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Il Fosso della Mola scorre: da Virgilio ad Annibale, fino a noi

di Angelo Alfani

Il fiumiciattolo che, balzando da Castel Giuliano attraversa la piana cervetrana, corrisponde,pur nella vaghezza della citazione,con ogni probabilità al Caeritis amnis, menzionato dal mantovano Virgilio nell’Eneide.

L’Istituto Geografico Militare distingue il corso d’acqua in Fosso della Mola dalla sorgente alla piana dei Guastini,Fosso Vaccina dal ponte di San Paolo fino alla melmosa e maleodorante foce in territorio ladispolano.

La vulgata popolare, che è quella che decide, ha da sempre fatto sua la medesima distinzione.

A parte le notorie Cascatelle (sulle quali si è addirittura inscenata una diatriba:quali dei Rubbasanti e quali  degli  Agyllini!?),da tempo “ vilipese” dai troppi umani,il luogo prediletto dagli oramai introvabili e sempre  più indistinti cervetrani ,è la lenta discesa d’acqua, realizzata con selci di piccole dimensioni, che dolcemente scroscia là dove lo stradello di Sant’Antonio incontra il corso del Fosso della Mola.

Da sempre è li che la calura estiva e la polvere appiccicosavenivano stemperate tra spruzzi e tuffi,le Pasquette, aperte agli amori e al profumo di salsicce alla brace, consumavano intere giornate,rovelle,girini e tafani venivano stretti tra mani bianche e grinzose.

E’ li che splendide diciottenni , fiere nella loro prorompente bellezza e desiderio di vivere, si lasciavano immortalare in pose simili a quelle delle dive americane, come fossero sotto le cascate del Niagara. 

E’ li che il sostituto medico Silvio Pampiglione, parassitologo di chiara fama internazionale ,aiutato dal papà di Renato il Roscio e da Paolino rintracciava, nell’ estate del 1956, sanguisughe e tarantole, è li che ancora oggi nostalgici casacciari festeggiano i compleanni accerchiati da amici,figli e nipoti.

Ed è li che ,come racconto qui di seguito,venne girato il kolossal Annibale:

Da giorni in paese l’atmosfera  era acquitrinosa. Le scuole chiuse e la callaccia di metà luglio accentuavano questa sensazione. Poi filtrarono le prime indiscrezioni.

Un mucchio di ragazzini che scendeva a schiamazzi dalla curva di Sant’Antonio verso la cascatella di selci, luogo deputato ai bagni d’acqua dolce, si “intruppò” con dei forestieri.

Complicate macchine fotografiche e strumenti di misurazione furono viste spostarsi nel pianoro cretoso tra il Vaccino e le greppe.

La settimana dopo leoncini FIAT, provenienti da Oriolo, vi scaricarono centinaia e centinai di lunghe filagne appuntite.

In breve tempo  venne innalzata una lunga ed alta staccionata di recinzione con due torrette di avvistamento ed una scalarola che si apriva sul fronte della cava di tufo.

La registrazione di comparse, di cavalli e cavalieri, fatta al tavolino del bar di Giovannina la Baricella, fece venir meno i dubbi residui.

Lo stesso regista del film La spada e la croce, Ludovico Bragaglia, tornava a farci visita. Nonostante l’età ed i tanti film, il tufo e le sue luci l’avevano stregato. Pochi mesi prima aveva riempito la Boccetta e la Piazza della chiesa di comparse inneggianti, in una Gerusalemme medievale, al nuovo predicatore.

Nugoli di ragazzini e ragazze avevano alzato polvere e rami d’ulivo, un agnello era stato offerto con partecipazione emotiva.

L’anziano regista si era trovato bene e la sera poteva tornarsene nella capitale: un pendolare in senso contrario.

L’atmosfera nel paese mutò fino a riempirsi di eccitazione. Ad accrescerla, poi, inaspettati, arrivarono gli elefanti, una decina, scaricati dai vagoni ferroviari alla stazione di Palo, assetati ed accecati dai tafani.

Lasciandosi alle spalle il viale di pini dell’Aurelia e, attraversato il doppio d’archi ponte del Boietto, si inoltrarono in campagna.

Non fu casuale che percorressero la vecchia strada romana che, attraverso i ricchi campi di grano, portava al lago Sabatino: la più breve.

Era di mattina sul presto, tanto che Decio, a guardia di un campo di cocomeri pronti allo stacco e quindi al furto, fu svegliato dall’incessante abbaiare del cane.

Incredulo ma affascinato si trovò, di la della cunetta, questo drappello di pachidermi che noncurante della canicola estiva, sfilava costeggiando il fosso Sanguinara.

Due addetti del circo Orfei guidavano l’insolita carovana montando e pungolando il primo e l’ultimo della fila. Abituati agli spettacoli circensi tenevano la coda l’un dell’altro con la proboscide.

Alzando polvere arrivarono all’accampamento. Esausti si immersero con barriti gioiosi nella limpida acqua.

Il maresciallo Saporito,informato dell’inizio delle riprese, costrinse il recalcitrante appuntato Patanèa dirigersi a piedi verso la Vignola. 

Subito dopo la curva incastonata tra i tufi , lo spettacolo che gli apparve aveva un che di surreale: decine e decine di tende bianche a cupola come chiese barocche invadevano la valle della Mola, centinaia di comparse in costume, con lance, spade ed archi, carri da battaglia ed uno lungo da vettovaglie dalle immense ruote in legno, si agitavano in lontananza.

Al centro la tenda di colore amaranto a base quadrata, quella del cartaginese Annibale.

Il sempre malinconico e tormentato Victor Mature interpretava il condottiero, e i suoi boccoli e i lineamenti forti e spigolosi palesavano la sua origine italica.

Il riscatto sociale attraverso il cinema, la fama di inguaribile latin lover, la prorompente muscolosità, lo rendevano una star. Saporito, sbalordito a tale vista, il commissario decise di far venire meno la timidezza e allungò il passo verso il pianoro. Patanè, smoccolando, gli tenne dietro.

Si presentarono alla segretaria di produzione. La decisione di lasciare le due autorità a seguire le riprese fu questione di un attimo.

La scena del bagno degli elefanti a ridosso della cascatella e lo spruzzarsi polvere rimase impressa per la sua naturalità.

L’inseguimento dei carri, per la sassosa e polverosa strada che portava alla villa Zavaglia, fu ripetuta all’infinito, tanto che i nostri fecero in tempo a distrarsi e vedere un ventenne Massimo Girotti, bellissimo e dall’aria innocente, costretto a buttarsi dal carro in corsa nel polveroso tufo più volte.

La scena notturna in cui Annibale mostra alla bella prigioniera romana gli accampamenti dei suoi alleati, straziò il cuore dei più.

I fuochi, il bivacco, lo spiedo, le gare a braccio di ferro, i pagliericci accesi su in alto a simulare altri campi, illuminarono una serata resa magica da un cielo carico di stelle.

Era proprio vero che attraverso il paesaggio si dispiega e si ricompone la storia di un paese, di un territorio, di una collettività.

L’immagine del passato come memoria per ricostruire e dare un senso al tempo presente, attuale.

Chiese alla segretaria se fosse possibile avere un autografo dal protagonista. Grande fu la sorpresa quando un sorridente Mature abbracciandolo disse”Ciao paisà”.

L’emozione ruppe in un pianto nascosto, interrotto dal barrito di un elefante.

Saporito sapeva cosa volesse dire emigrare: suo nonno non aveva più fatto ritorno dalle Americhe, deluso dal dover annunciare la sua sconfitta. 

Occorsero mesi prima che barbi e rovelle tornassero a farsi vive sotto la cascatella, ma tornarono. Gli elefanti mai più.

Nota bene

Le foto sono state gentilmente fornite da Manu Matticoli, Renata Ferretti e Ciretto Quarino 

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