Insignito del 9° Dan e già Cavaliere della Repubblica, Stella D’Oro e Medaglia d’Onore al Merito sportivo dalla FIJLKAM, Alfredo Monti, oggi ottantosettenne, si racconta, ripercorrendo i punti salienti di una carriera che dura da 70 anni
Ci sono storie che meritano di essere raccontante, eccellenze nascoste alla luce del sole, personalità uniche che ci sfiorano ogni giorno in coda al supermercato o al bancone di un bar e che vivono proprio qui, sul territorio di Ladispoli.
87 anni all’anagrafe e San Lorenzino doc, anche se nato a Campo Dei Fiori, Alfredo Monti è una vera e propria icona del judo italiano ed è stato recentemente premiato con il 9° Dan. Un riconoscimento che sancisce il suo contributo alla crescita della disciplina nello Stivale, un rapporto che dura ormai da circa 70 anni. La premiazione si è svolta sabato scorso, al Pala Pellicone di Ostia quando Monti, tra le altre cose 5 volte campione italiano, ha ricevuto la sua cintura ROSSA, impreziosita dalle parole del Presidente della FIJLKAM: “[…] Il conferimento attribuito rappresenta il più alto e prestigioso riconoscimento sportivo che corona e onora, nella maniera più degna, le Tue indiscusse capacità tecniche, professionali ed umane, la Tua lunga militanza sportiva e la Tua dedizione verso la Federazione […]”.
Ricostruire la sua storia non è stato semplice, ma gli aneddoti e la vividezza del racconto hanno restituito il quadro di un mondo diverso, di una realtà in costruzione dove tutto era in divenire. Qualche delusione, ma tanti successi, una VALANGA per riprendere quella serie di medaglie conquistate dal judo femminile degli anni ’80 di cui proprio Monti fu traghettatore.
Partiamo dall’inizio. Come inizia il rapporto con il judo?
“Arrivavo dal ciclismo, conquistando il 1° posto ai Campionati Italiani di Inseguimento su Pista da Esordiente ma una volta passato su strada, dovetti smettere. Avevo avuto la fortuna di conoscere i più grandi da Fausto Coppi , Vittorio Adorni e Francesco Costantino, recordman del mondo sulla 5km, con cui sono rimasto in contatto. Dopo un breve periodo in cui mi sono dedicato al pugilato, ho scoperto il judo per caso. C’era un signore che sulla giacca portava un distintivo giallo ed ogni mattina passava davanti al negozio di fiori, a San Lorenzo, di proprietà della mia famiglia, incuriosito gli chiesi cosa fosse e mi rispose che si trattava di una nuova disciplina giapponese che stava prendendo piede in Italia, invitandomi a provarla. Iniziammo in una cantina, a via Corvisieri, lo spogliatoio non esisteva, avevamo un bagno con un tubo e un secchio bucato per la doccia fredda, da quella cantina uscirono tanti Campioni. Ho iniziato tardi, ma avevo le gambe forti del ciclismo che mi hanno dato una mano. Così, con i miei cugini, ho iniziato la carriera judoistica”.
Parliamo proprio degli albori
“Non c’erano tante realtà nel Lazio ai tempi e più in generale in Italia”.
Come atleta che risultati hai raggiunto
“Tra le diverse competizioni, posso dirti che ho vinto 4 titoli italiani(due Assoluti), una Coppa Italia cinture Nere, ho raggiunto un 2° posto ai giochi del MEC (Mercato Comune Europeo ndr) , ho vinto il titolo di Campione d’Ungheria, due 5 posti ai Campionati Europei di Hassen e Losanna, 1° al Gran Premio Internazionale di Cortina, battendo il Campione d’Europa Krainovic(ex JUG) E 1° al Gran Premio Internazionale D’Italia” e tante volte a Podio, sia in Italia che all’Estero.






Hai avuto un’ascesa molto rapida
“Sì, anche perché ho iniziato a 18 anni. Sono titoli che ho vinto gareggiando sottopeso, in campo internazionale offirvo 9 kg, non c’era la mia categoria (86 kg)e dovevo misurarmi con i 95 kg”.
Quando ti sei ritirato?
“Sono stato titolare nella Nazionale Italiana dal 1963 al 1970. Continuavo ad allenarmi ed a gareggiare. Nel ’72 ebbi un infortunio grave alla gamba, durante le qualificazioni per i Campionati Italiani, il piede rimase bloccato tra due materassine ed il ginocchio si girò. Il fisioterapista Isaia, lo rimise apposto, fasciandolo stretto, Luciano DI Palma mi prese sulle sue spalle e mi portò fino al tatami. Feci la Finale con Gherardo La Francesca e vinsi”.
E poi?
“Poi è iniziato un periodo di transizione e di affiancamento con i diversi allenatori, chiaramente la Federazione non voleva perderci e diventai un insegnante. Nel ’71 sono arrivato a Ladispoli ,chiamato dallo Shiro Dojo di Gianfranco Ranucci. Da quella realtà locale, sono usciti dei veri e propri campioni. Erano tutti ragazzi che lavoravano, facevano i contadini, i manovali, ma erano veramente molto bravi al punto che la nazionale italiana maschile, guidata da Masami Matzushita, veniva ad allenarsi da noi , a Ladispoli, perché eravamo l’unica scuola con atleti in grado di tener loro testa. Era una Nazionale fortissima, formata da Atleti P.O. che fecero medaglia alle Olimpiadi, Mondiali, Europei(Gamba, Mariani, Vecchi, Rosati). Dallo Shiro Dojo sono usciti campioni del calibro di Marcello Landi (campione Assoluto D’Italia) Dino Ubaldi (vincitore della Coppa Italia), tutti atleti che hanno avuto una grande carriera. A prescindere dal fatto che la squadra fosse stata smantellata, perdendo appunto Landi preso dalle Fiamme Gialle, Ubaldi Dino dai Carabinieri, arrivammo terzi al Campionato Italiano a squadre, dietro proprio alle Fiamme Gialle ed ai Carabinieri ma eravamo la prima squadra di civili. Uno squadrone che vinse anche il “Guido Sieni”, gara internazionale, dove i ragazzi sconfissero la nazionale Cubana. Fantastici ragazzi, Fabrizio Troiani, Gino Galati, Fioravanti Gianfranco, Fioravanti Sandro, Pierpaolo Ranucci, Lilli Silvio, Zuccante Marco, Morgantini Stefano, Morelli Mauro, Landone. Oggi, sono tutti uomini adulti, ma mi chiamano ancora Maestro e, alla fine, questo rapporto è la cosa più bella dello sport”.
Negli anni ’80, però, arriva la svolta
“Diciamo che i ragazzi da Ladispoli si trasferiscono a Roma dove, a quel punto sono tornato anch’io. Mi sono occupato della nazionale juniores, della rappresentativa regionale e ho collaborato con Franco Natoli e Maria Belloni, che seguivano la nazionale femminile. Purtroppo, una tragedia ha colpito Natoli e fù cosi che Maurizio Genolini , ai tempi Presidente, mi nominò allenatore”.

E lì nacque la valanga rosa
“Io volevo fare i maschi, ma ci fu veramente un exploit. Nel 1980 arrivò il primo risultato di rilievo dalla storia del judo italiano, Margherita De Cal diventò la prima Campionessa Mondiale in assoluto. La Nazionale azzurra in quel mondiale chiuse al 3 posto per Nazioni, conquistando 1 oro, 2 argenti ed un 5 posto”.
[La formazione: 48 De Novellis 2 class., 52 Montaguti, 56 Fontana, 61 Di Toma 2 class, 66 Fiorentini 5 class, 72 Amerighi, +72 De Cal 1 class]
“Seguirono una quantità veramente incredibile di medaglie europee e mondiali”.
Tornei Olimpici: allenatore in seconda
Bronzo a Montreal ’76, Oro a Mosca ’80, Argento a Los Angeles 84
Campionati Mondiali:
2 Ori ’80 e ’84 , 3 Argenti ’79 e ’80, 6 Bronzi ’75-’79-’81-82
Campionati Europei:
11 Ori, 17 Argenti, 22 Bronzi
Giochi del Mediterraneo:
4 Ori, 2 Argento, 1 Bronzo
Finisce l’avventura con la nazionale e torni a Roma
“Mi dissero che ero troppo vecchio e poi chiamarono uno di sei mesi più giovane (ride). Ma, a Roma, divenni allenatore delle Fiamme Oro che avevano lasciato Napoli, cambiando la sede. Erano ragazzi incredibili e per me fu un onore essere l’unico civile, ad oggi, ad averle allenate. Tra quei ragazzi c’era Maddaloni che poi vincerà l’oro a Sidney”.
Non abbiamo parlato di Olimpiadi
“Da atleta non sono mai riuscito a partire. A Roma ’60 il judo non c’era ancora poi tra infortuni e permessi lavorativi, non ho mai potuto partecipare. Ci sono riuscito più tardi con mia grande soddisfazione da allenatore. Dopo un periodo in Libia e Siria, per un lavoro che rientrava nel progetto della solidarietà olimpica, andai ad allenare Malta. Ad Atene 2004 arrivammo con questa ragazzina di 18 anni e fu un risultato enorme per i maltesi”.
Negli anni 2000 però ti dedichi anche alla docenza
“Mi richiamano a Roma e, nel frattempo, inizio una serie di collaborazioni, realizzo dei seminari in giro nelle università italiane ed estere, affiancato dal fisico nucleare e Professore in biomeccanica dello sport, Attilio Sacripanti, per spiegare la dinamica delle tecniche del judo, su tutte l’Uchi Mata che è rimasta la mia tecnica”.
Fino ad arrivare a questo riconoscimento
“Nel 2002, l’unione Europea mi ha conferito il 7° Dan internazionale, nel 2011 il Presidente Matteo Pellicone, l’8° DAN e sabato ho ricevuto il 9° DAN, proprio dalle mani di quelle ragazze che ho allenato tra cui la Di Toma, direttore tecnico delle nazionali fino allo scorso anno e che venne definita dall’Equipe, negli anni ’80, come la migliore judoka a livello tecnico e la Campionessa Mondiale Maria Teresa Motta, conferitomi dal Presidente Domenico Falcone”.
Cosa hai provato?
“Sicuramente mi ha fatto piacere, ma, in realtà, ho anche pensato: era ora”.














