Nella Sala Mengarelli la conferenza-spettacolo ideata da Agostino De Angelis. Al centro il rapporto tra giustizia, responsabilità, memoria e processo mediatico
di Giovanni Zucconi
Cerveteri, alla Banditaccia la memoria di Capaci diventa riflessione sul ruolo dei magistrati
Non è stata una semplice commemorazione. Ma un tentativo di riportare la memoria dentro il presente. È stato questo il filo della conferenza-spettacolo “Magistrati: un ruolo difficile. Giudici o giudicati?”, ideata e diretta da Agostino De Angelis e ospitata nella Sala Mengarelli della Necropoli della Banditaccia, in occasione del 23 maggio, anniversario della strage di Capaci. Una data che l’Italia lega, prima di tutto, ai nomi di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli uomini della scorta uccisi nell’attentato del 1992. Ma nell’incontro, Agostino De Angelis ha scelto di allargare lo sguardo. Non soltanto Falcone e Borsellino. Anche quei magistrati, servitori dello Stato, uomini delle istituzioni e testimoni civili che spesso restano fuori dalla memoria più condivisa.

È stato lo stesso De Angelis, aprendo l’incontro, a porre il tema. Ricordare Falcone e Borsellino è necessario. Ma non basta. Perché, ha osservato, quando nelle scuole si fanno nomi come Montalto o Terranova, spesso pochi sanno rispondere. Eppure, anche loro hanno pagato con la vita il proprio lavoro. Da qui il senso dell’iniziativa. Ripercorrere una storia della Magistratura, del Diritto e della Repubblica italiana. La formula scelta è stata quella, ampiamente sperimentata e collaudata, della conferenza-spettacolo. Letture, interventi, immagini, filmati. Non per trasformare la memoria in rappresentazione. Ma per renderla più vicina. Più comprensibile. Più capace di parlare anche a chi quegli anni non li ha vissuti. Ma anche a quelli, come me, per i quali la memoria comincia ad avere troppe imperdonabili lacune.

Uno dei primi passaggi è stato dedicato a Giovanni Falcone e alla sua idea di Magistratura. Nelle letture è stato richiamato un tema molto attuale. L’indipendenza e l’autonomia dei giudici non possono reggere senza una professionalità solida, responsabile, al servizio del cittadino. Non basta vincere un concorso. Il concorso è l’inizio, non il punto d’arrivo. Servono studio, esperienza, merito, rigore. Da qui il primo grande nodo della serata: la vocazione. Una parola che oggi sembra quasi fuori dal tempo. Eppure, è stata indicata come una chiave per capire il ruolo del magistrato. Ma anche quello dell’avvocato, dell’insegnante, del giornalista, del genitore. La vocazione come servizio. Come capacità di non vivere soltanto per sé stessi. Come disponibilità a mettere la propria competenza dentro una responsabilità più ampia.
Nel dibattito è emerso più volte questo punto. Falcone, è stato ricordato, conosceva la paura. Sapeva il rischio che correva. Ma andava avanti, per spirito di servizio. Non per eroismo astratto. Non per ricerca di visibilità. Perché sentiva che quella era la sua funzione. Gli avvocati intervenuti hanno portato il tema sul terreno concreto della professione. Il diritto, è stato detto, non vive nei principi generali se poi non si confronta con la realtà. Con i suoi limiti e con le sue pressioni. Con le responsabilità quotidiane. C’è chi ha ricordato i rischi, anche personali, incontrati nei primi anni di professione. C’è chi ha richiamato il confine delicato della coscienza professionale: fino a dove può spingersi un avvocato? Quali sono i suoi limiti? E quanto pesa, in ogni ruolo, la tentazione del protagonismo?
Un passaggio particolarmente significativo ha riguardato il rischio di trasformare il magistrato in una figura impropria. Non un purificatore della società. Non un giustiziere. E neanche un protagonista mediatico. Ma una persona chiamata ad applicare il diritto da una posizione di libertà, terzietà e indipendenza. Senza lasciarsi trascinare dalla logica degli schieramenti, oggi purtroppo così presente nel dibattito pubblico. Da qui il titolo della conferenza: giudici o giudicati? Perché il magistrato è chiamato a giudicare, ma sempre più spesso si ritrova a sua volta esposto al giudizio del tribunale mediatico. Dei talk show. Dei social. Di un’opinione pubblica che, molte volte, emette sentenze prima ancora che la giustizia abbia potuto fare il proprio lavoro.

Uno dei momenti centrali è stato introdotto da una domanda semplice ma importante: la giustizia è o non è di questo mondo? La risposta, nelle diverse voci della serata, è stata netta. La giustizia deve essere di questo mondo. Non può essere rinviata a un altrove. Ma proprio per questo deve essere esercitata con prudenza, rigore, rispetto delle garanzie. È stato richiamato il principio della presunzione di innocenza e quello del giudizio “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Una formula che non dovrebbe restare confinata nelle aule di tribunale, ma diventare cultura civile. Soprattutto in un tempo nel quale la condanna pubblica arriva spesso prima degli atti. Prima delle prove, prima delle sentenze.
Il riferimento ai processi mediatici è stato esplicito. Non solo per il ruolo dei giornalisti, ma anche per quello degli spettatori. Perché c’è una domanda di notizie, di colpevoli, di verità immediate. E questa domanda alimenta un mercato. La giornalista Barbara Pignataro, intervenendo nel confronto, ha richiamato anche la responsabilità del giornalismo. Che non deve sostituirsi alla giustizia, ma riportare i fatti, conservarne la memoria, aiutare il pubblico a comprendere senza deformare la realtà.
La parte più intensa della conferenza è stata quella dedicata alla lunga scia di sangue che ha attraversato l’Italia tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Novanta. Con letture e filmati, la conferenza ha ricordato Cesare Terranova, Gaetano Costa, Giangiacomo Ciaccio Montalto, Rocco Chinnici, Rosario Livatino, Antonino Scopelliti, fino a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nomi che non appartengono soltanto alla storia giudiziaria. Appartengono alla storia della Repubblica. De Angelis ha insistito proprio su questo punto. Molti di quei nomi oggi sono poco conosciuti. Eppure, hanno segnato il passaggio più duro del confronto tra Stato, mafia, terrorismo, malaffare, politica deviata, poteri economici. Un intreccio che nelle letture è tornato più volte. Non come ricostruzione giudiziaria dettagliata. Ma come monito civile.

Particolarmente forte è stato il passaggio dedicato a Rosario Livatino. È stata letta una sua riflessione sulla giustizia come compito collettivo: non di pochi magistrati, ma dello Stato, dei soggetti collettivi, della stessa opinione pubblica. Giudicare, è stato ricordato, non significa applicare meccanicamente la legge. Significa decidere secondo verità. Dare alla legge un’anima. Sapendo che il diritto, da solo, se separato dall’uomo, rischia di diventare un guscio vuoto. Livatino è tornato anche nelle parole dell’avvocato Arseni, che ne ha richiamato la testimonianza cristiana. La fede vissuta dentro la professione. La figura del magistrato ricordato non solo con la toga nera ma, simbolicamente, anche con una veste bianca. Non una santità separata dalla vita. Ma costruita nel lavoro quotidiano, dentro il dovere svolto fino in fondo.
Alle 17.58, ora dell’esplosione di Capaci, l’incontro si è fermato per un minuto di silenzio. Un gesto semplice e spontaneo, suggerito da Gea Copponi che era presente nella prima fila e promosso da Barbara Pignataro. Forse il gesto il più eloquente. Nella parte finale, la conferenza ha richiamato anche altri nomi e altre ferite della storia italiana: Mino Pecorelli, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Pio La Torre, Salvo Lima. Figure diverse, vicende diverse, ma unite dal tema del rapporto tra potere, criminalità, Stato e verità ancora difficili da ricomporre fino in fondo.




Il messaggio conclusivo è rimasto sobrio. Non c’è stata retorica. C’è stata piuttosto la consapevolezza che molto è cambiato da quegli anni, ma non tutto quello che sarebbe dovuto cambiare. Che la giustizia, per essere credibile, deve essere indipendente, imparziale, ma anche rapida. Che la memoria non può vivere soltanto nelle ricorrenze. E che la legalità non si costruisce con le frasi solenni, ma con una pratica quotidiana. Nelle professioni. Nella scuola. Nell’informazione. Nelle istituzioni. Nei cittadini.
È forse questo il senso più profondo dell’iniziativa. Ricordare chi ha pagato con la vita non per trasformarlo in un’icona quasi distaccata dal presente. Ma per riportare a ciascuno una parte di responsabilità. Perché la giustizia, se deve essere di questo mondo, non può essere lasciata soltanto ai magistrati. Deve riguardare tutti.









