di Angelo Alfani
Agylla è stata una città importante che per secoli ha detto la sua in vasti territori e su acque allora cristalline.
I commercianti agyllesi si confrontavano alla pari con tutte le altre popolazioni che avevano come ombelico il Mar Mediterraneo e con civiltà ancor più all’interno.
Non avevano necessità di presentarsi:la loro fama, la loro ricchezza, il rispetto degli impegni presi,la loro eleganza, precedeva il loro sbarco nei più importanti porti.
Non si trattava di “magliari”.Guai a venir meno alla parola data, guai ancor più gravi a fronte dell’inospitalità soprattutto verso i deboli ed i sopraffatti.
Quanto gli agyllesi hanno dato a Roma rispetto a quanto abbiano ricevuto è ancora materia di studio.
Poi secoli e secoli di abbandono e mestizia:gli armenti che, dopo aver pascolato nelle piane tra allodole che si alzano in volo tra arbusti di cardi secchi e serpenti immobili aggrovigliati in attesa di incaute prede, alzavano polvere nelle strettoie che dalla via degli Inferi si diramano tra tumuli e tombe utilizzate come rifugio notturno, sono stati l’immagine che si presentava ai pochi costretti ad avventurasi dalla costa divenuta inospitale e malarica verso colline impenetrabili.

Un gruzzolo di case arroccate e allungate su di uno stretto costone, al termine del quale una tagliata profonda tiene in piedi un palazzo nobile con una splendida balconata che si affaccia sull’unica grande piazzetta.Una chiesa dai bei mosaici e con colonne recuperate da templi pagani raccoglie suppliche ed incenso e lascia dipanarsi processioni profumate
Attorno sconfinati pascoli con rare poste di sosta per le carrozze dirette da Roma a Civitavecchia e capanne dai tetti di saggina per il riposo degli stanziali pecorari dal perenne fumo.
Bisogna attendere l’Ottocento perché nuovi arrivati, congregazioni religiose, affittuari divenuti oramai proprietari, smuovono meglio rivulticano nel vero senso del termine, la terra.
Ulivi e appezzamenti di vigne modificano il paesaggio.E’ proprio l’area della città dei vivi che subisce profondi cambiamenti.
La via principale dell’antica Caere, dei Vignali o ancor meglio conosciuta dai cervetrani come la via della Palma, si trasforma da Corso lastricato a basule pieno di vita sulla quale si affacciavano dimore di ricchi e casupole popolari, in uno stradello che portava ai campi coltivati.
Come sempre accade i materiali degli avi vengono utilizzati per nuove opere.Statue, oggetti d’oro, lastre dipinte ,mosaici prendono invece le strade del mondo.
Splendidi quadroni in tufo faticosamente vengono ammassati ai confini delle proprietà: una malta artigianale che ha al suo interno l’infinita quantità di tegole gialle,marroni,rossiccie,grigie, e pezzi di pavimento dai diversi formati ne allargano le dimensioni.



Una muraglia che stringe la polverosa strada e che guida e rassicura il viandante.
Una opera d’arte, probabilmente oggi irripetibile per la dimensione e l’accuratezza dell’esecuzione.
Chiunque abbia senso estetico e non è abbrutito ed accecato dalla volgarità imperante non può non emozionarsi.
Altri paesi,meno fortunati di Cerveteri, non esiterebbero a fare l’impossibile per salvaguardarle, per difenderle dall’incuria degli anni, dalla folta vegetazione di edera, dalla stupidità umana.
Le foto che accompagnano questo grido di dolore sono li a dimostrare quanto avviene nel silenzio.
Conoscendo i miei compaesani sono convinto che non si farebbe fatica ad organizzare squadre di volontari che ,sotto l’indispensabile presenza di personale della sovrintendenza visto il valore immenso che quei pochi ettari di territorio hanno o dovrebbero avere, saprebbero ricomporre le mura.Del resto siamo figli del tufo!
AVVERTENZA
Chi fosse interessato a trovare in tempi rapidi soluzione a tale jattura può contattarmi così da ricercare assieme la strada per salvaguardare tali storiche opere d’arte









