Dall’Egitto al Marocco, passando per la Tunisia, senza mai dimenticare la sua terra: il racconto di un archeologo che da trent’anni scava nella preistoria del Nord Africa. “Le piramidi non sono né un punto di partenza né un punto di arrivo, ma una tappa di una storia millenaria, che affonda le sue radici in un passato lontanissimo e prosegue ben oltre la loro costruzione.”
di Giovanni Zucconi
Giulio Lucarini, l’archeologo (mezzo) cerveterano che scava nella preistoria all’ombra delle piramidi

C’è una storia che, partendo da Cerveteri, arriva fino alla Valle dei Re, in Egitto. Una storia che segue il filo dell’acqua, lungo il Nilo e i fiumi che scendono dall’Atlante marocchino e, attraversando terre lontane, si perdono nell’oceano. Una storia fatta di archeologia, ricerca sul campo, tombe faraoniche, popolamenti preistorici, luoghi e mondi lontanissimi. Ma anche di un modo diverso di guardare al passato.


Non soltanto il monumento. Non soltanto l’oggetto bello. Non soltanto la tomba che cattura l’attenzione del grande pubblico. Per Giulio Lucarini, archeologo, (mezzo) cerveterano, con importanti esperienze di ricerca all’estero, l’Archeologia è soprattutto un’altra cosa: “Dare voce alle tracce del passato per ricostruire la vita, le scelte e i comportamenti degli esseri umani che ci hanno preceduti”.
Giulio Lucarini è un archeologo specializzato nella preistoria del Nord Africa. Si è formato in Italia, prima all’Università di Roma Sapienza e poi all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Ha quindi proseguito la sua attività di ricerca per diversi anni all’Università di Cambridge, nel Regno Unito, prima di rientrare in Italia. Oggi è ricercatore del CNR a Roma e docente di Preistoria e Protostoria a “L’Orientale”. Dirige progetti in Egitto, Marocco e Tunisia.

Recentemente è stato coinvolto nel gruppo di ricerca che ha scoperto la tomba del faraone Thutmose II: una scoperta di enorme valore scientifico, ma anche di grande risonanza mediatica. Il suo lavoro, però, come racconta lui stesso, era nato da un’esigenza diversa: studiare le tracce, molto più antiche, della presenza umana in quelle stesse aree.
Racconta Lucarini: “Quando mi chiedono se facevo parte del team che ha scoperto la tomba di Thutmose II, rispondo di sì. Ma, scherzando, aggiungo sempre che ero lì quasi per caso: in realtà stavo facendo tutt’altro.”
È da qui che abbiamo fatto partire questa interessantissima intervista a Giulio Lucarini. Dall’Egitto faraonico, per andare molto, molto più indietro. Prima delle tombe reali. Prima delle dinastie. Prima delle piramidi. Per raccontare come queste non siano comparse improvvisamente dal nulla, ma siano il risultato di una lunghissima evoluzione sociale, culturale e tecnologica. Non un punto di partenza, né un punto di arrivo, ma una tappa di una storia millenaria.

Giulio Lucarini, partiamo dalla sua attività in Egitto. Come nasce il suo coinvolgimento in questo progetto?
Il gruppo di ricerca della New Kingdom Research Foundation, legato all’Università di Cambridge, lavora da diversi anni nell’area di Tebe, sulla sponda occidentale del Nilo, nei pressi di Luxor. È qui che si trovano alcune delle più famose necropoli reali dell’antico Egitto, come la Valle dei Re e la Valle delle Regine. I colleghi e le colleghe stavano indagando proprio i siti di età faraonica quando, nel corso delle loro ricerche, hanno riconosciuto nel paesaggio anche tracce molto più antiche, riferibili alla preistoria. A quel punto mi hanno contattato per capire se fossi interessato a sviluppare, all’interno del loro progetto, una linea di ricerca parallela. L’obiettivo era ricostruire il popolamento e l’ambiente di quell’area decine o anche centinaia di migliaia di anni prima che qui venissero scavate le tombe dei sovrani egizi.

Di quali periodi stiamo parlando?
“Parliamo di un arco temporale vastissimo. Le tracce più antiche potrebbero addirittura risalire a circa 500.000 anni fa, mentre quelle più recenti arrivano a circa 5.500 anni fa. Le tombe reali, invece, sono molto più tarde: siamo attorno a 3.500 anni fa. Il mio lavoro riguarda quindi società e periodi completamente diversi da quelli dell’Egitto faraonico, anche se ci troviamo esattamente nella stessa zona. È proprio questa continuità, attraverso migliaia di anni, a rendere l’area così interessante: lo stesso territorio è stato abitato e trasformato da comunità molto diverse, lasciando tracce che permettono di ricostruirne la storia nel lunghissimo periodo.”

Quindi il suo lavoro nasce dentro un progetto più ampio, ma con un obiettivo specifico.
“Esatto. Ogni progetto di ricerca nasce necessariamente con un focus preciso: un determinato periodo, un tema da sviluppare o una domanda a cui rispondere. Quando però si lavora sul terreno, durante le ricognizioni e gli scavi, è molto frequente, direi quasi inevitabile, imbattersi in evidenze che escono da quel perimetro iniziale. A quel punto bisogna essere pronti a riconoscerne l’importanza e, soprattutto, a coinvolgere chi ha le competenze necessarie per studiarle nel modo corretto.
È quello che è successo in questo caso. All’inizio mi sono occupato personalmente di questi materiali, ma quando è emerso che la componente preistorica era molto più ricca di quanto ci aspettassimo, ho deciso di creare un piccolo gruppo di ricerca dedicato. Oggi siamo in cinque e ci occupiamo principalmente del popolamento preistorico di quell’area, cercando di ricostruirne l’evoluzione nel tempo anche in rapporto con le trasformazioni del paesaggio.”

E intanto, nello stesso progetto, è arrivata la scoperta della tomba di Thutmose II.
“Sì. Quando mi chiedono se facevo parte del team che ha scoperto la tomba, rispondo di sì, ma con una precisazione: ero lì per occuparmi di tutt’altro. Il mio compito riguardava la preistoria, non lo scavo della tomba. Però ero sul campo quando è stata individuata e ho potuto vivere quei momenti insieme al resto della squadra. È stata un’emozione enorme, anche perché assistere alla scoperta di una tomba reale è qualcosa che, per un archeologo, va ben oltre le normali aspettative; va ben oltre le normali aspettative: è uno di quei momenti capaci di riaccendere, anche da adulti, i sogni di bambino.”
Tu c’eri quando la tomba è stata aperta?
“Sì, ero presente. Ma bisogna intendersi su cosa significhi davvero ‘aprire’ una tomba: non è un singolo momento, ma un processo lungo e delicato, che in casi come questo può richiedere mesi di lavoro continuo. Io sono arrivato quando lo scavo era già in corso.
Ricordo molto bene il mio primo arrivo, in piena notte, all’hotel di Tebe dove alloggiava la missione. Il direttore, Piers Litherland, è una persona affascinante e coltissima, quasi d’altri tempi. Per darmi il benvenuto mi aveva lasciato una lettera sulla scrivania della mia stanza.
Nel messaggio mi spiegava che, visto il mio arrivo a notte fonda, i colleghi erano già a riposo, perché la mattina successiva la sveglia sarebbe stata alle cinque. Poi passava alle notizie davvero importanti. Il 31 ottobre era stata individuata l’entrata di una tomba, ma non c’era ancora alcuna certezza sull’identità del proprietario. Seguiva una lista di possibili nomi e, tra questi, compariva anche Thutmose II, accompagnato però da una nota che lasciava trasparire tutta la cautela del momento: ‘molto improbabile’.Mi sono ritrovato così, nel giro di poche righe, dentro una situazione che sembrava uscita da un’altra epoca, con quel fascino quasi romantico delle grandi spedizioni archeologiche di inizio Novecento. Il giorno dopo, appena arrivato sul campo, non ho resistito: la prima cosa che ho fatto è stata scendere nella tomba, per vedere con i miei occhi a che punto fosse lo scavo.”

Che cosa avete trovato?
“Una storia decisamente sfortunata. La tomba era stata scavata alla base di uno sperone calcareo, sulla cui sommità passava il tracciato di un corso d’acqua. Con le piogge, il canale si riattivava e l’acqua, scorrendo lungo la parete rocciosa, finiva per formare una sorta di piccola cascata che si riversava proprio sull’ingresso della tomba. Durante gli episodi di pioggia più intensa, l’acqua riusciva così a penetrare all’interno e la sepoltura finì per essere completamente allagata.
Le conseguenze di queste infiltrazioni sono state pesanti e, ancora oggi, la tomba versa in un pessimo stato di conservazione. Il soffitto della camera sepolcrale è quasi completamente crollato e sono stati necessari importanti interventi di consolidamento per mettere in sicurezza la struttura.
Quando l’inondazione si verificò, la tomba doveva essere ancora in uso, con parte del corredo funerario e, forse, anche il corpo del defunto. È probabile che sia stata svuotata in tutta fretta per cercare di far fronte all’emergenza. In quella concitazione, alcuni oggetti furono danneggiati e lasciati all’interno. Tra i materiali recuperati, alcuni conservavano ancora il cartiglio con il nome del faraone; è stato così possibile attribuire la tomba a Thutmose II.”
Se la tomba era stata svuotata, allora potrebbe essercene un’altra?
“Esatto. È molto probabile che esista un’altra tomba e il gruppo sta lavorando proprio per individuarla. Le ricerche si concentrano in un’area molto vicina all’ingresso della prima, sulla base di una serie di indizi topografici e geomorfologici che rendono questa ipotesi particolarmente plausibile. Al momento non è stata ancora individuata, ma l’area in cui si stanno concentrando le ricerche è ormai piuttosto circoscritta.
Le attività sul campo sono attualmente sospese, come avviene normalmente durante i mesi estivi per ragioni climatiche, e riprenderanno in autunno. Anch’io conto di tornare sul terreno in quella fase, per riprendere le attività di ricerca insieme al gruppo e proseguire lo studio delle evidenze preistoriche dell’area.”

La scoperta risale alla fine del 2022, ma la notizia è uscita molto dopo. Perché?
“È una pratica assolutamente normale in archeologia. Una scoperta non viene necessariamente comunicata nel momento in cui avviene, ma quando i dati sono stati verificati, interpretati e, soprattutto, quando i risultati possono essere presentati attraverso una pubblicazione scientifica. In altri casi, come questo, la comunicazione può arrivare quando il contesto è stato adeguatamente documentato e messo in sicurezza.
Annunciare pubblicamente l’esistenza di una tomba reale prima che sia stata completamente scavata, studiata e protetta significherebbe infatti esporla a un rischio concreto: quello degli scavi clandestini e dei saccheggi. È un problema serio, che riguarda non soltanto l’Egitto, ma molti Paesi che custodiscono un patrimonio archeologico particolarmente ricco e vulnerabile.
L’Egitto, come l’Italia, conosce bene questa criticità e negli ultimi decenni ha investito molto per affrontarla, sia sul piano normativo, attraverso una maggiore regolamentazione e controlli più stringenti sui siti e sulla circolazione dei reperti, sia sul piano della formazione, rafforzando le competenze di ispettori e professionisti locali. Per certi aspetti, è un percorso che ricorda quello compiuto dall’Italia negli ultimi decenni, quando anche da noi il sistema di tutela del patrimonio si è progressivamente rafforzato, sia attraverso nuovi strumenti legislativi sia attraverso una maggiore consapevolezza del valore del patrimonio archeologico. Sono naturalmente esperienze diverse, ma entrambe mostrano quanto la tutela sia un processo che richiede tempo, competenze e una responsabilità condivisa.”

Tu sei un archeologo che si occupa di preistoria. Quanto è conosciuta la preistoria egiziana dal grande pubblico?
“Molto poco, purtroppo. Il problema è che la preistoria egiziana resta quasi invisibile al grande pubblico, e quindi poco conosciuta fuori dagli ambienti specialistici. E dove c’è un vuoto di conoscenza, si insinuano le narrazioni più fantasiose: c’è chi arriva a immaginare che le piramidi siano comparse dal nulla, o addirittura che siano opera di entità extraterrestri.
Se invece conoscessimo l’evoluzione delle società locali prima della comparsa di quei monumenti che tanto ci affascinano, sarebbe chiaro che le piramidi non sono né un punto di partenza né un punto di arrivo, ma una tappa di una storia millenaria, che affonda le sue radici in un passato lontanissimo e prosegue ben oltre la loro costruzione.Non c’è nessun salto misterioso, nessun intervento esterno: c’è una lunga storia di comunità capaci di sviluppare tecnologie, forme di organizzazione sociale e sistemi economici sempre più complessi, che hanno portato alla formazione di una delle più antiche entità statali della storia.
Quindi la preistoria egiziana non è un settore nuovo, ma è poco raccontato.
“Esatto. Non è un campo nuovo; resta semplicemente poco visibile. Succede anche in Italia, dove tutti conoscono, almeno un po’, l’archeologia greca, etrusca, romana e medievale, e molto meno ciò che viene prima. Faccio spesso un esempio che mi è molto caro, visto che la metà materna della mia famiglia è braccianese: sommerso nelle acque del Lago di Bracciano, c’è il sito neolitico de La Marmotta, uno dei più importanti in Europa, con ritrovamenti eccezionali, tra cui cinque piroghe, di cui due oggi esposte al Museo delle Civiltà di Roma. Quanti lo conoscono al di fuori degli addetti ai lavori? Molto pochi. Eppure, stiamo parlando di un esteso villaggio di circa ottomila anni fa che ci racconta una società capace di costruire abitazioni, coltivare, navigare e sviluppare tecnologie straordinariamente sofisticate. È un perfetto esempio di quanto la preistoria sia ancora poco visibile, anche quando si trova letteralmente sotto i nostri occhi. Dico spesso che la preistoria egiziana vive all’ombra delle piramidi, così come quella della nostra penisola si nasconde all’ombra del Colosseo.”

Che cosa cambia, nel metodo, quando si studiano società che non hanno lasciato testi scritti?
“Cambiano le fonti da interpretare. Noi archeologi che ci occupiamo di preistoria studiamo società che non hanno lasciato testimonianze scritte; dobbiamo, quindi, ricostruirne la storia attraverso altre tracce. Se voglio capire cosa mangiavano e come preparavano i cibi, analizzo i resti vegetali, le ossa animali, o gli strumenti usati per lavorarli. Se, invece, voglio comprendere l’organizzazione sociale o le relazioni tra gruppi, posso studiare gli stessi manufatti da una prospettiva diversa. Un vaso, ad esempio, non mi interessa semplicemente perché è bello o ben decorato. Mi interessa perché può raccontarmi qualcosa delle persone che lo hanno realizzato e utilizzato. Posso studiarne i residui per capire cosa conteneva, oppure analizzarne l’impasto per stabilire se l’argilla utilizzata proviene dal territorio circostante o da regioni più lontane. In questo modo posso ricostruire reti di contatto, scambi di beni, circolazione di conoscenze e pratiche sociali.
Spesso, nell’immaginario del grande pubblico, l’archeologia coincide quasi esclusivamente con la storia dell’arte: la descrizione di una statua antica, il suo stile, la sua decorazione. Ma quella è, appunto, storia dell’arte. L’archeologia ha un obiettivo diverso: comprendere il comportamento umano nel passato attraverso l’analisi delle tracce materiali che gli esseri umani ci hanno lasciato.”

Questo approccio oggi riguarda soltanto la preistoria?
“No. Inizialmente questi metodi erano utilizzati soprattutto nell’ambito dell’archeologia preistorica, proprio perché, non avendo a disposizione testimonianze scritte, era necessario far parlare tutto il resto. Oggi, però, certi metodi d’indagine vengono applicati anche ai contesti in cui i documenti scritti sono presenti. A Pompei, ad esempio, si studiano i resti di cibo, si analizzano materiali organici, semi, ossa e altri residui. Sono metodi che derivano in parte dalle scienze naturali e dalle cosiddette scienze dure e che ormai da tempo sono entrati a pieno titolo nella ricerca archeologica.”
Perché il gruppo legato all’Università di Cambridge ha pensato proprio a lei?
“Perché dal 2013 al 2019 ho svolto attività di ricerca all’Università di Cambridge, dove ho conosciuto Piers Litherland, il direttore della missione che opera a Luxor, che mi aveva già invitato a partecipare al progetto ben prima della scoperta della tomba di Thutmose II. Naturalmente, nella scelta di uno studioso con il mio profilo hanno contato anche il tipo di evidenze rinvenute e il periodo cronologico di riferimento. Come ho già detto, infatti, nell’area non erano emerse soltanto strutture e materiali di età faraonica, ma anche numerose tracce di frequentazioni molto più antiche, tra cui strumenti in pietra e altre testimonianze della presenza umana durante la preistoria. Si tratta proprio del tipo di evidenze e di periodi cronologici sui quali ho maturato una specifica esperienza nel corso della mia attività di ricerca.”

Oltre all’Egitto, mi dicevi che stai lavorando anche a un altro progetto molto importante in Marocco.
“Sì, e per certi versi è una scoperta che mi rende ancora più orgoglioso. La tomba di Thutmose II attira moltissima attenzione, ed è comprensibile, ma lì il mio ruolo, per quanto importante, riguarda soprattutto la componente preistorica del progetto. In Marocco, invece, sono co-direttore del progetto che ho seguito fin dalle sue prime fasi. Abbiamo individuato un insediamento agricolo di straordinaria importanza, datato tra il IV e il III millennio a.C. In Egitto, questo arco cronologico coincide con il Predinastico e con le fasi iniziali della formazione della civiltà faraonica. È un sito eccezionale: il più grande e, per quanto ne sappiamo, l’unico del suo genere conosciuto in tutto il Nord Africa al di fuori della Valle del Nilo.”

Che cosa avete trovato?
“Parliamo di un sito di circa dieci ettari, con silos per la conservazione delle derrate e strutture fortificate, probabilmente più recenti: una realtà molto articolata e organizzata. Le popolazioni erano locali, ma avevano contatti e scambi anche con la penisola iberica: abbiamo infatti rinvenuto alcuni recipienti ceramici dipinti che presentano affinità con complessi coevi dell’Andalusia. Erano dunque gruppi inseriti in reti più ampie, non comunità isolate.
La quantità e la concentrazione dei silos sono particolarmente significative e fanno pensare che la produzione e la conservazione delle derrate potessero andare oltre le esigenze della sola comunità locale. È, quindi, possibile che il sito svolgesse una funzione di riferimento per un territorio più ampio. Sono interpretazioni che richiedono ulteriori studi, ma già questi primi dati restituiscono l’immagine di una società molto più complessa e interconnessa di quanto si pensasse per il Nord Africa durante questo periodo.”

Quando avete dato notizia della scoperta?
“Ci lavoriamo dal 2021, ma ne abbiamo parlato pubblicamente per la prima volta nel settembre 2024, con la pubblicazione del primo articolo scientifico. Da allora la notizia ha avuto una grande risonanza ed è stata ripresa da numerose testate nazionali e internazionali. La scoperta ha inoltre ricevuto due importanti riconoscimenti internazionali: l’Antiquity Prize 2025e il Field Discovery Award dello Shanghai Archaeology Forum 2025.
È una scoperta eccezionale per il quadro archeologico del Nord Africa: al momento non conosciamo altri siti di caratteristiche e dimensioni comparabili, e proprio questa unicità rende ancora più importante continuare a studiarlo e a comprenderne il ruolo nell’ambito della tarda preistoria delle società nordafricane.”


Torniamo sul nostro territorio. A Cerveteri operano, con dedizione e grandi risultati, molte associazioni di volontariato archeologico. Che idea ha del volontariato nel campo dei beni culturali?
“Ho una storia personale di volontariato, sia in ambito culturale, sia in ambito cattolico; l’ho praticato per decenni e, proprio per questo, non posso che guardare con grande rispetto e riconoscenza a chi sceglie di dedicare gratuitamente il proprio tempo alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio culturale.
Credo però che il volontariato funzioni al meglio quando si integra con le competenze e le responsabilità dei professionisti. Il volontario può dare un contributo preziosissimo in molte attività, mettendo a disposizione tempo, entusiasmo e conoscenza del territorio, ma è importante che operi all’interno di un quadro organizzato e con il supporto e la supervisione di chi possiede le competenze professionali necessarie. Non si tratta di stabilire una gerarchia, ma di riconoscere ruoli e responsabilità diversi, che possono e devono collaborare.
Da una parte c’è la pubblica amministrazione, che oggi, come in passato, non sempre dispone delle risorse necessarie per occuparsi in modo adeguato di un patrimonio vastissimo. Dall’altra ci sono cittadine e cittadini che sentono quel patrimonio come qualcosa di proprio e desiderano contribuire concretamente a proteggerlo e a farlo conoscere. Quando queste due realtà riescono a incontrarsi e a trovare un equilibrio, il volontariato può diventare una risorsa fondamentale; non un sostituto del lavoro professionale, ma un alleato prezioso per la tutela del patrimonio e per costruire un rapporto più forte tra le comunità e il proprio passato.”

Quindi la parola chiave è collaborazione tra volontari e archeologi.
“Sì, credo che il volontariato nel campo dei beni culturali debba essere innanzitutto un’esperienza condivisa e collegiale. Io oggi faccio parte del Consiglio direttivo della Forum Clodii, un’associazione che opera da più di cinquant’anni nella tutela, nello studio e nella valorizzazione del patrimonio archeologico, storico e artistico del territorio braccianese. È stata fondata nel 1972 e, nel corso della sua lunga storia, ha promosso attività di ricerca, scavi archeologici, pubblicazioni, conferenze e visite guidate, oltre ad aver contribuito alla realizzazione e alla gestione del Museo dell’Opera del Duomo di Bracciano. L’associazione opera in un territorio molto ampio, che comprende Anguillara Sabazia, Bracciano, Canale Monterano, Manziana, Oriolo Romano e Trevignano Romano, e nel corso degli anni ha collaborato con le istituzioni e con gli enti di tutela in diverse attività. È un’esperienza che dimostra come, quando i ruoli sono chiari e le competenze vengono messe a disposizione, il volontariato possa diventare una risorsa concreta per la tutela del patrimonio locale.
Oggi guardo con particolare entusiasmo anche a esperienze più recenti, come Civitas Lacus, la comunità di eredità del Lago di Bracciano. È un progetto che si ispira direttamente ai principi della Convenzione di Faro, il trattato del Consiglio d’Europa che ha riconosciuto per la prima volta il ruolo delle cosiddette “comunità di eredità”: gruppi di persone che, indipendentemente dalla proprietà o dalle competenze tecniche, riconoscono un valore in determinati aspetti del patrimonio culturale, materiale e immateriale, e scelgono di prendersene cura insieme e di trasmetterlo alle generazioni future.La cosa che trovo più significativa è che Civitas Lacus non sia nata da un’iniziativa calata dall’alto, ma da un processo che è partito dal basso, dalla volontà di cittadini e associazioni del territorio di prendersi cura insieme del proprio patrimonio. Oggi il progetto è sostenuto anche dai Comuni di Anguillara, Bracciano e Trevignano ed è aperto alla partecipazione di altre realtà locali. È un modello interessante proprio perché ribalta la prospettiva più tradizionale: non sono le istituzioni a costruire dall’alto un progetto di partecipazione, ma è la comunità stessa a proporsi come soggetto attivo nella tutela del proprio patrimonio, trovando poi nelle istituzioni un interlocutore e un sostegno. Perché non pensare a qualcosa di simile anche per Cerveteri?
In fondo, è proprio questo il punto: l’archeologo porta competenze e metodo, le istituzioni garantiscono tutela, coordinamento e sostegno, mentre i cittadini portano la conoscenza del territorio, il tempo, l’entusiasmo e la capacità di coinvolgere altre persone. Quando queste componenti riescono a lavorare insieme, il volontariato non è semplicemente un aiuto alla tutela: diventa esso stesso una forma concreta di cura e valorizzazione del patrimonio locale.

Concludendo, il filo che lega tutto il racconto di Giulio Lucarini è che l’archeologia non deve essere intesa come una semplice caccia all’oggetto spettacolare, ma come una ricerca paziente. Come lettura dei segni lasciati dagli esseri umani nel paesaggio. Come capacità di mettere insieme una tomba faraonica, un vaso apparentemente qualunque, un seme bruciato, un osso animale, un villaggio agricolo del Nord Africa.
Perché il passato, se interrogato nel modo giusto, non racconta soltanto ciò che gli esseri umani hanno costruito. Racconta come hanno vissuto. Come mangiavano. Come si spostavano. Come utilizzavano le risorse dell’ambiente. Come scambiavano merci e idee. Come organizzavano le loro comunità e trasformavano, nel tempo, i paesaggi in cui vivevano.
E forse è proprio qui che la preistoria, pur restando spesso “all’ombra delle piramidi” o “all’ombra del Colosseo”, continua a raccontarci qualcosa di essenziale. Perché non guarda soltanto a ciò che è rimasto in piedi, ma anche alle tracce più piccole e spesso più difficili da vedere: quelle che permettono di ricostruire la vita quotidiana di persone vissute decine o centinaia di migliaia di anni fa. Persone che, molto prima dei grandi monumenti, avevano già iniziato a costruire comunità, relazioni e modi di vivere destinati a trasformare profondamente la nostra storia.









