Cerveteri: Damiano Incaini, ovvero quando con la moto da enduro salvi le persone e doni felicità ai ragazzi disabili – di Giovanni Zucconi

Chi è Damiano Incaini? Abita a Cerveteri, ma non so quanti lo conoscono, e sanno che cosa fa per la nostra città. Io non lo conoscevo. L’ho conosciuto solo perché ha voluto incontrarmi e dirmi, di persona, che non era d’accordo con un articolo che avevo scritto sui ciclisti. Che, a mio parere, dovrebbero avere dei limiti nel circolare nelle nostre aree archeologiche. In particolare, nella bellissima, ma fragile, Via degli Inferi.
Ma spero che questo articolo-intervista possa essere l’occasione per farlo conoscere al maggior numero di persone. Perché Damiano Incaini è un personaggio straordinario. Un concittadino di cui andare fieri, e soprattutto da prendere come esempio. Per quello che fa come sportivo, come volontario nella Protezione civile e, soprattutto, per tutto quello che fa nel sociale a Cerveteri e non solo.
Incaini ha avuto, per primo insieme ad altri, l’idea di creare un Nucleo Enduro all’interno della Protezione civile. Struttura che è nata per la prima volta a Cerveteri, e che ha avuto il suo battesimo del fuoco durante il terremoto di Amatrice.
Indovinate chi va a riprendere e a riportare a casa gli escursionisti che si perdono andando alle cascatelle di Cerveteri? Naturalmente è lui con i suoi compagni enduristi.

Ma non è finita qui. La Protezione civile non è l’unico impegno nel sociale di questo straordinario personaggio. Lo scoprirete nella lunga intervista che mi ha concesso dopo il suo primo cazziatone nei miei confronti.
Lei è molto severo con chi, io per primo, si batte per impedire il passaggio dei ciclisti in parte delle aree archeologiche. In particolare, nella bellissima, ma fragile, Via degli Inferi. Ci può spiegare il suo punto di vista su questo tema?
“Purtroppo, quando si parla di biciclette, non solo a Cerveteri, è un attimo che diventa il solito discorso su “categorie” da attaccare: ciclisti, motociclisti… Come se fossero i responsabili di qualsiasi cosa succeda nel bosco o sui sentieri. Invece non è così, e lo dimostriamo ogni settimana sul territorio.”
Quindi per lei è meglio non parlarne
“Va bene parlarne, ma il problema è il tono e il bersaglio che si vuole colpire. Deve rendersi conto che, come è bello fare un percorso a piedi, è bello anche farlo in bicicletta. Ed è ovvio, che per noi motociclisti, laddove non ci sono divieti, è bello farlo anche in moto.
Io, nei percorsi dove è permesso, ci passo spesso con la moto. Però, se incontro chi sta a piedi, mi fermo e mi metto da parte. Li faccio passare e li saluto. Il rispetto non è un optional. È questo che vorrei dire: non dovrebbe essere “vietato” passare con la bici o con la moto. Bisogna vietare l’essere irrispettosi.
Il principio fondamentale è che bisogna mantenere sempre il rispetto. Se passi a passo d’uomo con la bicicletta, va bene. Come va bene passeggiare nei sentieri con il cane al guinzaglio. O con il cavallo condotto con criterio. Le mancanze di rispetto non riguardano una sola categoria. Ho fotografato sacchetti di deiezioni nelle tombe, e visto cani fare buche sui sentieri. Ho trovato scritte a pennarello al Ponte degli Austriaci. E anche segnature a vernice dei cacciatori. Se vogliamo vietare qualcosa, allora dovremmo vietare a tutti i comportamenti scorretti. Non solo a una sola categoria di frequentatori di sentieri.”
Quindi lei pensa che non sia giusto vietare i sentieri frequentati dagli escursionisti alle biciclette o, laddove non sia espressamente vietato, alle moto
“Assolutamente no. Io nei percorsi intorno a Cerveteri ci ho portato famiglie intere. Ci ho portato la mia famiglia. Ho portato gente a piedi, altri in bicicletta, altri in moto. È un posto che può vivere benissimo con tutte queste presenze, se c’è rispetto. Quella non è una zona “per una sola categoria”: è una zona di tutti.”
Passiamo a parlare di lei, e del suo contributo nella Protezione civile di Cerveteri. Dove opera in sella alla sua moto. Una Protezione civile “di motociclisti”, che cosa fa esattamente?
“Io sono il responsabile del Nucleo Enduristi, il nucleo motociclisti della Protezione civile di Cerveteri. Che è una struttura vera e propria. È un settore che è nato proprio qui, a Cerveteri. Da un’idea di diversi anni fa, avuta insieme a Mario Menicocci. Che poi è stata portata avanti, e via via migliorata. Siamo una decina di enduristi all’interno della Protezione Civile.
Il nostro Nucleo Enduristi ha delle funzioni ben precise: il controllo del territorio, il supporto ai soccorsi, la prevenzione degli incendi, l’intervento su sentieri e strade dove i mezzi normali non arrivano o arrivano male. Partecipiamo anche a dei pattugliamenti, e facciamo segnalazioni di illeciti ambientali o altre attività illegali nei boschi. Noi usiamo la moto come strumento. Non per divertirci, ma per arrivare veloce dove gli altri non possono arrivare. Il coordinamento del nostro Nucleo è sempre di Renato Bisegni.”
Quando c’è un’emergenza, come si attiva la macchina dei soccorsi? La gente chiama voi?
“No, la maggior parte delle persone chiama il 112, che è il numero unico per le emergenze. Da lì partono le attivazioni: Carabinieri, polizia locale, e poi la Protezione civile. Dipende dal tipo di intervento. Quando la situazione lo richiede, quando si tratta di bosco, di sentieri, di strade sterrate, zone dove un’ambulanza non può arrivare allora entrano in gioco gli enduristi. Ci chiamano, ci danno le coordinate, o ci indicano la zona, e noi partiamo a recuperare le persone. Naturalmente anche tutti gli altri ragazzi della Protezione civile si impegnano in questo tipo di ricerche. A piedi o con i droni. Non solo noi con la moto”

Ci può raccontare un vostro tipico intervento a Cerveteri?
“Un intervento particolarmente difficile l’abbiamo affrontato l’anno scorso. Era una cosa seria. Una signora con il cane, in una zona non proprio semplice, ha avuto un problema. Non parliamo di un incidente “da niente”. Era una situazione che andava gestita con professionalità. Quella volta abbiamo dovuto organizzare il recupero. La signora non poteva risalire da sola. C’era la famiglia, c’era il cane… Ci hanno chiamato, e siamo intervenuti con le moto. L’abbiamo raggiunta e l’abbiamo caricata. L’abbiamo riportata a Cerveteri, insieme a tutta la famiglia.
Come vede non si tratta di pratiche “turistiche”. Noi operiamo un soccorso vero. E lo facciamo come Protezione civile, non come gente che va a divertirsi in moto.”


Se non sbaglio, uno dei momenti più forti del vostro impegno è stato ad Amatrice, dopo il terremoto. Cosa avete fatto lì?
“Ad Amatrice siamo arrivati come Protezione civile di Cerveteri. Attivati dal comandante della polizia locale di Amatrice. Quando siamo arrivati, il problema maggiore era il grande caos: macerie, strade interrotte, gente che si muoveva in modo disordinato, mezzi che non passavano. Bisognava organizzare, fare ordine, capire chi potesse arrivare e dove. Appena arrivati abbiamo organizzato gli enduristi.
Siamo diventati operativi dal giorno dopo: con le moto raggiungevamo i Comuni, aprivamo sentieri, portavamo cibo, beni di prima necessità e psicologi nei campi. Aggirando ingorghi o passando su sterrati.
Abbiamo mappato i percorsi accessibili, e siamo riusciti a entrare in zone dove gli altri soccorritori non arrivavano. Siamo stati utilizzati come staffette. Abbiamo portato materiali e supporto. Abbiamo aiutato gli altri volontari di Protezione civile e abbiamo organizzato anche dei corsi per usare la moto in queste situazioni.
Poi, il progetto di un Nucleo Enduristi per la Protezione Civile è stato preso in mano anche a livello nazionale. Ma l’esperienza è partita da Amatrice. Da un gruppo di enduristi di Cerveteri che è andato ad aiutare le persone in un disastro vero.”


Quindi non esiste solo il “motociclista che rovina i sentieri”, ma anche il motociclista che salva le persone, letteralmente
“Certo. Di soccorsi ce ne sono capitati parecchi. Persone che hanno perso il sentiero e non trovano più la strada per tornare. Famiglie che si fanno sorprendere dal buio. Coppie che escono a fare una “passeggiatina”, e poi non sanno più dove si trovano. Ci è successo, ad esempio, di dover andare a riprendere una coppia che si era persa. Quando li abbiamo trovati erano infreddoliti e spaventati. Il bosco, quando cala il buio, non è più quello della passeggiata tranquilla…
Noi arriviamo, li raggiungiamo in moto, li accompagniamo fuori dal bosco e li riportiamo sulla strada. Questo è il nostro lavoro: controllo del territorio e soccorso.”
Mi diceva che non vi occupate solo di emergenze, ma anche di sociale. Me lo può spiegare meglio?
“Noi lavoriamo molto anche sul sociale. Forse non lo sa quasi nessuno, ma di iniziative ne abbiamo fatte tante. Per esempio durante la Sagra dell’Uva. Ma soprattutto, quello a cui tengo di più, abbiamo fatto molti eventi con i bambini. E progetti di mototerapia.”
In cosa consiste la “mototerapia”? Non ne ho mai sentito parlare.
“È più semplice di quello che pensa. Sono occasioni in cui portiamo bambini e ragazzi, spesso con disabilità, a vivere la moto in modo diverso: come un’occasione per sorridere, per salire dietro, per provare l’emozione in sicurezza.
Si tratta di mettere insieme la nostra esperienza con le moto, e il bisogno di alcuni ragazzi di vivere qualcosa di forte, ma protetto. Molti sono disabili, a volte disabili gravi. Noi prepariamo un’area sicura e regolata. E uno per uno li facciamo salire. Sempre con tutte le protezioni, e con tutte le attenzioni. Non è una corsa, non è una gara. È un giro in moto pensato per loro. E quello che ci restituiscono, con un sorriso o un abbraccio, vale più di qualsiasi vittoria in una gara.”


Mi sembra di aver capito che lei questa cosa la senta particolarmente anche a livello personale
È vero.Anch’io ho un bambino disabile, non vedente. E questo inevitabilmente ti segna. Ti fa vedere il mondo in modo diverso. E ti fa capire quanto possa valere un’esperienza così, per un bambino o un ragazzo che di solito certe cose le sente solo raccontare. Mio figlio Edoardo si divertiva sempre quando lo portavo con me in moto. Anche da questo vissuto nasce l’idea di introdurre in Italia la mototerapia.
Quindi, quando parlo di mototerapia, non la vivo come “un evento”. La vivo come qualcosa che conosco dall’interno, perché so cosa vuol dire avere un figlio che non può vivere il mondo come tutti gli altri.
La moto è come una giostra che dà libertà: donarla a chi normalmente non può viverla, è un privilegio. Ai ragazzi dico: siete fortunati a fare ciò che amate. Ricordatevi di chi non può, per limiti fisici. Quello che ricevi dallo sport, lo devi poi restituire.”
Stava accennando anche di esperienze all’estero che le hanno fatto venire l’idea di proporre a Cerveteri la mototerapia
“Sì, sono stato negli Stati Uniti e lì ho visto che organizzano tante manifestazioni nel sociale. E mi sono domandato come potevo contribuire anche io, con quello che sapevo fare meglio, a creare iniziative nel sociale. Io so andare in moto, e mi è venuta quindi in mente di introdurre in Italia la mototerapia. O comunque l’uso della moto in contesti sociali e terapeutici.
Insieme ad altre persone, abbiamo perfezionato l’idea, e l’abbiamo messa in pratica. A Cerveteri questa cosa non nasce dal nulla. Nasce proprio dal Nucleo di Protezione civile, dal Nucleo Enduristi. Che ha messo la propria esperienza a servizio degli altri.”
È veramente encomiabile questo vostro impegno
“Ogni volta che ci riusciamo, proponiamo questi eventi. Mettiamo a disposizione le moto, l’organizzazione e la nostra presenza. Anche quest’anno l’abbiamo riproposta alla nostra Amministrazione. Abbiamo portato la mototerapia alla Sagra dell’Uva, dove Sindaca ci ha concesso l’area della Legnara. Poi siamo anche andati al Don Guanella e a Borgo San Martino. Ma non è sempre semplice conciliare tutto, perché abbiamo i nostri impegni lavorativi. Ma la nostra idea è di continuare, e di organizzare le cose con calma, bene, e in sicurezza. Quest’anno siamo stati anche aiutati da un gruppo di cittadini che ci hanno dato una grossa mano.
Lei corre in moto anche a livello agonistico?
“Sì. Faccio gare di enduro, motorally e motocross da 26 anni. Ho 18 titoli regionali e 3 titoli nazionali. Sono stato campione italiano nel 2019, e ho diversi secondi posti. L’anno scorso ho conquistato il bronzo al Campionato Italiano Major. Quest’anno ho vinto il trofeo di campione italiano di KTM. La moto per me è un hobby, ma fatto da professionista. Sono anche direttore sportivo di un motoclub.

Tutto questo fa parte della mia storia sportiva. Però, per me, la cosa fondamentale è che tutta questa esperienza non resti chiusa dentro l’agonismo. La porto anche dentro la Protezione civile. La metto anche a disposizione per insegnare, per formare, e per far sì che le moto vengano usate bene anche sul territorio.
Alla fine di questa nostra chiacchierata, se me lo concede, il messaggio è questo: le moto possono essere uno strumento per controllare il territorio, per fare soccorso e per fare sociale. Bisogna solo usarle con responsabilità e, soprattutto, bisogna salvaguardare la zona in cui viviamo, e il nostro Paese.”









