In un testo di Angelo Alfani, la ricerca di questa pianta spontanea e coltivata da duemila anni
L’abbecedario dello spariciaro: la stagione degli asparagi –
di Angelo Alfani
Germinale è sopraggiunto e con lui hanno fatto capoccella gli asparagi.
Ortaggio coltivato ed utilizzato dagli Egizi ed in Asia Minore da duemila anni, poco considerato nel mondo greco faceva invece impazzire quei vizziatoni di imperatori romani. Ne erano così ghiotti al punto da aver fatto costruire delle apposite navi per trasportarli, navi denominate asparagus.
I cervetrani sempre più confusi e distanti dalle frivole e disarmanti annunciazioni dei mestieranti della politica ,non ci stanno a pensare un secondo di troppo pe’ andassene a sparici.
E’ una consuetudine che tengono fin da ragazzini seguendo le orme dell’esperto spariciaro, quasi sempre il padre o lo zio, tramandandosi i postarelli che nessuno dovrebbe conoscere, ma che in molti conoscono.
Il primo vagito dello spariciaro cervetrano, il suo battezzo, avviene solitamente a Pasquetta, appena appresso al pranzetto.Consiste spesso in un zigzagare sconclusionato tra tumuli e tumuletti, i roveti dei Rimissini, o inciampicando lungo il letto asciutto dei canaloni inguattati tra lecci, querce, rare sughere ed erotici buzzaraghi.
Col passare degli anni, divenuti esperti ed accorti, si vestono alla bisogna:guanti leggeri, giacconi e pantaloni dalle ampie saccocce tanto da sembrare mercenari della Wagner, stivaloni di gomma, bastone lungo per smucinà e allontanare gli inciampi infrattandose nelle macchiette di roverelle, di pungitopo, di inospitali (per gli umani)biancospini, tappaculi ed ancora più intricati roghi di more e rose canine.
Sanno come fasse lo stradello in quell’intrigo, simili a cinghiali inseguiti da ‘na canizza sbavante.
Col passare del tempo si abituano a muoversi lungo le spallete a solina, non in fila indiana ma a raggiera, indirizzando l’occhio in basso: perché il problema non è dove stanno le asparagine, ma vedelli sti sparici, senza sguerciasse.
Avvistati, spezzarli a lungo senza carpirli e ammazzettalli con un giovane e flessibile ramo di ginestra, insaccocciandoli a testa in su’.
Ci si ricorda di non essere ingordi e lasciare che quelli appena sortiti alla luce, possano crescere grazie alla prossima pioggerella.
I consigli generali per anna’ a sparici sono semplici e di facile digestione:andarci sul tardi per evitare la guazza, ma non tanto tardi se no arrivi due; non andare a sprecare tempo verso la Necropoli e zone limitrofe: una no-asparagi-zone, un interregno in cui i guardiani, raccoglitori compulsivi, te li lasciano incartati su una foglia di rosmarino.
Peggio ancora se cominci a trovare le sgarufate tutto a torno alla asparagina divelta: “Altro che spinose, qui ce so’ passati li stragnieri. Inutile addannaccese, mejo spostasse da qui” è la giaculatoria, luogo comune oramai, a cui si lasciano andare da più di un decennio gli spariaciari locali.
Ma soprattutto hanno capito che bisogna smettere di andarci quando il caldo li ha già fatti spigare col rischio de trovasse tra le mani capoccioni di vipera e asprosordi, quanto far visita ai nostri vecchi nelle “case di cura” in ‘sti tempacci.
‘Oddio una vipera!’ si sente urlare tra le macchie, ma quasi sempre si tratta di un ragano o di una sinuosa fienarola.
Le giornate negative terminano sempre con l’ammucchiare i pochi asparagi in un unico striminzito mazzetto che viene regalato all’ospite: ‘Tiè piatelo tu ’na frittatina te ce scappa! Giusto ‘na frittatina’.
Ricordo con nostalgia innumerevoli primi pomeriggi ancora rinfrescati da zefiro che faceva ondeggiare lussureggiante erba, campi di margherite e camomilla ed ancor rari papaveri, su quella lingua di tufo che si allunga, stringendosi vieppiu’ sul lato del fosso della Maddalena, conosciuta come monte Abbadoncino: pigra distinzione del notorio monte Abbadone.
Un gruppetto di ragazzini seguivano zio Giovanni, disponendosi a cerchio intorno alla macchietta, poco distante dallo splendido tumulo dal lungo dromos, circondato da asfodeli e ginestre.
Tumulo, che la Divina Provvidenza ha salvaguardato da barba e contro barba che va così di moda dalle parti della Banditaccia, lasciandolo verdeggiante e difficile da ri-profanare, da orde di turisti che non lasciano altro che segni inequivocabili di passaggi militareschi.
“Entrate dentro distanziati, non passate nello stesso posto che se perde tempo e basta” è il primo e fondamentale consiglio di Giovanni.
Le raccolte più proficue avvenivano l’anno dopo incendi che fertilizzavano il terreno e rendevano visibili, anche agli occhi dei più becalini, gli asparagi.
La pratica, divenuta consueta negli ultimi anni, di venderli ai merciaioli è visto come un accidente, il comprarli una bestemmia: vanno trovati!
L’asparago, così come il carciofo, è un piatto da cuoche non micragnose, lo scarto deve essere consistente: “Ma sta frittata l’hai fatta co li zeppi?!”
Gli asparagi sono così compenetrati nella cultura locale che due espressioni sono ancora oggi in uso: “Guarda quel seccardino come s’è fatto lungo lungo tutto ‘n botto: cresce come ‘no sparicio!” e: “Fija mia è ora che vai a fatte li capelli da Pietro il parrucchiere:ci hai ‘na capoccia che me pare ‘na spariciara!”
















