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“Io lo chiamo Danilo”. L’efficace risposta di una mamma a chi, nel 2026, chiama ancora “mongoloide” una persona Down





di Giovanni Zucconi

Io lo chiamo Danilo”. L’efficace risposta di una mamma a chi, nel 2026, chiama ancora “mongoloide” una persona Down

Più di undicimila like non arrivano per caso. E nemmeno migliaia di commenti. Arrivano quando una frase, detta di getto, riesce a comunicare quello che le persone segnate da prove più grandi di loro avrebbero voluto dire insieme alla mamma di Danilo. Danilo è una persona Down che abita a Marina di Cerveteri. Ricordiamo a tutti il recente episodio. In un supermercato qualunque, tra latte e carrelli, una donna, una madre, tira fuori una parola che sembrava morta. O almeno desueta. E invece è viva, e punge ancora. “Ma non lo vedi che è un mongoloide?”, dice rivolgendosi al suo bambino che aveva chiesto a Danilo dove avesse preso il latte che avevano nel carrello.

“Io lo chiama Danilo”. L’efficace risposta di una mamma a chi, nel 2026, chiama ancora “mongoloide” una persona Down

Solo che stavolta la signora maleducata non si trova davanti una madre rassegnata. Trova una combattente. Una che non urla, non spacca, non si mette a fare la lezione. Ma le rivolge una frase efficace, chiara e definitiva. “Pensa, io lo chiamo Danilo”. È una risposta che sembra anche eccessivamente gentile, ma che fa da efficace e dignitoso scudo. E potrebbe diventare uno slogan, un grido di battaglia per tanti genitori. Non l’epiteto, o l’offesa volgare. Non il “come ti permetti”. Prima di tutto, il nome. La persona. La dignità.

Quella che segue è l’intervista a Stefania, la mamma di Danilo, presente suo figlio. Un’intervista non facile perché su certi temi è sempre troppo semplice scadere nello stereotipo o nel pietismo. Ma con una mamma come Stefania, sarebbe stato impossibile. Stefania una donna che di battaglie ne ha fatte tante davvero. 39 anni fa ha fondato con altri dieci genitori l’associazione Bambini Down. Ha condotto colloqui con i disperati genitori di bambini down, fino a dover andare, stremata dal peso del dolore altrui, in terapia. Ha perso suo marito in un incidente stradale, e si è trovata da sola a mandare avanti la famiglia. E oggi, con Danilo che ha 52 anni, continua a stare in piedi. E a combattere. Anche se lei dice di no…

Partiamo dal suo post su Facebook, dove ha raccontato la sua esperienza con la signora che aveva chiamato “mongoloide” suo figlio. Questo ha ricevuto più di 11.000 like e 2.000 commenti. Come un post di rilevanza nazionale. Se lo aspettava?

“Assolutamente no. Io pensavo i soliti venti, trenta commenti. Poi invece ho visto man mano scrivere persone mai viste né conosciute. Addirittura, da Napoli, dalla Sardegna. Ho provato pure a mettere ‘mi piace’ ai commenti, ma dopo un po’ non ce l’ho più fatta. Sarebbe stato impossibile. Volevo fare un post per dire grazie.”

“Io lo chiama Danilo”. L’efficace risposta di una mamma a chi, nel 2026, chiama ancora “mongoloide” una persona Down

Le ha colpito qualcosa, leggendo le reazioni?

“Sì. Alcuni commenti mi hanno urtato. Perché si torna sempre alla solita concezione: ‘i bambini Down sono tutti belli, affettuosi e carucci’. Ma chi l’ha detto? E poi Danilo ha 52 anni. Come se fossero tutti uguali, tutti carini per definizione. Ma ho anche letto commenti che c’era da piangere. Di giovani genitori che ancora non si sono rassegnati.”

La sua risposta, così poco conciliante, mi dà lo spunto per confessarle che, nel preparare questa intervista, ho avuto difficoltà a trovare una chiave di lettura a quanto era successo. Sono rimasto a lungo perplesso. Lei si presentava come una che di fronte ad una signora che ha chiamato “mongoloide” suo figlio Danilo è rimasta impassibile. E ha dato una risposta lapidaria: “Pensa che io lo chiamo Danilo”. Ma io non l’ho trovata “soave” come l’ha definita lei. A me è sembrato un pugno in faccia. Che ha avuto l’intelligenza di farla diventare virale. L’ha fatto diventare uno slogan, un grido di battaglia. Che potrà essere fatto proprio da tanti genitori

“Il post non l’ho fatto per fare la scena. Io l’ho fatto perché tutte le volte che lo chiamavano così, io veramente mi sentivo come se una mano mi stringesse il cuore. Stavolta, quando ho sentito quella parola, ho reagito in modo istintivo. E poi sì. Speriamo che questa risposta possa essere utile a parecchi genitori.”

Quindi non era una risposta “soave”. Non era una resa, ma un atto di forza

“Probabilmente, sì. Guardi, io adesso mi sono messa tranquilla e ho detto basta. Basta. Lui frequenta il centro diurno. Io mi devo riposare. Però se me lo toccano, divento una belva. Come tutti. Io ho sentito pure quelle del centro diurno che mi hanno detto: ‘Io l’avrei sbranata’. A me invece quasi veniva da ridere. Ho pensato: ‘Guarda te sta stronza’. Avrei voluto dire: ‘Ma come cavolo ti permetti?’.”

Lei ha sempre lottato per Danilo. Ma mi diceva che ha lottato per tutti i ragazzi Down che ha conosciuto

“Io ho sempre lottato, e lavorato per migliorare le condizioni delle persone Down. 39 anni fa, insieme con altri dieci genitori, ho fondato l’associazione Bambini Down. Che oggi giustamente si chiama “Associazione Persone Down”. Danilo allora aveva sei anni. Io per dieci anni sono stata fissa lì. Ci occupavamo di aiutare i genitori con figli Down. Ci occupavamo fin dalla loro dimissione dall’ospedale, fino alla partecipazione alla scuola materna. Poi ho deciso di andarmene. Perché onestamente non ne potevo più.”

Non ne poteva più di cosa?”

“Dei colloqui con i nuovi genitori. Venivano da noi distrutti. Io dovevo accoglierli, e ci dovevo parlare. Dovevo reggere tutta quella sofferenza. A un certo punto sono dovuta entrare in terapia.”

Lai è andata via dall’associazione, ma non ha rinunciato a lavorare e combattere per Danilo

“No. Io non mi sono stancata. Ma io vorrei tanto non sentir parla più di handicap. Ma neanche Danilo. Gli chieda che cosa farebbe se vincessimo al Superenalotto

Danilo, che cosa faresti se tu vincessi tanti soldi?

“Se vinciamo al Superenalotto la prima cosa che faccio? Mi cancello da Down!”

“Io lo chiama Danilo”. L’efficace risposta di una mamma a chi, nel 2026, chiama ancora “mongoloide” una persona Down

Vedo che l’ironia non manca a Danilo

“Sì, quella non le manca. Una volta, quando aveva sette anni, su un autobus, una signora lo guardò e fece un commento del tipo “povero figlio…”. E lui gli rispose: “Ma che poverino, mio padre ha un cassetto pieno di soldi”. Che poi erano i gettoni del flipper.”

Ha detto che ha lasciato l’associazione che aveva fondato perché non ce la faceva più a sentire le giovani coppie di genitori di bambini Down. Ci racconta come è stato per lei l’inizio? Come si è sentita quando è nato Danilo?

“Quando mi è nato Danilo io sono stata dieci mesi senza guardarlo in faccia. Ma fortunatamente noi siamo una grande famiglia. Dobbiamo ringraziare soprattutto sua nonna che gli ha fatto da mamma. La nonna una volta è venuta in ospedale e mi ha detto: “se tu pensi di abbandonarlo, non lo abbandonare. Dammelo a me perché lo cresco io”.

Ma io all’inizio vivevo male questa situazione. Perché io ero cresciuta con l’esperienza di un’amichetta che aveva una sorella Down che stava lì, seduta, con la lingua fuori. E quando ti dicono “tuo figlio è così”, ti entra in corpo una grande paura. Per me all’inizio era una lacrima continua, mi sembrava tutta un’ingiustizia.”

C’è stato un momento preciso in cui lei si è sbloccata?

“Io dico sempre: l’ho accettato dieci mesi dopo. Per un colpo di tosse. Gli stavo dando da mangiare, lui fa un colpo di tosse e dopo un po’ gli chiedo: “ma che hai la tosse?”. E lui fa una risata. Io glielo richiedo, e lui ride di nuovo. Dopo mezz’ora: “Danilo ma come hai mai la tosse?”. E ride ancora. E io penso: “allora Danilo mi capisce”. Quando è arrivato mio marito gli ho detto: dobbiamo fare qualcosa. E lui: “era ora”. Da lì abbiamo cominciato le terapie.”

E oggi, quali sono i problemi più grossi con Danilo?

“Tanti. Lui è in fase di decadenza. Io mi ricordo i convegni con il professor Bollea e altri. Dicevano che a una certa età ci sarebbe stato un calo. Io ridevo, perché Danilo era sanissimo. Fino a due anni fa sembrava che accumulasse ancora cose nuove, anche grazie al telefonino. Adesso invece è in fase discendente.

Fisicamente è mezzo sordo, e ha una forte miopia e forse dovremo operarlo. Poi si sono accorti che in un incidente di tanti anni fa (lui era in macchina col padre, il padre è morto) ha preso una botta. Pare che lo stomaco sia salito e appoggi sul polmone. Dovranno mettere una rete e abbassare lo stomaco. E poi c’è il problema con i denti. Danilo è arrivato a 52 anni con i denti da latte, ma gli stanno cadendo. E sotto non ha nulla. Io sono preoccupata, perché pensavo di lasciarlo alla sorella abbastanza autonomo. È autonomo, ma molto meno di due anni fa.”

Per lei cosa rappresenta il “futuro”. Le pesa?

“Io al futuro non ci ho mai pensato per anni. Perché mia figlia mi aveva detto: “Troviamo una soluzione per stare insieme, ma separati. E quando tu sarai vecchia io guarderò Danilo”. Quindi so che lui starà con la sorella. Però mi accorgo che le lascio un peso. Cosa che prima non lo pensavo.”

Si parla sempre di più di progetti per il “dopo di noi”. Per lei come dovrebbero essere realizzati?

“Per me dovrebbe essere una casa con tre, quattro, cinque ragazzi insieme. Con una persona che li guida. Non dico per forza per 24 ore, ma con una presenza vera. E sarebbe anche una cosa buona. Staccarsi un po’ dalla famiglia non è sempre un male, se trovi un posto buono dove puoi mantenere le tue abitudini.”

L’intervista termina qui, anche se abbiamo parlato per quasi un’ora. Avrei potuto scrivere un libro. Che cosa mi sono riportato a casa da questa esperienza? Che le ferite che la vita ti infligge purtroppo non spariscono. Si impara a portarle addosso senza farsi piegare. Con dignità. È questo quello che spero resti resta dall’intervista a Stefania. Non una lezione, ma un esempio. Bisogna sempre restare in piedi. Proteggere e andare avanti. Con amore e con tanta stanchezza. Ma anche con rabbia quando serve. E senza lasciare mai a nessuno il diritto di definire tuo figlio al posto tuo.