla Barberia Cesarino: l’intervista

Ladispoli, dal 3D alla memoria storica: Marco Mellace incontra Biagio Macera, custode di una tradizione che resiste dal 1958 –

di Marco Di Marzio

Fuori la pioggia cade sottile e insistente, trascinata da un vento freddo che attraversa Ladispoli e ne svuota le strade. È uno di quei pomeriggi d’inverno in cui l’umidità entra nelle ossa e il cielo basso sembra schiacciare i pensieri. Le saracinesche sono abbassate, i passi rari, il mare – poco distante – si intuisce più che vedersi.

Dentro la Barberia Cesarino, invece, l’atmosfera è completamente diversa. Il caldo del locale appanna leggermente i vetri, il rumore della pioggia si attenua, lasciando spazio al suono familiare delle forbici e alle voci che si rincorrono da decenni. L’odore di dopobarba è quello di sempre, rassicurante, e sulle pareti si legge la storia di una città intera.

È qui che Biagio Macera, barbiere “vecchia maniera”, accoglie da oltre mezzo secolo generazioni di ladispolani, offrendo molto più di un semplice taglio di capelli: un rifugio dal tempo che corre e dal freddo che batte fuori.

Da cliente abituale, ma soprattutto da figlio di questa città, Marco Mellace, conosciuto a livello internazionale come Flipped Prof, ha voluto incontrarlo proprio in un pomeriggio come questo. Per un giorno si improvvisa giornalista, con l’intento di rendere omaggio a un uomo e a un mestiere che rappresentano un pezzo autentico dell’anima di Ladispoli, raccogliendo la sua voce in un’intervista che si inserisce nel solco di quelle realizzate negli anni, ma con uno sguardo personale, intimo e riconoscente.

Siamo nella Barberia Cesarino, attiva dal 1958. Siamo con Biagio Macera, titolare dell’attività. Sessant’anni di storia che però si dividono in due grandi momenti. Ci racconti questi “intermezzi”.

Io sono entrato qui grazie a mio padre, Cesarino, che aprì l’attività nel 1958. Dopo di lui portarono avanti la barberia i miei fratelli: prima Gaetano, poi Nunzio, che è stato il mio vero maestro. Se devo dire da chi ho imparato il mestiere, è stato lui. Io sono qui dentro dal 1974–1975. Ho cominciato da ragazzino, proprio come si faceva una volta: ragazzo di bottega, ragazzo spazzola. Piano piano, con gli anni, mio fratello mi ha insegnato il mestiere vero del barbiere.

Hai vissuto oltre cinquant’anni di cambiamenti. Com’era il mestiere quando hai iniziato e come lo vedi oggi?

Quando sono entrato io, nel 1975, era tutto diverso. Era dura. A Ladispoli c’erano pochi barbieri, ma bastavano per la cittadinanza di allora. Parliamo di dodici, tredici, quindicimila persone al massimo. Oggi invece siamo diventati pure troppi: barbieri, parrucchieri, attività nuove. Il paese è cresciuto, ma il mestiere si è trasformato tantissimo.

Biagio Macera mostra la targa al merito ricevuta nel 2018 dal Sindaco di Ladispoli Alessandro Grando

E la tua clientela? Com’è cambiata nel tempo?

La mia è soprattutto clientela ladispolana, storica. Ci sono clienti che vengono da me da quarant’anni, cinquant’anni. Poi ovviamente arriva anche clientela nuova: il tempo passa, la vita va avanti, è naturale. Direi una clientela medio-alta, ma soprattutto affezionata. Qui non vengono solo per il taglio, vengono per stare, per parlare, per sentirsi a casa.

Dopo tutti questi anni, c’è ancora passione? Ti piace ancora fare questo mestiere?

Sì, sì, assolutamente sì. Finché avrò forza nelle mani e terrò queste forbici, io starò qui dentro. Questo non è solo un lavoro, è una parte di me.

Come vedi i giovani barbieri di oggi e il modo moderno di fare questo mestiere?

Anch’io sono stato giovane, eh. Anche noi avevamo le nostre mode, ma non erano come oggi. Oggi è un altro modo di fare il barbiere. Per me il barbiere è quello che taglia con le forbici, che sa lavorare il capello. Oggi, senza macchinetta, molti non saprebbero lavorare. Ma non giudico, sia chiaro. I tempi cambiano. Le scuole oggi insegnano questo: macchinetta uno, due, tre, quattro… Una volta iniziavi spazzando per terra, pulendo, osservando. Quando il cliente si alzava, passavi la spazzola per togliere anche l’ultimo capello. Era un’altra scuola, un’altra formazione. La modernità ha portato questo, nel bene e nel male.

Un messaggio che vuoi lasciare ai giovani che vogliono intraprendere questo mestiere?

Ai giovani dico solo una cosa: il barbiere non è un mestiere che finisce. Non è una moda che passa. Il barbiere, quello vero, durerà sempre. Se fatto con rispetto, passione e sacrificio, questo lavoro non morirà mai.

Per chiudere, un ringraziamento.

Il mio ringraziamento va ai miei clienti, a quelli di sempre e a quelli nuovi. A tutti quelli che mi hanno seguito in questi anni, che mi hanno voluto bene. Ringrazio Ladispoli, la mia città, e tutte le persone che mi hanno dimostrato affetto. Grazie di cuore.