Attualità

Il sindaco sardo Maurizio Onnis: ”La Sardegna non è italia, ma periferia”

Il primo cittadino racconta l’incontro col Presidente del Consiglio

Il sindaco sardo Maurizio Onnis: ”La Sardegna non è italia, ma periferia”

Maurizio Onnis è il sindaco di Villanovaforru, paesino della Marmilla, appena seicento anime, non distante dal sito nuragico di Barumini.

Ritengo interessante riportare la cronaca dell’incontro col Premier Conte, avvenuto ieri l’altro, perché esplicita, senza tanti giri di parole, quale distanza abissale ci sia tra i sardi che hanno veramente a cuore il loro popolo ed il potere centralistico romano.

Quello che vale per il Premier, vale anche per quanti in questi giorni si recano in Sardegna non sapendo nulla di nulla della sua storia e men che meno della drammatica situazione che vive da decenni l’isola, facendo semplicemente del turismo elettorale pro domo loro.

Ai turisti estivi da Costa Smeralda si stanno alternando i politici invernali da : “ Mi faccio vedere, sorrido, stringo mani e torno in continente”.

Il testo, da me condiviso in pieno, palesa la discrasia tra il popolo dei nuraghi e la politica come enfatica ostentazione ,ma anche la enorme tristezza di una popolo turlupinato da infiniti anni.

Angelo Alfani

DI SEGUITO IL RACCONTO DEL SINDACO SARDO

L’incontro con Conte è fissato per le quattro, in prefettura, ma lui non si vede. Parecchi sindaci sono qui dalle tre e mezza. Passano anche le cinque, poi le sei. Niente. Nervosismo e irritazione. Alle sei e mezza qualcuno si avvia all’uscita. Una funzionaria, vedendomi con la fascia in mano e pronto ad andarmene, mi dice:

Il sindaco sardo Maurizio Onnis: ''La Sardegna non è italia, ma periferia''
Il sindaco sardo Maurizio Onnis: ”La Sardegna non è italia, ma periferia”

«Il Presidente sarà qui tra dieci minuti». Restiamo. Fremono i giornalisti, che hanno passato ore al vento freddo di Piazza Palazzo. Si agitano le forze dell’ordine. Mai vista tanta polizia in vita mia. I sindaci discutono e si accalorano sulle prossime elezioni. In anticamera stazionano anche Pigliaru e Paci. Fanno ora e cercano qualcuno con cui chiacchierare, come due garzoni in attesa di nuove commissioni.

Conte entra nel salone della prefettura alle sette e dieci. Si siede mentre tutti sono ancora in piedi, nel chiacchiericcio generale. Ressa della stampa e della televisione. Poi le porte si chiudono. Parla per prima la prefetta Tafuri: venti minuti. Tratteggia la situazione sociale ed economica della Sardegna. Parla della RWM, affermando che ha grandi progetti di sviluppo e che l’avversano «ambientalisti, antimilitaristi e anarco-insurrezionalisti». Accenna alle servitù militari solo per rilevare che gli ambientalisti ce l’hanno anche con queste. Carta vetrata sui nostri cuori. Conte parla per un quarto d’ora: meno della prefetta.

Racconta dell’incontro con i pastori e spiega che è venuto qui a lanciare un “Contratto istituzionale di sviluppo” per il sud Sardegna. Ci sono i miliardi del fondo strutturale europeo, che l’Italia non riesce a impegnare. Bisogna spenderli, lui li mette sul piatto. Parla di «progetti di rilevanza strategica», ma non va oltre perché, sostiene, tocca a noi proporre idee d’investimento tra cui scegliere poi cosa trasformare in realtà.

Gli stessi concetti vengono ripetuti dalla ministra Lezzi e dal rappresentante di Invitalia, l’agenzia di proprietà del Ministero dell’Economia che si occuperà operativamente di tutto.

Capiamo veramente solo questo: da domani sarà attiva una casella di posta elettronica dedicata, alla quale trasmettere suggerimenti, idee e progetti, appunto. Alle otto e cinque è tutto finito. Meno di un’ora.

È un potere che non suscita emozione, non emana calore, non sa regalare un pezzetto di sogno. Dalla sala applausi, forse di circostanza.

A mezzanotte sentirò un giornalista televisivo dire che Conte «ha ascoltato» i rappresentanti degli enti locali. Falso. All’Anci, in prima fila, non viene data parola. Ai sindaci non è concesso di aprire bocca. Alla RAS men che meno. Pigliaru e Paci, assiepati in platea, pubblico comune tra pubblico comune, sono lontani dal tavolo governativo. Hanno incontrato il Presidente del Consiglio per pochi minuti, prima del suo ingresso in sala. Ma d’altro canto: la Regione doveva proprio lasciare che arrivasse il governo a mettere mano alla vertenza pastori? Possibile che noi, con le nostre forze, con la nostra “specialità”, non fossimo capaci di abbozzare una soluzione? Comunque parla solo Conte e pochi altri. Noi non siamo parte in causa, ma ospiti a casa nostra. Alla fine ringraziano, salutano e se ne vanno, sbrigativi, veloci come sono apparsi.

È stata un’esperienza grottesca, ma utile. Perché chi c’era ha toccato con mano l’evidenza: la Sardegna non è Italia. È la periferia guardata in tralice dal centro, tollerata, assistita perché rimanga tranquilla, niente di più. E noi continuiamo a lasciare che tutto questo accada”.

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