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Recin Ladispoli, i lavoratori tornano ad appellarsi al Sindaco

Inviata una lettera al primo cittadino chiedendo una proroga o una sospensiva per permettere ai lavoratori di continuare a lavorare fino alla delocalizzazione. Ad oggi, però, nessuna risposta

Recin Ladispoli, i lavoratori tornano ad appellarsi al Sindaco –

Chiedono solo di poter continuare a lavorare fino alla delocalizzazione dell’impianto in altro sito.

Sono ancora in bilico i lavoratori dell’impianto Recin di Ladispoli.

Dopo la sconfitta al Tar del Lazio, la ditta è stata costretta a chiudere i battenti per l’assenza delle autorizzazioni necessarie a proseguire con il suo operato.

A nulla è valsa la richiesta effettuata, qualche giorno prima della scadenza, a Città Metropolitana di delocalizzare l’impianto sul territorio di Cerveteri.

La richiesta da sola non è servita a fermare l’iter che alla fine ha portato l’impianto a dover chiudere i battenti.

Una situazione che mette a rischio i posti di lavoro di quanti operano al suo interno.

Tanto che proprio la scorsa settimana i lavoratori hanno inviato una lettera al sindaco di Ladispoli, Alessandro Grando, per chiedere “la possibilità di una proroga o sospensiva per continuare a lavorare fino alla delocalizzazione”.

“La chiusura dell’impianto e i tempi di attesa previsti per la delocalizzazione ci porteranno a perdere il lavoro, a non poter contribuire al sostentamento delle nostre famiglie”.

Ma ad oggi, “a distanza di una settimana – scrivono i lavoratori – non abbiamo ricevuto alcuna risposta né scritta né verbale”.

“Siamo lavoratori stipendiati e almeno altre dodidci persone dipendono dal nostro impiego”, scrivono nella lettera indirizzata al Sindaco i lavoratori.

I lavoratori nella missiva sottolineano come in duemila hanno firmato la petizione cartacea “contro la chiusura che è stata già recapitata ai Suoi uffici” e come la chiusura dell’impianto stia causando difficoltà “nel mercato edilizio locale: i preventivi si alzano, diverse ditte tolgono il servizio dai capitolati, i cittadini che si vedono costretti a viaggi e spese impreviste per lo smaltimento di inerti vivono un improvviso disagio”.

“Riteniamo questo aspetto preoccupante temendo di rivedere le strade di Ladispoli e dei comuni limitrofi invase di sacchetti di calcinacci non smaltiti, proprio come avveniva prima dell’apertura dell’impianto”.

E poi ci sono loro: i dipendenti. Con la chiusura dell’impianto e con i lunghi tempi per la delocalizzazione, “nell’arco di poche settimane, saremo disoccupati”.

“Abbiamo un’età compresa tra i 30 e i 60 anni, che non ci permetterebbe di essere ricollocati in ambito lavorativo, in un mercato già difficile per i nostri figli – che ci spinge a doverli accompagnare e sostenere anche da adulti, impegno necessario a cui, non percependo uno stipendio a fine mese, verremmo meno”.

Ed è per questo motivo che i lavoratori, con la lettera, si sono appellati al primo cittadino: “Ribadiamo che non ci interessano gli aspetti politici o amministrativi che riguardano la chiusura dell’impianto, le cui ragioni sono state certamente chiarite in altre sedi ma siamo certi che prorogare il servizio per il tempo necessario allo spostamento dello stesso in altro luogo, porterebbe benefici su più piani e ci consentirebbe di uscire dall’incubo di una vita senza lavoro”.

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