In ricordo del poeta Cerveterano, Dario Rossi – di Giovanni Zucconi
Mi ritrovo seduto con in mano l’ultimo libro di Dario Rossi: “Là, tra i ricami dell’orto…”.
Me lo aveva dato pochi giorni fa, pregandomi di leggerlo. E magari, se mi fosse piaciuto, scrivere anche due righe su BaraondaNews. Ma non ho fatto in tempo. Giovedì, purtroppo, il caro Dario è morto.
Abitava nello stesso palazzo di mia madre. E, inevitabilmente, tutte le volte che la incontrava gli diceva: “…salutami tanto Giovanni.”

Era la mitezza personificata. Un uomo con un’anima buona. Sempre pronto al sorriso, nonostante i suoi acciacchi e la sua vita ritirata. Un artista, un poeta, che amava smisuratamente Cerveteri. E che l’ha amorevolmente raccontata attraverso le sue tante poesie. “Decimo libro”, c’è scritto sulla copertina di questo ultimo che ho tra le mani. Ha quindi scritto tanto. Raccontando l’anima più profonda di Cerveteri. Forse quella meno bella da mostrare. Ma dalla quale non si può prescindere se si vuole veramente capire Cerveteri, e le zavorre che ancora gli impediscono di volare nonostante le sue grandi potenzialità.
Devo dire che non ho sempre scritto bene di lui. Non apprezzavo il suo modo bonario di parlare dei tombaroli. In un vecchio articolo scrissi:
“…Non discuto la volontà, e anche la necessità, di raccontare delle storie che effettivamente rappresentano Cerveteri più di tanti piccoli saggi che ci capita di leggere anche su queste pagine.
L’anima profonda di Cerveteri è purtroppo vicina alla pala e al piccone, e non si può capire la nostra cittadina senza guardarla attraverso gli occhi dei tombaroli. Non gli contesto questo. Quello che mi trova in disaccordo con lui è il tono bonario e ammiccante con il quale tratta queste storie.
I tombaroli appaiono sempre persone simpatiche, dai modi semplici e spontanei. Hanno nomignoli accattivanti e appaiono sempre come degli allegri compari ad una scampagnata. A volte scavano per necessità e per dare da mangiare alle loro povere figlie. E comunque sono ferventi cristiani che lasciano il loro lavoro clandestino per andare a festeggiare il Santo Natale. È su questa immagine amorevole e affettuosa che non sono d’accordo con il caro Dario Rossi.”
Ma ero io che, con gli occhi semichiusi dei Talebani, non capivo. Lui raccontava le persone di Cerveteri. Che non erano solo dei saccheggiatori di tombe etrusche. Lontano dalla pala e dal piccone erano persone come tutti noi. Con le loro debolezze e le loro bellezze. Erano i Cerveterani di quel periodo storico. Che lui raccontava senza pregiudizi. Leggendo nelle loro anime, e non solo nelle loro azioni. Li giustificava? Sicuramente no. Ma li amava come Cerveterani. E li raccontava con la leggerezza del poeta. Quella leggerezza che io non capivo e che gli contestavo.
Ma lui aveva un animo mite, e perdonava chi, stupidamente come me, non lo capiva. E mi diede addirittura una lezione. Mi propose addirittura di scrivere la prefazione del suo ultimo libro: “Il Santo dalle ali bianche – Brevi racconti veri di tombaroli”.
Non avevo mai scritto una prefazione di un libro, e non sapevo neanche da che parte iniziare. Ma accettai. Non potevo non stringere la mano che lui mi offriva, accompagnata dal suo perenne sorriso dolce. E la scrissi… Ed ebbi l’onore di vederla pubblicata nel suo libro. Quella che segue è proprio quella prefazione. Vorrei ricordarlo con quelle parole. Che spero lo facciano conoscere meglio a chi lo conosceva poco, o a chi non l’ha mai conosciuto. Ti abbraccio amico mio…

““Buongiorno Giovanni”. “Buongiorno Dario”. “Ho un favore da chiederti, Giovanni. Potresti scrivere la prefazione del mio ultimo libro che raccoglie le storie di tombaroli di Cerveteri?”. “Ma Dario, proprio a me chiedi una cosa del genere? Dopo tutto quello che ho scritto di male sul tuo libro precedente. Ti voglio bene, ma sono l’ultima persona che potrebbe presentare il tuo nuovo libro.”. “Lo so. Ma a me farebbe piacere lo stesso se lo presentassi tu”.
Questo piccolo dialogo, realmente accaduto, è una premessa necessaria alla mia presentazione di questa nuova pubblicazione di Dario Rossi. È una chiave utile per capire e interpretare il mio ragionamento, che potrà sembrare disarmonico con i poetici racconti che l’amico Dario ha raccolto in questo libro. Ma che è da considerarsi un necessario contrappunto alla potenza narrativa delle sue storie che, con la forza struggente della nostalgia e della poesia, rendono tutto dannatamente bello e sentimentalmente condivisibile.
I racconti di Dario riflettono il suo animo mite e gentile, e ti affascinano con la loro poeticità potente. I suoi personaggi, tutti tombaroli straconosciuti dai Cerveterani doc, non appaiono mai come personaggi negativi, come dovrebbe essere, ma vengono amorevolmente esaltati i loro sentimenti semplici e spontanei. E per questo risultano essere sempre dei personaggi positivi e molto simpatici.
Che poi è quello che ho sempre contestato al mio amico Dario. Ma stavolta voglio superare questa analisi, un po’ troppo semplicistica, e provare a leggere i suoi racconti con occhi diversi e meno bacchettoni. Questa volta voglio chiudere uno dei due occhi, e leggerli per quello che sono: delle storie che effettivamente rappresentano Cerveteri più di tanti piccoli saggi che ci capita di leggere un po’ dappertutto sulle pubblicazioni locali.
L’anima profonda di Cerveteri è purtroppo vicina alla pala, al piccone e allo spido. E non si può capire fino in fondo la nostra cittadina senza guardarla attraverso gli occhi dei tombaroli. Ed è proprio quello che fa Dario Rossi in questo libro che si legge tutto di un fiato: sopperire, parzialmente, alla mancanza di una vera e organica storia di Cerveteri.
Magari mi sarà anche sfuggito, ma non ho mai trovato un libro di Storia che parlasse in modo esteso, sistematico ed approfondito, della storia degli ultimi cento anni di Cerveteri. Ancora oggi si cita regolarmente solo “Caere e i suoi monumenti”, scritto da Francesco Rosati nel 1890. Dopo di questo abbiamo un deserto di pubblicazioni che mi fa sempre pensare male. Come se affrontare certe storie e certi argomenti fosse ancora inopportuno.
In parte, come abbiamo già detto, sopperiscono le storie di questo libro. E lo fanno di più e meglio, a mio parere, delle storie e che sono comparse nella raccolta precedente di Dario Rossi. Il “Santo dalle ali bianche – (Brevi racconti veri di tombaroli)”, lo puoi quindi leggere come se fosse una raccolta di racconti di ambientazione ceretana o, più propriamente, come un libro di Storia.
Un libro che parla di Cerveteri come nessun altro. Che raccoglie i racconti di testimoni di una Cerveteri che non dovrebbe esistere più, e che invece, ancora oggi, ha ancora quelle forme, quei gesti e quei colori. Ancora oggi Cerveteri non può essere capita senza conoscere le storie del Roscio, di Pedroni, del Mutarello, di ‘Tore, di Sasà, del Riccetto, e di tanti altri storici tombaroli cerveterani.
In questo sta la forza di questa opera apparentemente solo poetica e nostalgica. È una finestra aperta sulla Cerveteri di oggi, e che ne spiega tutti i suoi limiti e le sue debolezze. Per questo è un libro che dovrebbero leggere tutti. Dovrebbero leggerlo tutti quelli come me, che non accettano che si scavino clandestinamente le tombe etrusche per depredarne i corredi che dovrebbero appartenere a tutti noi. Leggendolo, ci si calerebbe di più in quegli anni di povertà vera e inverni senza lavoro. E si giudicherebbe il fenomeno dei tombaroli con gli occhi della Storia, di solito più benevoli di quelli dell’Etica.
Ma dovrebbero leggerlo anche gli ex tombaroli Ceretani e i loro familiari. Che ancora si ostinano a interpretare questo fenomeno in modo eccessivamente romantico e ispirato ad un’amore profondo per i nostri antenati Etruschi. Questa volta, nei suoi racconti, Dario Rossi non cede all’indulgenza a tutti i costi, e i tombaroli sono dipinti per quello che sono: dei Cerveterani che arrotondano i loro redditi, più o meno magri, saccheggiando delle tombe per tranne un loro, personale, profitto.
In molte pagine di questo libro vi è riportato il rammarico di non aver trovato un pezzo buono da vendere, o che questo sia stato sequestrato dalla Finanza, e che quindi sia svanito il loro infame guadagno. Così come in altre pagine si grida “siamo ricchi, siamo ricchi”, di fronte ad un ricco corredo trovato in una tomba appena scavata. Ma questa, che ci piaccia o meno, è la storia della Cerveteri del dopoguerra, ed è giusto raccontarla con la voce dei testimoni che l’hanno vissuta.
Nasconderla o boicottarla, è sbagliato almeno quanto esaltarla e giustificarla ad ogni costo. La forza di “Santo dalle ali bianche” sta anche in questo, nell’aiutarci a conoscere e a capire l’anima profonda di Cerveteri come nessun libro di Storia ha mai provato a fare fino ad oggi. E quando la Storia si veste di Poesia, come sa fare in modo straordinario Dario Rossi, ti ritrovi tra le mani un libro che ti dipinge un’epoca storica con pennellate lievi e delicate, e che riesce a parlare al cuore oltre che alla mente.
Chiudo questa presentazione riconoscendo a quest’opera un altro grande merito, oltre quelli già citati: rappresenta il miglior tentativo, fino a questo momento, di raccogliere le testimonianze di testimoni diretti di vicende che altrimenti andrebbero perse. Dobbiamo essere tutti consapevoli che i tombaroli non hanno solo saccheggiato preziosi corredi, ma hanno anche distrutto, quasi irrimediabilmente, la memoria e le conoscenze ad essi collegati. Gli archeologi ci ricordano sempre che un vaso o un manufatto etrusco, fuori dal contesto in cui è stato trovato, è un oggetto muto. Non ci può più raccontare tutto quello che ci avrebbe raccontato sapendo dove è stato trovato e insieme a quali oggetti si trovava.
I racconti di questo libro cercano in qualche modo di raccogliere le informazioni perdute sui ritrovamenti clandestini che nei decenni si sono susseguiti nelle aree archeologiche di Cerveteri. Per questo dobbiamo dire ancora di più grazie a Dario Rossi per questa sua raccolta di testimonianze di personaggi che, sicuramente, avrebbero molto di più da raccontare. Che potrebbero farci recuperare delle informazioni preziose sui reperti che sono stati portati via per sempre da Cerveteri, e che potrebbero aumentare di molto la conoscenza che abbiamo sui nostri progenitori Etruschi.
Per questo mi auguro che Dario Rossi scriva ancora cento di questi libri: per deliziare il nostro spirito con i suoi poetici racconti, e per mettere altri tasselli preziosi nel grande mosaico, ancora pieno di buchi, che rappresenta la Storia degli Etruschi.”










