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Cerveteri è come Roma nel film “La grande bellezza”, si è adagiata sulla sua Storia





L’intervista al fotografo internazionale Domenico Cammarano

Cerveteri è come Roma – Giovanni Zucconi

Si può conoscere una città attraverso le persone che ci vivono. Non perché ci sia qualcuno che la conosca più degli altri. Ma perché ognuno la guarda con occhi diversi. Da un’angolatura diversa. Spesso, troppo spesso, leggiamo sui giornali l’immagine della città raccontata dai politici. Che la descrivono a seconda della propria convenienza politica. Meno spesso ci capita di conoscere le nostre città attraverso gli occhi di chi non deve vendere niente a nessuno. Ma che abbia la capacità di vedere oltre le contingenze quotidiane e oltre i luoghi comuni. In poche parole, che non abbia bisogno di raccogliere un facile consenso.

Su questa linea, da un po’ di tempo stiamo pubblicando interviste a personaggi che abbiano la capacità, attraverso la loro arte, di raccontare Cerveteri o Ladispoli, o qualsiasi altra città del comprensorio, in modo incisivo e originale. Comunque fuori dagli schemi, e dal politicamente corretto.

Questa volta pubblichiamo l’intervista ad un artista, un fotografo internazionale, probabilmente sconosciuto ai più, che ha scelto Cerveteri come residenza. Il suo nome è Domenico Cammarano. Un fotografo che ha pubblicato molti reportage dall’estero, e che ha anche un portfolio su Photo Vogue. In questo portfolio ci sono anche foto di Ladispoli.

Ha vissuto a lungo in Francia, dove organizzava mostre fotografiche ed eventi culturali, e a Milano, dove è stato in contatto con tutti i più importanti fotografi italiani.È giudice nel noto concorso internazionale di fotografia, World Water Day Photo Contest.

Dopo questa sintetica presentazione, possiamo leggere quello che pensa Domenico Cammarano della fotografia, ma anche di Cerveteri e di Ladispoli.

Internet sta progressivamente facendo sparire l’editoria cartacea. Cosa sta succedendo alla fotografia?

“Si continua ancora a parlare di fotografia. Ma effettivamente la fotografia non esiste più. Perché è cambiata. Ci si ostina a chiamarla fotografia, a non trovargli un nome nuovo. La fotografia, quella vera, esiste solo nei salotti culturali e nelle mostre. Ma la fotografia intesa in senso classico non esiste più. Adesso esistono i creator digitali. Ma è un’altra cosa. La fotografia vera esisterà in futuro solo nei salotti.”

Quindi la fotografia farà la stessa fine della carta stampata?

“Per me la fotografia è legata alla carta stampata. Per me, e non solo per me, la vera fotografia è il negativo. Perché la fotografia è l’incontro, in un determinato istante, tra la luce e un substrato sensibile. Che era la pellicola. E tutto ciò che è una esasperata manipolazione successiva, non possiamo più chiamarla fotografia. La fotografia è la registrazione, da parte del fotografo, di un evento che accade in un preciso momento. Con la fotografia digitale è cambiato tutto. Una foto digitale è fatta da tanti 0 e 1, che io posso cambiare. E nessuno può accorgersi che li ho cambiati. Quindi quell’istante si perde. E non ho la prova che quell’istante sia esistito, o che quello che vedo sulla foto sia realmente esistito.”

Pensa quindi che la fotografia debba cambiare addirittura nome?

“Secondo me sì. La fotografia classica è una cosa chimica, che va stampata. Nessuno stampa più. Ma questo è un problema serio. Chi non stampa le proprie foto digitali, tra quarant’anni è possibile che non abbia più nulla. Perché i supporti digitali si possono corrompere o, più semplicemente perché i dispositivi del futuro non leggeranno più le vecchie foto. Ha presente le videocassette o i filmini super 8? Quindi la memoria storica di questa società può andare tutta persa. Rimarranno solo le foto stampate.”

Non va persa solo la memoria collettiva. Ma va persa anche quella personale. Possono scomparire tutte le nostre immagini personali

“Per questo per me è indispensabile tornare a fare i ritratti vecchio stile come si faceva una volta.Bisogna tornare al ritratto stampato. Ma devono essere ritratti senza tecnicismi esasperati. Perché deve risaltare solola persona che hai davanti.”

In una recente intervista, lo scultore cerveterano Frattari ha detto che il ritratto non è morto. Ma che sta riprendendo vita

“Era morto apparentemente. Perché tutti possono farsi un selfie. È frutto della cultura dei social. Ma quella non è una vera fotografia. Innanzitutto, a meno che chi si fa il selfie è uno molto bravo, quello che ottieni è un’immagine rovesciata di te stesso. Non è quella che vedono gli altri di te.È quella che tu vedi di te.”

Perché la gente ricomincia a farsi fare un ritratto?

“C’è un movimento di fotografi famosi che sta riproponendo questo tipo di progetti. E poi perché le persone si stanno rendendo conto di quanto sia fatuo questo tipo di mondo che ci ha preso un po’ la mano a tutti.”

Lei non ha un progetto legato alla nuova voglia di farsi fare un ritratto?

“Sto portando avanti un progetto, che si chiama “Fermati un istante”. Chiunque può venire nel mio studio o vado io a domicilio con un piccolo set fotografico da ritratto. Produco un ritratto classico, che poi viene stampato su carte pregiate. Normalmente nel formato 30×40. Che puoi incorniciare e appendere al muro. Per me la fotografia è tale solo quando la tocchi. Deve essere un oggetto. Le fotografie della nostra infanzia noi le tocchiamo, le sfogliamo. Non erano dei numeri. E non rischiavi di perderle se ti si rompeva l’hard disk.”

Questo progetto lo ha portato anche a Cerveteri?

“Ho provato quest’estate a fare delle giornate del ritratto in Piazza Risorgimento. Avevo chiesto tutte le autorizzazioni al Comune. Avevo in mente di replicare un progetto americano sull’America di provincia. L’intenzione era quella di fare una mostra con tutti i ritratti delle persone di Cerveteri che avrebbero partecipato. Però non si è presentato nessuno. Nonostante che avrebbero ricevuto un ritratto professionale gratuito”

Ho visto che ha pubblicato un ritratto dell’attore Adamo Dionisi

“Quella foto lui l’ha portata al Festival del Cinema di Venezia di quest’anno. L’aveva messa anche come salvaschermo sul cellulare. L’ha notata anche il suo regista che gli ha detto: “Chi te l’ha fatta questa foto? È la foto più bella che ti abbiano mai fatto.”.”

Così come in un ritratto si può fare emergere l’anima di un personaggio, lo stesso si può fare con una fotografia di una città?

“Un conto è fare una foto di un paesaggio, e un conto è cercare l’interpretazione di un paesaggio. Io sto scrivendo un libro che si intitola “Oltre la cartolina”, che raccoglie tutte le mie esperienze di documentarista che ho vissuto in tanti anni di lavori all’estero.È un invito, a chi viaggia, ad andare oltre la semplice fotografia del monumento o del paesaggio. A fotografare per raccontare qualcosa, e non solo per raccogliere immagini.”

Non basta quindi fare foto belle?

“Bisogna fare buone fotografie. Non belle. Una fotografia deve raccontare qualcosa, altrimenti è inutile. È solo estetica.”

Come vede Cerveteri con suo occhio di fotografo internazionale?

“A Cerveteri si possono fare due tipi di lavori. Uno è quello di esaltare le sue bellezze storiche. Ma non lo sento dentro. Preferisco più fare un lavoro sul sociale. Mi piacerebbe raccontare le piccole comunità che risiedono all’interno di Cerveteri. Mi piacerebbe fare racconti di memorie storiche della vita quotidiana ceretana. Mi sto concentrando su questo lavoro.”

La sento un po’ freddino su Cerveteri. Su Ladispoli invece?

“Ladispoli mi affascina e mi eccita moltissimo, invece. Ho fatto anche molte fotografie. Mi affascina questa decadenzaparticolare. È una decadenza che viene dal dopoguerra, ma anche prima della guerra. Ci sono degli strati culturali che Cerveteri non ha. Quindi dal punto di vista dell’immagine, per me, è più stimolante. Per me, quando sono a Ladispoli è come se fossi all’estero. Da un punto di vista urbano, Ladispoli mi interessa fotograficamente di più di Cerveteri.È un gusto personale, naturalmente.”

Quando parla di decadenza, cosa intende?

“Gli Americani la chiamano “La bellezza del decadimento”. È una bellezza con uno strano velo di tristezza. Quando sono a Ladispoli mi sento come se stessi facendo un reportage su una città all’estero.È una questione di sensazioni interiori. Non saprei spiegarne il motivo.”

Che cosa manca a Cerveteri? Perché è poco stimolato?

“Cerveteri, anche se è molto più piccola di Roma,vive la stessa problematica del film “La grande bellezza”. Anche qui c’è la decadenza di una città che è abituata a vivere su dei resti storici prestigiosi. Roma si è adagiata sulla storia dell’Impero Romano.A Cerveteri si continuano a fare rotonde con sopra le immagini delle tombe. C’è qualcosa che non va, secondo me. Bisognerebbe far capire a chi viene a visitare Cerveteri che c’è altro oltre un grande patrimonio storico. Non puoi dare il messaggio che hai solo quello.”

Lei dice quindi che Cerveteri si è adagiata troppo sul suo passato. Ma anche Ladispoli si è adagiata su un suo passato, magari più recente

“Ladispoli ha un tessuto sociale completamente diverso da quello di Cerveteri. È a tutti gli effetti un quartiere di Roma, e quindi è più raccontabile. Ha tutte le bellezze e le bruttezze di un quartiere di Roma. Quindi Ladispoli è in evoluzione, non è ferma. Ha un contato con una realtà più grande di quella che si ha a Cerveteri. Tanto è vero che a Cerveteri c’è un enorme differenza tra la vita tra la Cerveteri cosiddetta alta, diciamo quella entro le mura, e quella che possiamo trovare nella Cerveteri più bassa. Che è più simile a Ladispoli anche dal punto di vista sociale.”

Questo spiega perché Ladispoli la stimola di più dal punto di vista fotografico?

“Si, perché come dice la grandissima fotografa Susan Sontag, la fotografia un’espressione sociale. Se non c’è un soggetto e una relazione con quel soggetto, non può esserci la fotografia.”

C’è una foto, tra quelle che ha fatto nei suoi reportage nel mondo, che considera la più bella?

“Le foto non vanno viste solo in sé, ma anche come nascono. Sono affezionatoparticolarmente a due ritratti che ho fatto uno a Rio de Janeiro e uno all’Avana. Il primo è di un ragazzino che mi seguiva per rubarmi la macchina fotografica. Il secondo è di un personaggio dell’Avana vecchia che imitava Fidel Castro per vivere, per farsi fare le foto dai turisti.Un ritratto in cui lui è molto triste.Come dicevo prima, la fotografia nasce sempre da una relazione. La fotografia è fotografia quando c’è un discorso da fare per arrivare a fare click. Altrimenti non c’è. La fotografia deve sempre rappresentare una storia.”