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Giuseppe Garibaldi auspicava per l’Italia una dittatura prima dell’avvento definitivo della Repubblica





Giuseppe Garibaldi auspicava per l’Italia una dittatura prima dell’avvento definitivo della Repubblica

di Giovanni Zucconi

Chi non conosce Giuseppe Garibaldi? È l’Eroe italiano per eccellenza, il Rivoluzionario sempre pronto a combattere, in tutto il mondo, per l’affermazione della Libertà e delle idee repubblicane. È sicuramente uno degli Italiani più conosciuti e stimati nei cinque continenti. Già in vita uscirono biografie e libri su di lui. Anche, e soprattutto, pubblicati all’estero. Una specie di rock star dei nostri giorni. Amato dal popolo e ammirato, anche se temuto, dai potenti di mezzo mondo. Tutto questo già molto prima della sua avventura con i Mille. Siamo un po’ esagerati? Non direi. Considerate che è stato, per esempio, ufficiale di sei eserciti nazionali diversi. È stato Comandante della Marina nella Repubblica del Rio Grande (uno stato brasiliano che non esiste più) e in Uruguay. È stato Generale nel Governo provvisorio Lombardo (1848), nella Repubblica Romana, nel Regno di Sardegna, nel Regno d’Italia, e nella Repubblica Francese. Naturalmente fu cittadino di tutti questi Paesi. Fu anche cittadino americano, e Lincoln gli offrì un comando durante la guerra civile. Inoltre, è stato membro del Parlamento in cinque stati diversi: in Uruguay, nel Regno di Sardegna, nella Repubblica Romana, nel Regno d’Italia e nella Repubblica Francese.

Giuseppe Garibaldi auspicava per l’Italia una dittatura prima dell’avvento definitivo della Repubblica

Per questo Garibaldi si sentiva un cittadino del mondo. E per questo si sentiva coinvolto nelle vicende che riguardavano le lotte per la libertà in tutto il mondo. Ce lo immaginiamo fiero sul suo cavallo, pronto a dare battaglia per liberare il Popolo da qualsiasi forma di potere assoluto e dittatoriale. Ma siamo sicuri di conoscerlo veramente fino in fondo? Siamo sicuri che fosse animato solo da una pura fede repubblicana? Qualche dubbio ci dovrebbe venire, considerando che ha consegnato l’Italia che aveva appena conquistato con i suoi Mille al re sabaudo Vittorio Emanuele II. Altro che combattere per la Repubblica.

Che cosa direste se vi dicessi che Garibaldi, subito dopo l’Unità d’Italia, si augurava che questa fosse governata, per un periodo limitato, addirittura da un dittatore? Ammetto che non è proprio quello che ci hanno fatto studiare a scuola, ma vi assicuro che è proprio così. Per conoscere meglio Garibaldi, dobbiamo leggere il suo testamento politico. Per chi non lo sapesse, un testamento politico, detto anche spirituale, è un documento che un personaggio pubblico deposita nelle mani discrete di un notaio, e che dovrebbe essere aperto solo dopo la propria morte. Per questo motivo, un testamento politico è sempre un momento di straordinaria autenticità, dove vengono espressi i pensieri più alti e più veri di chi lo scrive. Magari quelli inconfessabili in vita, nascosti fino a quel momento per convenienza politica o sociale, ma sicuramente quelli che più lo rappresentano, e che meglio spiegano il suo comportamento e le sue scelte in vita.

Per questo motivo è molto significativo, per uno storico, leggere ed analizzare, quando ci sono, i testamenti spirituali dei grandi personaggi pubblici. Oggi proveremo a leggere insieme il testamento politico di Giuseppe Garibaldi. Io l’ho trovato estremamente interessante, quasi sconcertante nella brutalità di alcune sue dichiarazioni. Ma soprattutto ci fa conoscere l’opinione che Garibaldi aveva per gli Italiani, e in particolare per il futuro ceto dirigente. Garibaldi era un uomo concreto. Le idee non voleva solo sostenerle, ma voleva anche metterle in pratica. E, da uomo concreto, era perfettamente cosciente che non bastano solo le buone intenzioni per raggiungere obiettivi così complessi come l’istaurazione di una Repubblica. E questo, per il Generale, valeva soprattutto per la nascente Nazione italiana.

Nel suo testamento politico vi troviamo un’analisi lucida e disincantata del popolo italiano che, secondo lui, non era ancora pronto per la democrazia e per la libertà. Vi leggiamo la tragica consapevolezza che l’Italia non sarebbe stata capace di eleggere dei senatori e dei deputati in grado di governarla. E la certezza che questi sarebbero stati solo capaci di portarla alla rovina.

Giuseppe Garibaldi auspicava per l’Italia una dittatura prima dell’avvento definitivo della Repubblica
Giuseppe Garibaldi auspicava per l’Italia una dittatura prima dell’avvento definitivo della Repubblica

La ricetta che lui propone per traghettare l’Italia e gli Italiani verso una Repubblica matura è sorprendente e inaspettata: una dittatura. Ma andiamo con ordine, riportando integralmente i tre passi che ritengo più significativi. Cominciamo dall’ovvia domanda del perché un fervente repubblicano abbia lavorato per consegnare l’Italia a Re Vittorio Emanuele II. La risposta sta in due passi del suo testamento politico, il quarto e il quinto: “4° Io spero di vedere il compimento dell’unificazione Italiana – ma se non avessi tanta fortuna – raccomando a’ miei concittadini di considerare i sedicenti puri repubblicani col loro esclusivismo – poco migliori dei moderati e dei preti – e come quelli nocivi all’Italia. 5° Per pessimo che sia il governo italiano – ove non si presenti l’opportunità di facilmente rovesciarlo – credo meglio attenersi al gran concetto di Dante “Fare l’Italia anche col diavolo””. In questi due passi Garibaldi dimostra tutta la sua concretezza politica. È consapevole che una giovane nazione, per non essere solo un’espressione geografica, deve essere governata da un soggetto forte, capace, autorevole ed unitario, e in quel momento nessuno più della monarchia sabauda aveva queste caratteristiche. Qualsiasi altra forma di governo, come per esempio la Repubblica sognata dai Mazziniani sarebbe stata un’utopia fallimentare nell’Italia divisa ed arretrata della seconda metà del XIX secolo. Dopo le conquiste militari dell’eroico Generale, l’Italia aveva bisogno di un Re e di un Cavour per garantire la necessaria unità e capacità di governo. Indispensabili per assicurare un futuro ai territori da poco riuniti sotto il Tricolore.

Per questo Garibaldi considerava addirittura nocive le idee dei Repubblicani più integralisti, dimostrando un cinismo e un realismo politico che non ti aspetteresti da uno che ha combattuto in mille rivoluzioni in ogni parte del mondo. Ma il passo più significativo per capire il Garibaldi politico è proprio quello nel quale il nostro Generale, preoccupato dalla classa politica che poteva esprimere l’Italia di quegli anni, frena sui tempi di realizzazione di una forma di governo repubblicano. Non dubitava naturalmente della bontà di una Repubblica Italiana, ma delle capacità dei deputati che potevano essere eletti.

Nel punto sette del suo testamento politico scrive: “Potendolo, e padrona di sé stessa, l’Italia deve proclamarsi repubblicana – ma non affidare la sua sorte a cinquecento dottori, che dopo averla assordata con ciarle, la condurranno a rovina. Invece scegliere il più onesto degli italiani e nominarlo dittatore temporaneo, e con lo stesso potere che avevano i Fabi ed i Cincinnati. Il sistema dittatoriale durerà sinché la nazione italiana sia più educata a libertà, e che la sua esistenza non sia più minacciata dai potenti vicini. Allora la dittatura cederà il posto a regolare governo repubblicano”.

Garibaldi aveva quindi una visione tragicamente scettica sulle capacità di un governo che poteva essere espresso da un Parlamento eletto dal popolo italiano, tanto da suggerire di affidarsi, anche se solo per un periodo di tempo limitato, ad un dittatore, “onesto” ma con pieni poteri. Una sfiducia negli Italiani, e non nelle istituzioni Repubblicane, che ci appare, alla luce delle vicende politiche dell’Italia del dopoguerra, estremamente deprimente ma purtroppo ancora attuale.