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Centro Antiviolenza di Cerveteri: molte le donne che hanno già chiesto un aiuto





L’intervista alla responsabile del centro, Ileana Aiese Cigliano

Centro Antiviolenza di Cerveteri: molte le donne che hanno già chiesto un aiuto – di Giovanni Zucconi

Come molti sanno, da poco più di due mesi è stato aperto a Cerveteri, ma che è a servizio di tutto il comprensorio, un Centro Antiviolenza, affidato alla Cooperativa BeFree. La sede, denominata “Le Farfalle” è a via dei Bastioni, 46. Per sapere di più come funziona il centro antiviolenza, ma anche per capire meglio il mondo della violenza sulle donne, spesso troppo stereotipato, abbiamo intervistato la responsabile del centro, Ileana Aiese Cigliano. Che ringraziamo per la sua disponibilità, e per la pazienza di aver sopportato le tante domande.

Iniziamo con una domanda tra l’ingenuo e il provocatorio: perché è necessario creare un centro antiviolenza specifico per le donne? E perché lo si da per scontato, tanto che non serve nemmeno specificarlo nel nome?

“Perché la violenza domestica, la violenza sulle donne, è un fenomeno che ha ormai le dimensioni della piaga sociale. Qui non stiamo parlando solo di eventi criminali, che sicuramente esistono e sono gravissimi, ma di un fenomeno specifico, che affonda le sue radici in un contesto culturale. Noi purtroppo viviamo ancora in una società organizzata in modo tale che gli uomini e le donne non vengano trattati allo stesso modo su tante cose. Nello specifico, ed è quello di cui ci occupiamo maggiormente noi, è quello di avere un peso diverso all’interno di una coppia o di una relazione.”

Ci può fare degli esempi?

“Faccio un esempio, il primo che mi viene in mente. Magari neanche il più eclatante. All’interno di una coppia può essere tollerato, o comunque consentito, che il marito o il compagno, abbia le password degli account della moglie o della compagna. Con la giustificazione che così può aiutarla su siti come quelli finanziari, social, o altro. Un altro caso può essere che se lui deve andare a fare la partita di calcetto, non deve chiedere il permesso. Mentre se deve uscire lei, c’è bisogno che lui esprima il suo giudizio. Naturalmente sto parlando di coppie dove questo non sia stato discusso e liberamente concordato.”

Quindi sta parlando di casi in cui la donna subisce queste situazioni

“Sto parlando di casi in cui la donna, considerandole “normali”, fa queste cose, le subisce, anche se le creano disagio.”

Come si arriva alla violenza partendo da queste situazioni?

“Quello di cui stiamo parlando è già una violenza. Su questo dobbiamo essere chiari. È una violenza psicologica ed economica. Queste violenze, insieme all’isolamento della donna dal resto del suo mondo che spesso si aggiunge in queste situazioni, sono il substrato dove può capitare, ma non necessariamente, la violenza fisica. La violenza fisica non è necessaria affinché la donna si debba rivolgere a noi. Questo è un concetto importante. Basta già tutto quello che ci siamo detti per definire una situazione di maltrattamenti e comunque di violenza. Perché c’è una disparità di poteri nella coppia.”

Quello che sta dicendo è molto importante, e sicuramente non scontato. I centri antiviolenza come quello di cui è responsabile, non servono solo per segnalare episodi gravi di volenza. Ma anche per episodi apparentemente meno gravi che però creano un forte disagio nella donna

“Continuo a fare esempi tagliati con l’accetta, ma spero significativi per capire meglio quello che voglio trasmettere. Può capitare che in una coppia si facciano progetti in cui sono previsti dei sacrifici da parte della donna. Di solito di carriera, o semplicemente lavorativi. Rimane a casa a badare ai figli, mentre il marito, o il compagno, può seguire tranquillamente la sua carriera. Dopo qualche tempo questo rapporto finisce. Cosa rimane alla donna? Di solito i figli in affidamento e un assegno di mantenimento. All’uomo, che ha potuto fare carriera, rimane una situazione economica spesso migliore, e che gli permette di superare meglio la separazione.”

Lei sta dicendo che non vengono considerati i sacrifici fatti dalla donna per quel progetto che era partito comune. E che adesso ne raccoglie i frutti solo il marito. In effetti, quando si parla di violenze, uno pensa solo alle botte

“Può darsi che le botte non arrivino mai.”

Le donne si rendono sempre conto di essere oggetto di questa violenza?

“Non sempre. È che uno si immagina che ha a che fare con dei loschi figuri. Ma non è così. La maggioranza dei mariti o dei compagni delle donne che vengono da noi, sono stimati professionisti o comunque persone che fuori di casa sono delle persone assolutamente presentabili. E non è che questa persona si presenta al primo appuntamento con un mazzo di rose, e chiede subito di dargli tutte le password e di gestire le sue finanze.”

Ma durante la convivenza se ne rendono conto?

“Dipende. Ma un certo punto c’è però la goccia che fa traboccare il vaso. C’è sempre un motivo che le rende più consapevoli. Per esempio, i figli diventano più grandi, e le donne si rendono conto che i ragazzi stanno crescendo assistendo a delle cose spiacevoli. O altro. C’è comunque sempre un motivo molto personale che le fa aprire gli occhi, e che le fa unire tutti i puntini. E a quel punto si rende finalmente conto di quanto sta succedendo.

Una volta che uniscono i puntini, ma non c’è una violenza grave, sono portate lo stesso a venire da voi e a parlare della loro situazione?

“Che questo accada è uno dei nostri compiti. Noi siamo contrari alla rappresentazione della violenza sulle donne fatte, come accade nelle giornate canoniche, dall’occhio nero, dal sangue che scorre… Quelle sono la punta dell’iceberg. I femminicidi, che sono tantissimi, sono comunque in rapporto 1 a 100 con quelle situazioni familiari dove non si è raggiunta quella intensità di violenza, ma dove è presente, comunque, una situazione di maltrattamento. Per questo noi ci occupiamo anche di diffondere questo tipo di messaggio: non si deve arrivare all’occhio nero, non si deve arrivare di andare all’ospedale o ai Carabinieri per rendersi conto di vivere una situazione di violenza. Noi diciamo sempre che se una donna vive una situazione di disagio, comunque vale sempre la pena di venire a parlare con delle persone specializzate come possiamo essere noi. Che possono dare delle indicazioni utili per capire meglio certe situazioni.”

In questi due mesi di apertura del centro a Cerveteri, quante donne si sono rivolte a voi?

“Si sono rivolte a noi già diverse decine di donne. Nelle prime settimane abbiamo portato la media di una scheda al giorno.”

C’è una tipologia più frequente delle altre?

Centro Antiviolenza di Cerveteri: molte le donne che hanno già chiesto un aiuto
Centro Antiviolenza di Cerveteri: la responsabile Ileana Aiese Ciglianoo

“La violenza è trasversale. Non c’è condizione sociale o professionale, non c’è livello di istruzione che tenga al sicuro le donne da certe situazioni. Proprio perché è un fenomeno culturale.

Quando poi si decidono a venire da voi, seguono un percorso, o vengono solo una volta per sfogarsi?

“I casi sono naturalmente diversi. A volte vengono per un primo colloquio, ma poi magari non è ancora il loro momento. Però intanto sanno che esiste un centro dove qualcuno può starle a sentire. Quindi magari spariscono per un po’, ma poi ritornano. Poi ci sono donne che sono 20 anni che sopportano, e vengono perché non ce la fanno più.”

Quale è il percorso che offrite alle donne che si rivolgono a voi?

“Innanzitutto noi offriamo un percorso che noi chiamiamo psico-sociale. Che è fortemente focalizzato all’uscita dalla violenza. A riprendersi quelle capacità di riorganizzare la propria vita al di fuori di quella situazione. È quindi un percorso di semplicemente, tra molte virgolette, di supporto emotivo.”

Centro Antiviolenza di Cerveteri: molte le donne che hanno già chiesto un aiuto

E nei casi più complessi?

“Noi lavoriamo in rete, e quindi possiamo affrontare gli scenari più diversi. Ci può essere il caso di dover affrontare un Tribunale. In quattro casi possibili: consensuale, causa civile, causa penale o attivazione del Tribunale dei minori. In tutti questi casi possiamo dare una consulenza legale. Ma anche un orientamento ai servizi: esistono i servizi sociali, esiste il consultorio, esistono le forze dell’ordine… Noi possiamo indirizzare e consigliare come muoversi.”

Vengono da voi più donne in cerca di un consiglio o di una presa di coscienza, che però vorrebbero poi continuare la relazione, oppure no

“Da noi generalmente vengono quasi sempre quando la relazione è già finita. O sta per finire, e quindi vogliono sapere come fare.”

Com’è il vostro rapporto con le forze dell’ordine?

“Naturalmente è continuativo e costante. Il Comune di Cerveteri, appena abbiamo aperto questo centro, ha organizzato un incontro con tutte le principali forze dell’ordine del territorio. Di solito è più frequente che le donne vadano prima a fare denuncia. Poi, per legge, le forze dell’ordine devono fornire gli estremi del centro antiviolenza più vicino. E vengono a trovarci.”

Chiudiamo con domande un po’ più pratiche. Che tipo di “obbligo” hanno le donne che si rivolgono a voi?

“Ci tengo a dire che le donne che si rivolgono a noi non hanno assolutamente nessun tipo di obbligo, né di precondizione. Il colloquio non è impegnativo in nessun termine. Può essere una semplice chiacchierata. E non obblighiamo a fare assolutamente nulla. Tutti i nostri percorsi sono personalizzati.”

Garantite la riservatezza?

“Nessuno verrà mai a sapere che una donna si è rivolta a noi. E naturalmente i nostri servizi sono totalmente gratuiti.”

Quali sono i giorni e gli orari in cui le donne vi possono venire a trovare?

“Noi siamo aperti il lunedì, il martedì, il mercoledì e il venerdì, dalle ore 9:00 alle ore 15:00. Il giovedì apriamo dalle 12:00 alle ore 18:00. E questi sono gli orari dell’apertura dell’ufficio. Ma noi rispondiamo al telefono, al numero 366 9755274, 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Festivi compresi. Quindi rispondiamo sempre, sempre, al telefono. Il numero è anche Whatsapp e SMS. Oppure si può scrivere all’email: [email protected].”