In ricordo di Eroi italiani ingiustamente dimenticati dalla Storia e dalle Istituzioni
di Giovanni Zucconi
Il mese di ottobresi dimostra essere tragico per gli Ebrei. Abbiamo tutti negli occhi le angoscianti immagini che ci vengono da Israele e dalla Striscia di Gaza.Una situazione altrettanto tragica la vissero a Roma, il 16 ottobre 1943, durante il rastrellamento degli Ebrei nel Ghetto.
Ma non voglio parlarvi di quell’episodio, ma di uno, altrettanto tragico, accaduto, sempre a Roma,appena nove giorni prima. Un episodio strettamentelegato, e che facilitò l’esecuzione del rastrellamento degli Ebrei nel Ghetto da parte dei Tedeschi.
Un episodio, credo, abbastanza sconosciuto dai più.Di storie dimenticate, accadute durante la Seconda Guerra Mondiale ce ne sono sicuramente molte. Ma in questo caso stiamo parlando di una dimenticanza che macchia la coscienza del nostro Paese. E in particolare le nostre istituzioni democratiche.

Purtroppo, gli Eroi non sono tutti uguali di fronte alla Storia. Ci sono Eroi che una Nazione non dimentica. Ma ci sono anche Eroi che la stessa Nazione non vuole, inspiegabilmente, ricordare. Per i primi vengono innalzati monumenti, e celebrati giorni della Memoria. Per i secondi nulla. Ma proprio nulla. Una nebbia invisibile li avvolge e li nasconde, come se la loro memoria fosse scomoda e ingombrante.
Come se il loro ricordo potesse evocare colpe personali e collettive che si vogliono dimenticare e nascondere. Ma come canta De Gregori in una sua canzone, “… la Storia non ha nascondigli…”, e c’è sempre qualcuno che fa emergere dall’oblio questi Eroi ingiustamente dimenticati.
In quest’articolo, vi racconteremo la storia di 2.500 Carabinieri che furono imprigionati a Roma dai Tedeschi, il 7 ottobre 1943, e poi deportati in Germania.Dove moltissimi di loro morirono annientati dalle terribili condizioni alle quali furono sottoposti nei campi di lavoro nazisti. Per capire le motivazioni di questa terribile vicenda, cominciamo a raccontarne gli antefatti.
La data del 7 ottobre 1943 non rappresenta un giorno qualsiasi per la storia di Roma: come accennavamo all’inizio, siamo a soli nove giorni dal rastrellamento degli Ebrei nel Ghetto. Ma i Tedeschi sapevano benissimo che i Carabinieri sarebbero potuti intervenire per difendere i cittadini romani, e rovinare così il loro piano di deportazione razziale.
I Carabinieri italiani sono sempre stati una spina nel fianco delle truppe di occupazione tedesche. Sono tanti, circa 8.000, ben armati e ben addestrati.E hanno giurato fedeltà al re, e i Tedeschi sanno che non verranno mai meno al loro giuramento neanche adesso che il re è scappato. È noto che i Carabinieri non nutrono grosse simpatie per la Repubblica di Salò, e che non intendono schierarsi apertamente. Si dedicano solo, con il consueto impegno, alle loro abituali mansioni di polizia.
Nell’ottobre del 1943, 2.500 Carabinieri romani furono deportati
Tutto questo li rende inaffidabili, e i Tedeschi non vogliono correre dei rischi durante l’imminente rastrellamento degli Ebrei nel Ghetto di Roma. Proprio per evitare problemi, chiedono al governo italiano di disarmare tutti gli 8.000 Carabinieri romani, e di confinarli nelle caserme fino ad un loro trasferimento a Zara.

E gli italiani, naturalmente, ubbidiscono. Il Maresciallo Graziani, Ministro della Difesa della Repubblica Sociale, il 6 ottobre 1943, emette un ordine che, sulla base di una presunta “…insufficienza numerica morale e combattiva dell’Arma…”, intima che tutti i Carabinieri di stanza in Roma, sotto la pena di “…esecuzione sommaria e dell’arresto delle rispettive famiglie…”, siano disarmati e chiusi nelle caserme entro quella notte.
Per fortuna il segreto su questa operazione non venne mantenuto perfettamente, e trapelarono delle indiscrezioni. Queste “consigliarono” a circa 6.000 Carabinieri di allontanarsi prima del loro arresto, e di darsi alla macchia.Andando ad ingrossare le file della Resistenza. Ma circa 2.500 di loro rimasero intrappolati e furono deportati, con dei carri bestiame piombati, nei campi di lavoro in Germania e in Polonia.
A tutti fu chiesto di venire meno al loro giuramento verso il Re, e di arruolarsi nelle forze della Repubblica Sociale Italiana, o direttamente nell’esercito del Terzo Reich.In cambio i Tedeschi offrirono loro la libertà, e il ritorno alle loro famiglie. Ma nessuno accettò, rinfacciando ai Tedeschi che stavano occupando militarmente l’Italia.
Come raccontarono in seguito alcuni Carabinieri superstiti, essi furono duramente puniti per questo loro rifiuto di collaborare con i Nazisti.E furono tutti costretti a lavorare per almeno 12 ore al giorno, tutti i giorni, dopo una marcia di due ore per raggiungere il posto di lavoro. Il loro pasto consisteva solo in un etto di pane al giorno.
Molti dei 2.500 Carabinieri non resistettero a queste dure condizioni. Morirono di fame, per le malattie, per la fatica,o uccisi a sangue freddo dai loro aguzzini nazisti. Ma nessuno di loro cedette.

Ma quando, alla fine della guerra, tornarono finalmente in Italia, non furono accolti da eroi, come meritavano, ma ritrovarono un Paese ingrato e irriconoscente.Che li congedò dal servizio con poche lire e senza un minimo di riconoscimento per il loro valore e la loro fedeltà, a sprezzo della propria vita, alle istituzioni italiane.
Ma purtroppo l’Italia repubblicana e democratica riconosceva il contributo dato dai partigiani alla lotta di liberazione dai Nazisti, ma non quello degli internati di guerra. Così i 2.500 eroici Carabinieri furono così rapidamente dimenticati, e i loro sopravvissuti furono anche costretti ad assistere, nel 1950, alle vergognose sentenze che scagionarono il Maresciallo Graziani e il Generale Delfini (l’esecutore materiale dell’ordine di arresto) dalla responsabilità della deportazione.
Che fu interamente e comodamente attribuita ai Tedeschi occupanti. I nostri eroici Carabinieri scomparvero così nelle nebbie che la Storia solitamente destina alle persone senza particolari meriti. Ne emersero, ma solo brevemente e temporaneamente, dopo 65 anni di immeritato oblio, grazie ad una trasmissione televisiva a cura della Redazione del TG1 della RAI, nell’ottobre del 2008. E poi ancora nebbia…









