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D.H. Lawrence e la sua giornata cervetrana

Quel viaggio nell’aprile del 1927 in terra d’Etruria era in programma da tempo…

D.H. Lawrence e la sua giornata cervetrana

di Angelo Alfani

Quel viaggio nell’aprile del 1927 in terra d’Etruria era in programma da tempo. Fin dal 1920 D.H. Lawrence aveva incontrato l’universo etrusco: racconti fatti da amici durante il suo soggiorno estivo a Villa Canovaia, presso Fiesole, ospite di Rosalind Baynes; suggellati dalla visita al Museo Archeologico di Firenze, dove ebbe occasione di vedere eleganti manufatti etruschi. “Si vede nell’istinto Etrusco un reale desiderio di preservare l’umore naturale della vita” annotò allora Lawrence. È dello stesso periodo la lettura di Cities and Cemeteries of Etruria di Dennis. Lawrence non poteva scegliere miglior guida: Dennis non era un accademico ma un esploratore, motivato non da ambizioni di diventare Professore nell’ ammucchiare fatti morti, ma da uno spirito di avventura, da naturale curiosità ed entusiasmo. Egli era interessato sia alla gente che ai posti che incontrava lungo la strada e sempre si approcciava ai ruderi con le testimonianze del popolo che vi viveva. Il suo diario sugli Etruschi è, così come Etruscan Places, un personale ed intenso libro di viaggio, pieno di vitalità e humor.

Di questo pressante interesse Lawrence ne rese partecipe il suo amico, il pittore americano Earl Brewster. L’attesa e l’organizzazione per la discesa nelle mitiche tombe dipinte di Tarquinia e Orvieto, per penetrare nelle gigantesche “mammelle” dal cono fallico di Cerveteri, divenne sempre più febbrile a partire da quel fine inverno del quinto anno dell’era
fascista. D.H. Lawrence aveva in animo di scrivere una guida ragionata sui luoghi etruschi: travel book. Niente di pretenzioso, ma utile a colmare il vuoto deirari libri esistenti, per lo più monotoni, ripetitivi e “fantasiosi”. Come è possibile, si chiedeva lo scrittore inglese, che un popolo che ha prodotto oggetti di così grande forza espressiva, sia tenuto ai margini? Trovava veramente curioso che di un popolo convissuto accanto ai romani, per secoli, si sapesse così poco. Sembrava assieme agli Etruschi si fosse sepolta anche la
“delicata magia della vita”. Il pittore americano Brewster, da par suo, non vedeva l’ora di confrontarsi con la pittura di un popolo “primitivo” a cui bisognava rendere giustizia e ricollocare nel ruolo che gli spettava tra gli antichi. Decisero di incontrarsi a Roma e, da lì, inoltrarsi nell’avventura etrusca. Lord Berners, l’eccentrico multimilionario britannico, residente nella città eterna, si era reso disponibile ad accompagnarli a visitare la necropoli di Cerveteri. “Non vi preoccupate di nulla, penso a tutto io. Ho amicizie che contano tra le gerarchie fasciste”. Lawrence, con ferma gentilezza declinò l’invito. “Ma te l’immagini andarsene in giro con quel re Mida? Ci farebbe guatare i fossi con la sua potente Rolls Royce: un pugno allo stomaco! Io, lo sai, caro Earl, semplicemente, non sopporto i quartierini alti. Meglio farci quattro passi da soli a Cerveteri. Che ne pensi?!” scrisse tre giorni prima che si incontrassero alla stazione Termini. Mercoledì sei aprile presero il primo treno alla volta delle tombe di Cerveteri, distante dalla Capitale circa trentacinque chilometri, lungo la linea ferroviaria per Pisa.

D.H. Lawrence e la sua giornata cervetrana
D.H. Lawrence e la sua giornata cervetrana

Scesero, increduli, alla fermata di Palo, senza notare l’ombra di una probabile stazione. Un carrozzone decrepito, mollato lì probabilmente da un gruppo di zingari anni addietro, stazionava pigramente appena fuori dai binari. Abbrigliato un altrettanto decrepito cavallo bianco. “Senta il bus per Cerveteri?” chiesero i due stranieri al vetturino seduto, si fa
per dire, a cassetta. “None”. “Ma scusi sir , lei dove è diretto?”. “Alla Dispoli” rispose senza muoversi di pezzo. “Ritiene possibile rimediare un passaggio per Cerveteri?” Intervenne Brewster. “Difficile”. “Difficile, difficile: tutto difficile in questo Paese!” rispose stizzito l’americano.

“Allora famo che è impossibile” concluse il vetturino che con un “N’amo pizzangrì!” rivolto al ronzino, si allontanò . I due turisti, decisamente frastornati, chiesero al ferroviere di poter lasciare in custodia i loro bagagli. Nun sia mai! “E chi se la prende sta responsabilità! Non sono manco allucchettati? Putacaso sparisse qualcosa?” rispose l’uomo in divisa, chiudendola lì. “Senta ci può dire se c’è un albergo a Cerveteri?”. “E chi lo sa! Chi cis’è mai arrampicato lassù !” rispose un bifolco in attesa del treno per andare da
n’avvocato a Civita Vecchia. I due amici finalmente capirono che la cortesia e la disponibilità era merce sconosciuta e sobbarcandosi il peso delle valigie attraversarono i binari entrando al buffet.

D.H. Lawrence e la sua giornata cervetrana

Si rivolsero al custode chiedendogli se potevano lasciare i bagagli. “Buttatele pure lì, in quell’angoletto” rispose laconicamente il gestore, che aggiunse: “Mi raccomando tornate a ripialle prima delle cinque, se no me trovate chiuso”. Erano le nove quando si incamminarono su di una strada pianeggiante, nobilitata da un doppio filare di pini per un tratto di alcune centinaia di metri, non distante dal mare. Poi la camminata proseguì su una stradina bianca, nuda, calda, con nessun’altra presenza se non quella di un carro coperto, trainato da un paio di buoi bianchi, simile, in lontananza, ad un enorme lumaca con quattro corna. Ai bordi della strada l’alto asfodelo dardeggiava qua e là a caso le sue spasmodiche scintille rosate, poco distante il mare riluceva piatto e immoto. Dinanzi le colline ed un misero lembo di villaggio grigio con una disgustosa grande costruzione
anch’essa grigia: Cerveteri.

Lentamente e zigzagando si avvicinarono al cocuzzolo, affrontando l’ultimo strappetto che portava al tipico antico villaggio italiano, raccolto dentro grigie mura e circondato, all’esterno, da poche case e ville, di nuova costruzione: scatolette color rosa. Oltrepassarono la porta dove alcuni uomini stanno indolenti a parlare ed i muli sono legati ad
anelli arruzziniti piantati nel tufo. Un gruppetto di scolari, scarponi sotto pantaloncini cortissimi e stretti al culo, sfrecciarono davanti ai due forestieri, inseguendo giù per un vicoletto, un altro scolaretto. “Chi fa la spia nun èfijo de Maria, nun è fijo de Gesù, quanno more va laggiù…” una cantilena che, insieme alle borsate inseguiva lo spione. Aveva denunciato alla maestra Borghi alcuni compagni di classe pensando di conquistarsi la fascia di capoclasse. Per il momento si era beccato una cinquina dalla Maestra e le borsate dai compagni. Inoltrandosi nelle corte viuzze, grigie e tortuose, i due amici cercarono un posto dove poter mettere qualcosa nello stomaco. Una scritta sbiadita:
Vino e cucina, accanto al fontanone, li spinse a tentare la sorte. Del resto non c’era altro da scegliere. Era proprio il caso di dire “o mangi sta minestra, o…”

D.H. Lawrence e la sua giornata cervetrana
D.H. Lawrence e la sua giornata cervetrana

Entrarono nella buia grotta-trattoria, scendendo tre gradini. Mulattieri, bicchiere di rosso denso in mano, dopo un attimo di silenzio, ripresero a scherzare pesantemente tra loro. Ordini non se ne fanno, ma una graziosa ragazza allunga scodelle riempite di brodaglia di carne insipida, mischiata con pasta spezzata. Era la stessa carne con cui avevano
fatto e rifatto il brodo. Gli spinaci, unico “contorno”, unti e bisunti: ripassati nel grasso della carne del brodo, ripassata a sua volta in padella. Comunque si mangia.

Un pastore con pantaloni di pelle di capra, con striscia pelosa e rossiccia al lato, colpisce l’attenzione di Lawrence che suggerisce all’amico la somiglianza del soggetto ad un fauno. Diffidente, li scruta con la coda degli occhi. Asciugandosi la bocca col dorso della mano se ne va, saltando in groppa ad uno smilzo cavalluccio. Poi, dopo due o tre giri sui sampietrini, risonanti per gli zoccoli battenti, fugge fori porta. L’ultimo fauno si allontanava provocatoriamente da una civiltà invadente. Mangiarono, si fa per dire ed uscirono in quel piccolo groviglio di strade racchiuso entro le mura, dopo aver concordato con la proprietaria della osteria di trovargli un accompagnatore per le tombe.

La guida “è un ometto di circa quattordici anni, scontroso come tutti in questo paese abbandonato, che ci prega di aspettarlo”. Ne approfittano per andarsi a prendere un caffè nel minuscolo bar dinanzi al quale sosta, più o meno tutto il giorno, l’autobus per Palo. La curiosità dei due turisti fu attratta da un avviso con tanto di timbri e francobolli ed svolazzante firma, agganciato alla parete del bar. L’avviso era un tabella dei giuochi proibiti. Nomi incomprensibili, dal significato oscuro.

La frase in neretto a chiusura: Sono vietate in modo assoluto le scommesse, fece scompisciare dal ridere l’inglese. Furono richiamati dal fischio del ragazzino accompagnato da un amichetto a dargli manforte i quali, tenendosi sempre a debita distanza, li guidarono giù per la discesa del Lavatore. “Fuori dalla città vecchia, appena usciti sull’incolta scarpata ci sono muli e cavalli legati… Voltando le spalle al mare, appena usciti dalle mura, si passa sotto il basso costone verticale, giù per la strada sassosa e cespugliosa del piccolo vallone”. Svoltarono subito dopo a sinistra lungo una incolta scarpatella che è stretta dalla lunga rupe tufacea sulla cui sommità è saldato direttamente il Palazzo con le finestrelle che spiano il mondo.

“Quaggiù nella forra la cittadinanza o meglio il villaggio ha costruito il “lavatore” e le donne stanno facendo tranquillamente il bucato. Sono donne di bell’aspetto, all’antica, con
quell’aria attraente diriserbo silenzioso ed intimo che devono aver avuto nel passato…” Donne che non disdegnano di allungare sguardi verso i due forestieri. Attraversano con facilità un esiguo fosso coperto da cespugli e racchiuso da barriere di canne. “Camminando notiamo molti fiori: verbena viola, nontiscordardimé e molte resede selvatiche dal profumo delicato. Dall’altra parte della vallone c’è un ripido sentiero roccioso su cui si inerpicano volenterosi i ragazzi che ci accompagnano”.

È un viottolo di terra rossiccia sdrucciolevole, serpeggiante tra enormi massi di tufo staccatisi dalla greppa. Sorpassarono una porta tagliata nella roccia per uscire in un aperto, selvaggio, incolto pianoro. Sulla strada che portava alla Banditaccia, tumuli d’erba dalla forma di fungo, e grandi tumuli lungo il ciglio del burrone. Gli esploratori si bloccarono, mentre i due ragazzini, spezzando con agili gambe gli asfodeli in fiore, si scapicollarono verso la piccola guardiola in muratura.

“C’era una dolce calma tra questi grandi tumuli erbosi con le loro antiche corone di tufo: un’aria intima e felice. In quel soleggiato pomeriggio d’aprile con le allodole che si levavano dall’erba soffice delle tombe, c’era netta la sensazione che un’anima dovesse trovarsi”

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