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CittàCronaca

Caccia, grandezza dei frutti della terra e forza fisica. Le smargiassate… alla Barone di Munchhausen

di Angelo Alfani

Indagare l’anima di un uomo è impresa ardua, ancora meno agevole è disvelare quella di una Comunità. Chi ci si avventura lo fa mettendo a repentaglio la sua stabilità psicofisica. Per non rischiare di scapicollare ballando mezzi imbriachi sulla cresta della greppa di Sant’Antonio, è indispensabile affidarsi alla Kabbalah cervetrana, al suo patrimonio sapienziale, prima che l’avvolgersi degli anni lo stinga e cancella. Conviene rifarsi ai modi di dire, alle storielle, alle palesi smargiassate, agli sfonnoni, tramandatisi negli anni per cercare di raggiungere e comprendere il nocciolo duro di una comunità. Si tratta spesso di creazioni di un singolo, del prodotto della sua arguzia o ingenuità, della
sua maggiore predisposizione ad esprimere il sentire collettivo: la capacità di esaltare un aneddoto insignificante in un emblematico episodio, una locuzione futile in evidenza universale. Desidero da subito precisare che quanto andrò raccontando lo considero “mio” in quanto parte della cervetranità a cui, de facto, appartengo e che, Dio me ne guardi, non c’è alcun intento di irrisione nei confronti di alcuno, caso mai di compartecipe sorriso ed affinità paesana. Le smargiassate alla Barone di Munchhausen, riguardavano, come
consuetudine, la caccia, la grandezza dei frutti della terra, la forza fisica, le capacità personali e venivano raccontate e diffuse grazie alla cassa di risonanza rappresentata dalle osterie, dalla piazza, dalle tombolate, dalle spianatore di polenta con salsiccia e spuntatura.

Tra le più significative ci sono quelle relative a due arcinoti cervetrani. “Pare’, come te so’ annati st’anno i pomodori!?” “Ereno così grossi che con mezzo pomodoro ci ho fatto n’ottantina di bottije. L’altra metà l’ho buttata perché era fracica”. Ancora più nota è quella sulle formiche. I due, passeggiando nella polverosa piazzetta della chiesa o del principe fate voi, impuntarono i piedi allungando lo sguardo verso il campanile, impiccato sulla torre di mattoni. “A pare’ le vedi quelle formiche che camminano sopra la campanella!?”.”No, ma sento li passi”. Tipiche di un paese di cacciatori sono quelle sulla beccaccia abbattuta che, precipitando a terra, infilò una lepre di passaggio e del cinghiale a cui, per mancanza di cartucce, venne sparato un nocciolo di pesca.

Caccia, grandezza dei frutti della terra e forza fisica. Le smargiassate… alla Barone di Munchhausen

Per anni raccontano ancor oggi venne avvistato alle Cerchiare un cinghiale che aveva una pianta di pesche che sfrondava dal culo dell’irsuto maialone. Altra storia, che rimanda alla familiare curiosità con cui gli anziani cervetrani usavano conoscere i ragazzini, è quanto si narra sulla signora Peppina, proprietaria di una merceria-tabaccheria-edicola ed altro ancora, all’inizio di via Agyllina. Con un modo di fare da buona vecchietta aveva l’abitudine di apostrofare i giovanissimi clienti con: “Che bell’occhi che ci hai! A chi sei fijo!?”. Capitò un maschietto la cui muserola non avrebbe avuto bisogno di manifestarsi con le parole, tanto era riconoscibile. Alla domanda di rito, il ragazzino rispose: “So fijo de…”. “Ecco, lo volevo proprio dì cocco mio!” chiuse laconicamente Peppina, continuando a contare li pescetti. Poi ci sono quelle politicaly non correct ma che spesso coglievano il sentire comune. In anticipo sui tempi Polverì, noto ai cervetrani quanto e più di Dario Carota ai caninesi, con il tratto da Barone della terra che lo contraddiceva, chiuse così un contenzioso verbale con un nuovo arrivato in Paese che se la tirava: “Se eri un bon fico da mo’ che al paese tuo te s’erano magnato!” “O sni o snà!” viene
attribuita ad un giovanotto cervetrano che pretese, in modo così perentorio, una risposta definitiva dalla famiglia della corteggiata da troppo tempo. Ci sono poi gli aneddoti derivanti dalle incomprensioni linguistiche.

“Fiacca Caio fiacca” fu il disperato urlo di un nordico che cercava di convincere un aiutante indigeno a mollare di spingere il portellone del cassone del camion che gli attanagliava la mano. L’altro, inconsapevolmente, continuò a forzare ritenendo che bisognasse non dimostrare fiacca. Altra splendida incomprensione si racconta avvenne in un sofisticato ristorante di Roma ad un tombarolo che, assieme ad altre istrici notturne, festeggiava alla grande la vendita di coccetti. “Per secondo le consiglio un piatto di langoustines flambé au cognac” propose il cameriere in livrea. “Mejo de no!I Con la verdura nun ce faccio tanto” fu la imbarazzante risposta. Altre poi derivano dal tentativo di parlare difficile, come “gente ciovile che vonno parla’ cor quinni e’r quinnici e cor ciovè”come direbbe il Belli, con cadute a precipizio nell’ involontario umorismo.

Eccone alcuni esempi rintracciati in anni lontani. Al solito, sempre più raro visitatore che, in modo vacuo e apparentemente non interessato alla risposta, pone domande in modo
criptico, si ricordano esilaranti equivoci: “Mi stai a chiedere dei turisti alle Tombe? Vengheno e vangheno che so ‘na meraviglia!“; “ Me sta a chiede se sono autoctono, indigeno!?!?Dov’è ubicato il primo cittadino!?Non lo so. Non mi sono esprimerlo”; al primario d’ortopedia che gliela spiega con termini medici “Dottore non mi dica le bucie” Così come il contadino intervistato dal solito giornalista dalla finta erre moscia tanto per darsi un tono “Di cocomeri quest’anno ce ne è stato una inezia. Di meloni, ringrazzianno il Signore, ‘na pipinara!” E via con “Ponga attenzione signorina che la scaletta è incrinata e se casca si sfrocia”; “Ingegne’ se ricorda quanno morsette Nino, al funerale era pieno come n”ovo”; “A prendere e scindere che le vacce nun’ereno marcate..” E per concludere la storiella di un tombarolo non autoctono rispose alla guardia di finanza che lo
inseguiva urlando “Si fermi! “Si fermi lei, che non gli corre appresso nessuno”.

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