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L’eredità di Papa Francesco: non un passato da rimpiangere, bensì un presente vivo che continua





L’eredità di Papa Francesco: non un passato da rimpiangere, bensì un presente vivo che continua –

di Gian Domenico Daddabbo

È passato un anno dalla morte di Papa Francesco, ma la sua persona vive ancora nella coscienza dei cattolici e non solo. In occasione del primo anniversario dalla dipartita del Papa argentino, sabato 16 maggio scorso, presso l’Antonianum, si è svolto un convegno sull’eredità spirituale di Papa Francesco. Il luogo dell’incontro è stato provvidenziale, in quanto l’ateneo cattolico si colloca su Via Merulana, la strada che collega le Basiliche di San Giovanni in Laterano, la sede della Cattedra del Papa, e Santa Maria Maggiore, dove Papa Francesco è sepolto. L’una rappresenta il legame con il popolo di Dio, che Papa Francesco ha saputo
incarnare con la sua costante presenza ovunque sia andato; l’altra il suo affidamento totale alla Madre del Maestro, che lo ha reso discepolo fedele e testimone della speranza. Il Dottor Piero Didomenicantonio, ex-giornalista dell’Osservatore Romano, ha offerto la sua testimonianza di volontario in enti caritativi e di capo-
redattore dell’Osservatore della Strada, voluto da Papa Francesco, il cui primo numero uscì il 21 giugno 2022, giorno in cui il Pontefice firmò il documento delle sue ultime volontà. Lo scopo di questo giornale, distribuito una volta al mese durante la preghiera dell’Angelus domenicale a P.za San Pietro, rappresenta un
dono soprattutto per coloro i quali Papa Francesco mise al primo posto, cioè gli ultimi, con lo scopo di adottare un linguaggio semplice e accessibile a chiunque, secondo le linee della comunicazione che Papa Francesco ha tracciate, in risposta a un linguaggio teologico complicato, che ancora caratterizza certi ambienti ecclesiali, e agli slogan politici fatti di vuote promesse. Affinché la comunicazione arrivi al cuore dell’ascoltatore, l’immagine gioca un ruolo fondamentale, pertanto ciascuna delle immagini che Papa Francesco ha offerte costituisce un vero e proprio “vocabolario bergogliano”. Le due celeberrime immagini nella comunicazione di Papa Francesco, ossia “Chiesa in uscita” e “ospedale da campo”, mostrano la vocazione missionaria della Chiesa, capace di guardare dall’alto in basso solo per rialzare chi è caduto, accogliendo e accompagnando con premura senza condanne. La consequenzialità e sviluppo che i due verbi “uscire” e “andare”, tanto cari a Papa Francesco, esprimono il dinamismo missionario, ovvero la forza centrifuga dell’annuncio evangelico. Il Santo Padre espresse in diverse occasioni la sua preferenza di una Chiesa incidentata, perché è uscita verso la missione, accettando il rischio di sporcarsi le mani, piuttosto che una Chiesa malata, perché chiusa in sé stessa, preoccupata del mantenimento di strutture e privilegi. Non vuol dire che non ci debbano essere strutture, anche quelle servono, tuttavia prima del cambiamento delle strutture, che molti si aspettano, ci vuole un cambiamento interiore alla luce del Vangelo, ossia la conversione, quella che Papa Francesco definì “la vera riforma”, presupposto fondamentale della missione. Altrettanto celebri sono le immagini nei discorsi alla GMG a Cracovia, quando Papa Francesco esortò i giovani a essere protagonisti, sempre pronti con gli scarponcini calzati ai piedi, lanciati verso “l’avventura della Misericordia”, così da non rimanere solo spettatori da un balcone o seduti su un divano. Il protagonismo che Francesco intende non è spettacolarizzazione di sé stessi, bensì è mettersi in gioco per testimoniare la gioia, cuore di tutto il Magistero di Papa Francesco, in caso contrario senza gioia la missionarietà si traduce in un mero e vuoto attivismo. In risposta a una visione distorta della gioia che caratterizza il nostro Occidente, Papa Francesco ha ricordato che essa non è uno stato di sballo (per dirla con il Cardinal Angelo Comastri “quel divertimento che in verità è stordimento”) o una vita senza preoccupazioni, bensì la fiducia in una promessa che non viene meno, similmente alla casa sulla roccia, che non crolla mai nonostante le intemperie (vd Mt 7, 24-25). La nostra amica Sr Angela Michelle Bilegue, una suora psicologa e figlia spirituale di Papa Francesco, ha illustrato molto bene la dinamica della gioia come uno stato permanente di chi ha incontrato Cristo e custodisce la sua Parola, resta fedele e porta frutto nella perseveranza, come il terreno buono che accoglie il seme e produce frutto continuamente (vd Mt 13,8). Secondo Suor Angela, la gioia è il filo conduttore fra la “Evangelii Gaudium” e la “Amoris Laetitia”, poiché entrambe ripropongono la centralità di Cristo nella vita dei singoli e nelle comunità per la valorizzazione della persona al di là di principi e norme, che tuttavia non vengono negati; Amoris Laetitia in particolare esorta a cominciare dall’istituto famiglia, cellula e nucleo della società e della Chiesa, in risposta alla “colonizzazione ideologica” (altro vocabolo bergogliano), il cui obbiettivo è ridefinire il concetto di famiglia stesso. Don Benito Giorgetta, parroco a Termoli, ha raccontato il suo rapporto speciale con Papa Francesco, fatto di scambi di sguardi e di conversazioni amichevoli, che testimoniano un uomo di Dio sempre presente per il popolo e attento alle necessità di chiunque. Don Michele Bellino, dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, non ha avuto un contatto diretto con Papa Francesco, diversamente da Sr Angela e Don Benito, tuttavia ha testimoniato come il Magistero del Papa ha cambiato la sua vita e le vite dei fedeli a lui affidati, insegnando a riconoscere il passaggio di Dio nel cuore dei singoli. Indipendentemente dall’esperienza personale con Papa Francesco, che lo si abbia solo ascoltato, o anche incontrato di persona, ricordare questo grande Papa non significa piangersi addosso per un passato che non torna, né tanto meno sminuire la figura di Papa Leone XIV, bensì tenere viva l’eredità di quest’uomo di Dio nel presente, divenendo “artigiani di pace” e testimoni d’unità in un mondo lacerato da guerre e segni di solidarietà in mezzo alla “globalizzazione dell’indifferenza”.