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Sentenza Vannini, Mamma Marina: “voglio incontrare il ministro Bonafede”

Intervistata per Il Messaggero da Emanuele Rossi, la madre di Marco racconta il suo calvario tra dolore e spese elevatissime

La sentenza che la corte d’Assise d’Appello ha pronunciato due giorni fa è stata sconvolgente. Se il primo grado aveva deluso, il secondo ha generato rabbia, una rabbia insanabile che ha pervaso centinaia di migliaia di persone che in tutto il mondo hanno voluto dire alla famiglia di Marco Vannini, ucciso a Ladispoli mentre era tranquillamente a casa della fidanzata, “noi siamo con voi”.

Questo amore non lenisce però il dolore amaro che diventa ancor più oscuro dopo una sentenza-beffa e dopo quella frase, quel “viaggio a Perugia” paventato da un giudice troppo insensibile, questo possiamo dirlo.

Questo emerge dalla intervista realizzata da Emanuele Rossi e pubblicata stamattina sul Messaggero a Marina Conte, la mamma di Marco Vannini. Un’intervista di quelle che puoi sentire, anche se è solo scritta. Sembra che urlino quelle parole, incise nero su bianco come nero su bianco saranno le motivazioni della sentenza d’appello, che arriveranno al più tardi nella seconda metà di Marzo; sembra che gridino fuori tutto lo sdegno per una decisione apparentemente inspiegabile.

Parla con rabbia, lo abbiamo detto, mamma Marina, ma lo fa in modo deciso, accorato, perfettamente conscia del fatto che la sua forza e quella di suo marito Valerio serviranno per portare avanti la battaglia per la verità.

Sentenza Vannini, Mamma Marina: "voglio incontrare il ministro Bonafede"
Sentenza Vannini, Mamma Marina: “voglio incontrare il ministro Bonafede”

Non crede più nella giustizia, Marina. Lo dice con rassegnazione, dopo esser stata addirittura espulsa dall’aula. “Cercavi giustizia, ma trovasti la legge” cantava De Gregori: questa citazione, ricordata nella serata di due giorni fa dall’avvocato Gnazi, torna in mente come una sentenza, questa sì, ineluttabile, lapidaria.

D’un tratto però, nel corso dell’intervista, il tono di Marina cambia: diventa deciso, combattivo. Vuole incontrare il ministro Bonafede, titolare del dicastero alla Giustizia e Salvini, che ha già espresso il suo appoggio. Prova a darsi una spiegazione, arrivando a sostenere che “Qualcuno tuteli i Ciontoli”, ma non molla mai, non cede un istante che è uno.

“Marco è il simbolo in Italia e nel Mondo della mancanza di giustizia”, poi scende nei dettagli delle indagini preliminari: “La casa dei Ciontoli non è stata mai posta sotto sequestro, una situazione disastrosa, un oltraggio all’intelligenza!”.

Parole che gridano, anche se scritte, come detto in precedenza.

Parole che diventano un urlo drammatico nella parte finale, quando Rossi chiede delle spese sostenute fin qui: “Abbiamo speso tantissimo, addirittura 9mila euro solo per depositare tutti i documenti. Si immagini per le perizie”.

Poi conclude, amaramente: “Lo stato (stavolta sì, con la lettera minuscola) ci ha abbandonati”.

di Alessandro Ferri

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