Cerveteri, quando i frustoni fuoriuscivano dai merli – di Angelo Alfani
Pomeriggio inoltrato di fine Agosto:giornata torrida e di una umidità soffocante .
La mejo gioventù, da poco ritornata dal litorale carbonella, sgazzosava ai tavolini. Nuclei parentali, allargati fino ai cugini di terzo grado,sgranocchiavano chicchi di ghiaccio grossi come grandine, dai colori arancio,verde,giallo canarino.
Un urlo da fori porta annunciò l’arrivo della seicento beige del medico condotto:“Ecco Vitone!”.
All’unisono,come consuetudine le sedie ed i tavolini che accerchiavano la farmacia,dilatando all’esterno il bar di Agustarello e della Baricella,furono ammucchiati addosso ai muri.





I più esagerati, e la Terra d’Etruria ne produce ’na pipinara,si infilarono a frotte dentro ai locali.
Dubbi sulle capacità di guida del medico, molisano d’origine ed etrusco d’adozione,avevano una loro legittima fondatezza. Il conseguimento della patente fu arduo ,e l’ululo della sgasata alla partenza e delle infinite manovre per parcheggiare ,erano oramai “luoghi comuni”.
La seicento che, con la sua fanaliera anteriore ingigantita, faceva sembrare il muso un bambino spaurito con gli occhi spalancati, conobbe la retromarcia con notevole ritardo sulla data di immatricolazione. La quarta,si dice, restò illibata. Il fuggi fuggi che si generava ogni volta che il medico affrontava la curva dei giardini, non era ovviamente legittimato, ma ce poteva sta’.
Ben diverso fu l’urlo che strozzò la piazza nel momento della grande siesta. “Correte, scappeno i serpenti!”
Quasi d’incanto, una piccola folla si radunò nella strettoia che dall’arco immetteva nella piazzetta della chiesa.
Patanè, più per dovere che per convinzione, lasciò l’ufficio seguendo lentamente il flusso della gente.
Da anni, accanto ai ripetuti avvistamenti del mostro del Manganello, boati su serpenti ingoianti abbacchi, su pastora vacche lunghi uno sproposito, avevano vivacizzato capannelli dei batti piedi .
“Ci risiamo”, pensò Patanè.
Ma stavolta se sbaijava. La decisione di togliere l’edera centenaria che inverdiva le mura castellane era parsa alle nuove autorità, occasione per foto di gruppo e soprattutto accontentare qualche galoppino con ‘na manciata di mangime.
Il tufo si era di nuovo mostrato al sole, così pure decine e decine di serpenti, disturbati dopo decenni di calma piatta.
Se ne accorse un piazzettaro, occhio attento, che notò alcuni frustoni uscire, come in processione, dai tanti buchi dei merli. L’urlo di avviso venne lanciato dalla nonna.
La paura invase la piazzetta. Il primo cittadino,co’ ‘na punta di ruffiani appresso, decise di transennare via Santa Maria, all’altezza di Merindo il calzolaio, impedendo così l’ingresso alla piazza, e di convocare, per il lunedì successivo, un consiglio comunale straordinario.
Come sempre le cose non sarebbero andate secondo ragione, ma si sarebbero cercati i domatori di ragni, lasciando tutto immutato. E soprattutto con uno sciupio di soldi pubblici.
L’andazzo fu sufficiente per l’appuntato Patanè per capì l’antifona. Chiamò Giovanni la guardia ed insieme si diressero in canonica.
Ad un don Luigi che continuava ad asciugarsi il sudore dal collo per la stretta tonaca, fecero capire che se si fosse lasciato in mano la faccenda a quei quattro disperati si sarebbe messa a rischio la continuità delle funzioni religiose nella chiesa parrocchiale.




Due sole telefonate dal centralino di Palmira con il segretario di Tisserant, Monsignor Mancini, furono sufficienti per trovare la giustificazione per una immediata soluzione: Sussistendo il problema, le funzioni religiose della domenica non avrebbero potuto avere svolgimento.
Don Luigi aveva “promesso” che sarebbe sfilato in processione di protesta per le vie del paese,con paramenti neri e gialli,quelli daservizio funebre.
Lo aveva già fatto altre volte, in anni lontani, cercando di forzare la politica a decisioni non più rinviabili per il bene della collettività. L’arciprete romagnolo era sulla settantina,alto e corpulento,con una faccia severa che incuteva rispetto e timore a tutti,perfino quando era ben disposto, di solito appena “magnato”.
Non passò molto tempo che un giovanissimo Nicolino la guardia, munito di fucile a pallini, appostato sul terrazzo di fronte alle mura, iniziò la mattanza dei serpenti.
Il tiro a segno durò fino a quando comparve la luna dietro alloggione.
Raccontano che alcuni regazzini segnarono con bastoncini sulla polvere il numero dei frustoni abbattuti.
Altrettanti furono quelli segnalati che, più fortunosamente, riuscirono a svignarsela verso il Manganello.
La domenica pomeriggio, a bar pieni, l’argomento, oltre al tunnel di Omar Sivori, fu la tempestiva e risolutiva iniziativa del sostituto di Saporito.
Altri ,passeggiando verso l’arco, speravano di vedere un frustone ritardatario.
A Patanè, riverito al tavolino con doppia granita di caffè in “omaggio”, si avvicinò il Biondo.
– Appuntà, mo’ bisogna snidare pure i serpenti che stanno nel palazzotto. E lì so dolori-.
Un “Ecco Vitone” liberò Patanè, in fuga con la granita in una mano e coll’altra a stringere quella grassoccia della figlia, dal dovere dare una risposta imbarazzante.
Nota bene
Un vecchio racconto che mi auguro possa divertire e far ragionare
Immagini del progetto di riqualificazione piazzetta dell’architetto Giancarlo Menichetti
Colgo occasione per mettere una foto della “ ristrutturazione (sic sic sic “ della semplice ma ricca di storia canonica cervetrana.









