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Carciofo romanesco: +2% produzione, fino a 65.000 capolini/ha e costi +30%





L’eccellenza del Lazio tra crescita produttiva e nuove sfide economiche

Carciofo romanesco: +2% produzione, fino a 65.000 capolini/ha e costi +30% –

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Cresce la produzione di carciofo romanesco, ma aumentano anche i costi. È questo il quadro che emerge dal settore orticolo laziale, dove uno dei prodotti simbolo del territorio continua a rappresentare una risorsa economica importante, pur tra difficoltà sempre più evidenti.

Secondo i dati più recenti, la produzione registra un incremento del +2%, confermando il ruolo centrale del Lazio nella coltivazione di questa varietà pregiata. Con circa 1.000 ettari coltivati, l’area resta uno dei principali poli italiani per il carciofo romanesco, apprezzato per la sua qualità e riconosciuto come prodotto a indicazione geografica protetta.

La coltivazione richiede però competenze tecniche e investimenti significativi. Il ciclo produttivo si sviluppa su più anni e prevede operazioni accurate, dalla selezione dei germogli alla gestione della pianta, fino alla raccolta manuale che avviene tra inverno e primavera. In condizioni ottimali, una carciofaia può arrivare a produrre fino a 65.000 capolini per ettaro, con una resa media di circa 8,3 tonnellate per ettaro.

Numeri importanti che, tuttavia, devono fare i conti con l’aumento dei costi. Negli ultimi anni, le spese di produzione sono cresciute fino al +30%, complice il rincaro dei fattori produttivi e il peso della manodopera, ancora indispensabile per garantire la qualità del prodotto. Sul mercato, i prezzi restano variabili, oscillando generalmente tra 0,60 e 1 euro per capolino.

Nonostante le criticità, il carciofo romanesco continua a rappresentare un pilastro dell’agricoltura locale e un simbolo del Made in Italy agroalimentare. La sfida per il futuro sarà quella di mantenere competitività e qualità, puntando su innovazione e sostenibilità senza perdere il legame con la tradizione.

Un equilibrio delicato, ma fondamentale per garantire continuità a una coltura che da secoli caratterizza il paesaggio e l’economia dell’Agro romano.