A Cerveteri, nel Parco Fürstenfeldbruck, l’Associazione Damiano Casali costruisce uno spazio di accoglienza per i giovani del territorio. La storia di Daniele e l’appello di Roberto Casali ai ragazzi che lo vandalizzano: “Entrate e venite a parlare con noi”
di Giovanni Zucconi
C’è un’associazione di ragazzi, a Cerveteri, a mio parere ancora poco conosciuta, che sta lavorando per dare ai giovani un luogo nel quale sentirsi accolti. Si chiama Associazione Damiano Casali, e porta il nome di un ragazzo che, il 9 novembre 2023, si è tolto la vita a 19 anni. I suoi fratelli e i suoi amici hanno deciso di impegnarsi perché altri ragazzi potessero trovare un punto di riferimento, soprattutto nei momenti difficili.

Il loro progetto sta prendendo forma nel Parco Fürstenfeldbruck, che il Comune ha messo a disposizione dell’Associazione. Uno spazio che hanno cominciato a recuperare con il lavoro dei volontari, autofinanziandosi e coinvolgendo cittadini e altre realtà del territorio. L’obiettivo è costruire un centro di aggregazione aperto ai giovani di Cerveteri, Ladispoli e del litorale, ma anche ai bambini e agli adulti.
“Un posto per stare bene, ma anche per stare male”. Roberto Casali, fratello di Damiano e fondatore dell’Associazione, torna più volte su queste parole. Significano che si può entrare nel parco anche con la propria sofferenza, senza sentirsi giudicati. E lì trovare qualcuno disposto ad ascoltarti, e un’attività nella quale sentirsi utili. Oppure scegliere di stare sotto un ulivo con un libro, se quel giorno vuoi stare in silenzio da solo.

Nell’intervista Roberto racconta la storia di Daniele, 24 anni, al quale hanno affidato le chiavi del parco. Un ragazzo che qui ha trovato un ruolo e delle responsabilità, fino a scrivergli: “Da quando sto con voi la mia vita è cambiata”.
Ma a spingere Roberto a chiedere questa intervista sono stati anche i continui atti di vandalismo che l’associazione denuncia: reti tagliate, bottiglie rotte, rifiuti abbandonati. Chi danneggia il parco colpisce un luogo pensato anche per il proprio futuro. Ed è proprio a quei ragazzi che il Roberto Casali vuole parlare. Vorrebbe incontrarli, far conoscere loro il progetto, spiegare che l’invito a entrare e a sentirsi accolti vale anche per loro. Da questa volontà di farsi conoscere, e soprattutto di incontrarsi, nasce la nostra lunga conversazione.
Roberto, l’associazione porta il nome di tuo fratello Damiano. Come siete arrivati alla decisione di creare, nel suo ricordo, un luogo aperto agli altri ragazzi?
“L’associazione nasce da una tragedia: la morte di mio fratello Damiano, che il 9 novembre 2023 si è tolto la vita a soli 19 anni. Io e i miei due fratelli, insieme agli amici e con il sostegno di altre persone, abbiamo deciso di impegnarci per dare ai ragazzi un luogo nel quale incontrarsi, fare attività e trovare accoglienza anche quando attraversano un momento difficile. Uno spazio aperto a tutti, dai bambini agli adulti, dove poter stare senza sentirsi giudicati.
Ci siamo lanciati in una scommessa molto più grande di noi. Siamo stati anche un po’ incoscienti, ma sentivamo che dovevamo fare qualcosa. Dovevamo farlo per Damiano e per gli altri ragazzi. Per chi non sta bene e ha bisogno di trovare un posto in cui sentirsi accolto. È da questa convinzione che è nata l’idea del centro di aggregazione.
Il Comune ci ha messo a disposizione il parco, che era abbandonato da anni, e abbiamo cominciato a lavorare per recuperarlo. Nel tempo abbiamo coinvolto cittadini, famiglie e altre associazioni. È stato un percorso faticoso e sappiamo che ci sarà ancora molto da fare. Il nostro obiettivo è lasciare qualcosa ai giovani del territorio, anche a quelli che oggi sono bambini e che tra qualche anno avranno bisogno di uno spazio come questo”.



“Un posto per stare bene, ma anche per stare male”. Hai ripetuto più volte una frase che, credo, racchiude il senso del vostro progetto. Che cosa vorresti che trovasse qui una persona che sta attraversando un momento difficile?
“Vorrei che trovasse un luogo nel quale sentirsi a proprio agio, anche con la propria sofferenza. Per me questa è la motivazione principale di tutto quello che stiamo facendo. Un ragazzo deve poter venire qui per incontrare gli altri, studiare, partecipare a un’attività. Ma anche quando sta male, senza sentirsi giudicato da nessuno.
Penso a mio fratello Damiano. Mi domando se avrebbe potuto trovare qualcosa in un posto così. Magari sarebbe venuto a studiare, a fare un’attività, a stare al bar. E magari, in mezzo alla natura, si sarebbe sentito a proprio agio anche nel portare la sua sofferenza. Non so che cosa sarebbe successo. Voglio immaginarlo così: un luogo nel quale avrebbe potuto stare anche nei momenti difficili, senza il timore del giudizio degli altri.
Per questo abbiamo previsto uno sportello d’ascolto gratuito. Ma conta anche, e soprattutto, la possibilità di frequentare il parco secondo i propri bisogni. Ci sono ragazzi che fanno fatica a stare in mezzo alle persone. Qui possono anche scegliere di stare da soli, sotto un ulivo, con un libro. Non devono sentirsi obbligati a partecipare a qualcosa. O a stare in compagnia.
Per me sarebbe già importante riuscire a cambiare mezza giornata di qualcuno. Che una persona possa tornare a casa pensando: “Oggi sono stato bene. In quel posto ci torno, perché non mi sento giudicato, c’è qualcuno che mi aiuta, non mi sento un alieno”. È questo che vorremmo offrire ai ragazzi e anche agli adulti del nostro territorio. Quando il centro sarà pienamente attivo, sarà un grande traguardo. Ma il senso del nostro impegno è già tutto qui: poter entrare anche quando si sta male e trovare accoglienza”.
Roberto, ci puoi raccontare qualche storia di ragazzi che hanno visto la loro vita cambiare frequentando il parco?
“Sì, e ci tengo molto a raccontare la storia di Daniele. Ha 24 anni, abita qui davanti e per noi è l’esempio più concreto di quello che questo parco può rappresentare.
Gli abbiamo affidato le chiavi. Lui viene, apre il parco e si mette a fare i suoi lavori. È falegname, gli piace lavorare il legno, si interessa anche di elettricità e idraulica. A volte preferisce lavorare da solo e qui può farlo. Ha trovato uno spazio nel quale mettere a disposizione le proprie capacità. È anche bravissimo a scacchi: organizza tornei, giochi di carte e di società con gli altri ragazzi. Partecipa alla vita del parco e contribuisce a costruirla.
Suo padre ci ringrazia sempre. Ci ha raccontato che, da quando viene qui, Daniele ha trovato un suo obiettivo, un suo ruolo. Qualcosa di importante di cui sentirsi parte. E che questo cambiamento si vede anche a casa, nel suo modo di essere. Daniele segue un percorso di cura e continua a farlo. L’esperienza del parco si affianca a quel percorso. Qui ha delle cose da fare, delle responsabilità, delle persone con cui condividere un impegno.
Un giorno mi è arrivato un suo messaggio: “Da quando sto con voi la mia vita è cambiata”. Mi ha scritto che questo luogo è magico, che ti fa rinascere. Quando leggo parole così, che cosa posso desiderare di più? Per me è il premio più grande che questo parco ci abbia restituito. Dopo tutta la fatica fatta, sapere che qualcuno ha trovato qui qualcosa di così importante dà una forza enorme per continuare.
Adesso Daniele ha chiesto di entrare nel direttivo. Si è messo a disposizione al cento per cento e alla prossima riunione entrerà a farne parte. Vuole assumersi un impegno ancora maggiore e portare avanti il progetto insieme a noi. Ecco perché tengo tanto alla sua storia. Ci fa capire quanto conti avere un luogo nel quale sentirsi parte di qualcosa. Il centro deve ancora diventare pienamente operativo, abbiamo tanto lavoro davanti, ma nella vita di Daniele il parco ha già cominciato a fare la differenza”.



La storia di Daniele fa pensare a quanti altri ragazzi possano avere bisogno della stessa accoglienza. Che cosa può rappresentare un luogo come questo per il territorio di Cerveteri e Ladispoli?
“È una domanda che mi faccio anch’io: quanti ragazzi, tra Cerveteri, Ladispoli, Cerenova e il resto del litorale, vivono una difficoltà e potrebbero trovare qui un punto di riferimento? La storia di Daniele ci fa capire quanto possa contare avere un posto nel quale sentirsi accolti e parte di qualcosa. Per me è importante anche riuscire a cambiare soltanto mezza giornata di una persona. Che venga al parco e, tornando a casa, possa pensare: “Sono stato bene, ci torno. Non mi sono sentito giudicato, ho trovato qualcuno che mi aiuta, non mi sono sentito un alieno”. Sarebbe già un risultato prezioso.
Accogliere significa anche rispettare il modo in cui ciascuno riesce a stare con gli altri. Ci sono ragazzi che fanno fatica a stare in compagnia e che magari, in quel momento, preferiscono rimanere da soli. Qui possono mettersi sotto un ulivo con un libro, senza sentirsi obbligati a partecipare a un’attività. Vorrei che sapessero che possono venire anche così, secondo i propri bisogni, e sentirsi comunque a proprio agio. Quel posto è anche per loro”.
Quali attività e servizi volete offrire a chi frequenterà il centro?
“A breve partirà uno sportello d’ascolto gratuito, aperto due volte alla settimana, al quale potranno rivolgersi giovani e adulti. È uno dei progetti ai quali teniamo di più, perché l’ascolto è al centro di quello che vogliamo costruire. Vorremmo poi realizzare un campetto da basket e uno da calcetto, organizzare laboratori di fotografia, musica e arte. Per i bambini pensiamo a corsi di pittura e attività di gioco. Abbiamo già organizzato giornate che hanno portato al parco tante famiglie e vorremmo continuare su questa strada. Il progetto prevede anche spazi nei quali venire a studiare o a lavorare.
Il bar sarà il nucleo centrale del parco. E proprio al bar è legato un mio piccolo sogno. Faccio il barista, ho un attestato di caffetteria e vorrei mettere a disposizione quello che so fare, organizzando corsi gratuiti per i ragazzi con disabilità, anche con sindrome di Down, attraverso le associazioni che li seguono. Mi piacerebbe insegnare loro il mio mestiere. È un modo concreto nel quale sento di poter dare il mio contributo, condividendo le competenze che ho”.

Quando ci siamo sentiti per preparare l’intervista mi hai parlato di atti di vandalismo a cui è regolarmente sottoposto il parco. Che cosa sta succedendo?
“La sera alcuni ragazzi si fermano nel parcheggio qui davanti. Rompono le bottiglie, le lanciano dentro il parco, lasciano immondizia. Ci tagliano le reti e cercano di entrare. Abbiamo provato a mettere cartelli, a fare annunci, ma continuiamo a ritrovarci nella stessa situazione. Ogni tre o quattro giorni dobbiamo riparare una recinzione, comprare quello che serve, raccogliere vetri e rifiuti. Anche una rete ha un costo, e poi bisogna trovare il tempo per rimetterla a posto. Noi ci autofinanziamo, portiamo avanti questo progetto con gli eventi e con il lavoro dei volontari. Tutto questo pesa su un impegno che è già grande.
Abbiamo faticato tanto per recuperare il parco, per liberarlo dall’immondizia e renderlo utilizzabile. Ora vorremmo far capire a questi ragazzi che cosa c’è dietro quel lavoro e perché lo stiamo facendo”.
Secondo te sono ragazzi di Cerveteri?
“Chi li ha visti dice di sì”.
State costruendo un punto di riferimento proprio per i giovani. Pensi che chi lo danneggia abbia capito che questo progetto riguarda anche lui?
“Secondo me tanti non l’hanno ancora capito. Ed è proprio questo il messaggio che vorrei riuscire a far arrivare attraverso l’intervista: questo sarà anche il vostro parco. Quello dei vostri fratelli, dei vostri nipoti e, un domani, dei vostri figli. Stanno danneggiando uno spazio che stiamo recuperando anche per loro. Un luogo nel quale potranno venire, partecipare alle attività, incontrare altre persone, trovare ascolto. È aperto a tutti e non si paga l’ingresso.
Vorrei che entrassero e vedessero quello che facciamo. Che si incuriosissero, che ci facessero delle domande. Forse, conoscendo il progetto, potrebbero capire quanto questo posto possa essere importante anche nella loro vita. Ma dobbiamo essere bravi anche noi a raggiungerli e a spiegarglielo”.

A quei ragazzi rivolgi quindi un invito a conoscervi. Che cosa vorresti dire loro?
“Ragazzi, venite a parlare con noi. Entrate, visitate il parco, cercate di capire che cosa stiamo costruendo. Non serve tagliare una rete per entrare di notte: potete venire quando siamo aperti, stare con noi e conoscere questo posto.
Io vorrei davvero riuscire a incontrarli. Penso che anche questi comportamenti esprimano un disagio, ed è proprio del disagio dei ragazzi che vogliamo occuparci. Il nostro impegno è creare un luogo nel quale una persona possa sentirsi accolta senza essere giudicata. L’invito vale anche per loro. Il problema è che arrivano alle undici, alle undici e mezza, a mezzanotte. Io e gli altri non possiamo stare qui fuori ad aspettarli. Abbiamo un lavoro, una famiglia, altri impegni. Per questo spero che le nostre parole possano raggiungerli attraverso l’articolo, magari anche attraverso i genitori, e convincerli a venire a conoscerci. La domenica il parco è aperto. Venite, fatevi vedere, parliamo. Vorrei che capissero che questo spazio è anche per loro e che possono aiutarci a farlo vivere”.
Quanto lavoro c’è stato per arrivare fin qui?
“Quando abbiamo preso il parco c’erano rifiuti speciali, in certi punti non c’era neanche lo spazio per mettere i piedi. Abbiamo impiegato due anni a togliere tutta l’immondizia, seguendo con il Comune le procedure necessarie. Due anni anche per avere l’acqua: andavamo alla fontanella a riempire i secchi e pulivamo così. È stata dura. Io mi sono anche rotto un dito facendo i lavori, mi sono tagliato le braccia. Come me, tanti altri ragazzi hanno faticato. Poi arrivano le parole di Daniele, oppure quelle di una persona che entra e ci dice che qui si sente bene. Per me valgono più di tutta quella fatica”.

Come avete sostenuto le spese e quali saranno i prossimi lavori?
“Il Comune ci ha dato il posto. Per il lavoro fatto finora non abbiamo preso un euro dal Comune: ci siamo autofinanziati con gli eventi, i Memorial, le giornate di raccolta delle olive e la vendita dell’olio. Nel parco ci sono quattordici ulivi e stiamo raccogliendo le olive anche quest’anno. Adesso il Comune si è aggiudicato un bando ANCI al quale abbiamo partecipato con il nostro progetto. Con quelle risorse riqualificheremo il bar, rifacendo porte, finestre e gli spazi. A breve partiranno i lavori. Da lì potremo dare maggiore continuità alle attività”.
Chi vuole conoscervi può già venire al parco?
“Sì. Per ora siamo aperti la domenica, per tutta la giornata. E quando organizziamo eventi negli altri giorni. Non abbiamo ancora una data per l’avvio completo del centro, perché devono partire i lavori. Quando il bar sarà attivo vorremmo aprire ogni giorno.”.
Che cosa vorresti dire alle famiglie e ai ragazzi che leggono questa intervista?
“Io non voglio fare tenerezza. Vorrei che la comunità comprendesse il lavoro che stiamo facendo: siamo ragazzi che si stanno impegnando per altri ragazzi, per costruire un luogo aperto a tutti e lasciare qualcosa al territorio. Penso spesso a quelli che oggi hanno dieci o undici anni. Tra qualche anno attraverseranno quell’età nella quale vuoi spaccare il mondo, fai fatica ad ascoltare e magari anche a farti capire. Vorremmo che potessero trovare qui un punto di riferimento. Un posto dove andare, dove incontrare qualcuno disposto ad ascoltarli, dove sentirsi accolti anche quando non stanno bene.
Il ricordo di Damiano ci ha spinto a cominciare questo percorso. Ora vorremmo che sempre più persone conoscessero il progetto e comprendessero perché ci dedichiamo tanto tempo e tanta fatica. Stiamo lavorando anche per chi ancora non frequenta il parco, per i bambini che cresceranno, per i giovani che verranno dopo di noi. E per gli adulti che avranno bisogno della stessa accoglienza. È questo che vogliamo lasciare: un luogo del quale le persone del nostro territorio possano sentirsi parte. Anche tra qualche anno, quando i bambini di oggi saranno diventati ragazzi”.








