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Lo scultore Paolo Frattari: la vera cultura di Cerveteri risiede nel suo rapporto con l’antichità





Paolo Frattari su Cerveteri: “Negli anni ’70-’80 era un paese molto dinamico. Poi si è lentamente spento”

di Giovanni Zucconi

Ci sono personaggi a Cerveteri che andrebbero conosciuti meglio. Non solo per dare loro un giusto riconoscimento, ma soprattutto per valorizzare un nostro patrimonio spesso sottovalutato. Per poter associare, orgogliosi, il loro nome a quello di Cerveteri. Nella nostra città ne abbiamo molti di questi personaggi, Oggi parleremo di uno di loro. Un artista nato a Cerveteri, e che nella nostra città affonda profondamente le sue radici. Stiamo parlando di Paolo Frattari, un artista, uno scultore del legno, che sembra un soggetto del detto latino “Nemo propheta in patria”. Dico questo perché Frattari è sicuramente più conosciuto a Ladispoli, dove ha realizzato il Giardino dell’Arte. Le sue opere si trovano anche a Ceri, dove ha realizzato l’altare e l’ambone. O nella chiesa francescana di Minturno, dove possiamo trovare un suo crocifisso alto tre metri, tanto per fare alcuni esempi.

Ma è anche insegnante di scultura e falegnameria, oltre che redattore nella rivista specializzata “Legno Lab”. Ha vinto anche molti premi, soprattutto nel nord Italia.

Nel suo studio, dove ho avuto l’onore di intervistarlo, campeggiava un’opera ancora non finita, ma che per me era straordinaria: un ritratto familiare interamente scolpito nel legno. Ma ce ne parlerà meglio il Maestro Frattari nell’interessante intervista che segue.

Parto da una cosa che mi disse tempo fa Carlo Grechi in un’intervista: “La Cultura di un paese non si misura da quanta gente va a teatro, o da quanta va a sentire i concerti di Mozart. Si misura dalla sua produzione artistica locale.”. Lei è d’accordo? E soprattutto, Cerveteri ha una sua produzione artistica?

“Carlo è un mio amico da sempre… Cerveteri è un paese strano. Io ci sono nato, e lo porto nel cuore. Ma sono mancato per circa 35 anni, nei quali ho vissuto a Ladispoli. Fin dall’adolescenza ho sempre trovato Cerveteri stretto, angusto, irritante e presuntuoso. Per questo mi sono allontanato culturalmente. Ma è un paese strano, che mi ha dato tanto. Mi ha dato tutto. Ma come si fa a misurare la sua Cultura. Non c’è un’unità di misura o di giudizio.”

D’accordo, ma possiamo dire se esiste una produzione artistica che possiamo definire come ceretana?

“Di produzione ce ne è poca. Siamo in pochi tra pittori o scultori. Anzi, quasi niente. Ma possiamo dire che la Cultura vera ceretana sta nel suo rapporto con l’antichità. E’ da questa antichità che sono venuti fuori i Ceretani. È vero che vengono dalle Marche, e quindi è un’altra Cultura, ma venendo in questo territorio, in questi 200 anni, questa si è fusa con quella etrusca e greca. È nato questo “mischietto”. Che è contadino, rurale, ma al tempo stesso greco ed etrusco. Ed è profonda questa cultura. Tanto che un qualsiasi muratore, anche se non sapeva parlare bene in italiano e non sapeva nulla di teatro o letteratura, conosceva bene la differenza tra un Brigos ed un Exekias. Differenze che un qualsiasi storico dell’arte o archeologo può fare fatica a comprendere. E questo è un vero paradosso.”

Ma questa conoscenza non si è poi trasformata in una produzione artistica originale e locale

“No. Si è tramutata in un modo di pensare. In un modo di prendere la vita. Si è tramutata in una cultura più ampia. Che io chiamo “visione della vita”. È un discorso ampio. Questa accettazione della Morte, questa ironia. Secondo me affonda proprio in questa cultura etrusca. Che in realtà è più greca che etrusca.”

Vuole dire che è difficile che un artista emerga a Cerveteri?

“Per me l’arte è morta tanti anni fa. Probabilmente già nell’Ottocento. Quindi che significa emergere? Che diventi famoso? Non è il luogo che stabilisce se sei famoso o meno. Sono i meccanismi economici che definiscono chi è famoso o no. Sei famoso se sei visibile. Se sei nelle vetrine. Se una persona famosa ti ha comprato, magari in un’asta. È la visibilità che ti rende famoso.”

Quindi essere famoso non vuole necessariamente dire che sei un bravo artista

“Famoso non ha nulla a che fare con “bravo”. Si è bravi anche quando non si è famosi. Anche perché, il ricercare questa fama, richiede un dispendio enorme di energia. Enorme. È un lavoro. E soprattutto devi produrre cose che si vendono. Se tu hai un’idea nuova, sei costretto a tenertela per te. Perché tu funzione bene per il mercato solo con quelle determinate cose.”

Ha una pessima opinione dell’Arte

“L’Arte dipende dall’economia. Ma l’Arte era già morta qualche secolo fa. Non ha più peso nel sociale. Non dà più messaggi da tanto tempo. Ma non vale solo per l’Arte. Anche altre categorie sono morte.”

Ma allora perché lei continua ad essere un artista?

“Perché ci ricolleghiamo a questa visione greca di Cerveteri di cui parlavo prima. La vita è dura, ma se la prendi nel modo giusto, puoi fare quello che ti piace.”

Quindi lei fa l’artista per sé stesso. Non per gli altri

“No, faccio l’artista anche per vendere. Quindi scendo a compromessi, come tutti. Molti compromessi. Ma mi ritaglio dei tempi in cui posso sperimentare.”

Mi può fare un esempio?

“La vede questa scultura in legno dietro di lei? Sto scolpendo cinque ritratti di una stessa famiglia. Che verranno incorniciati in una finestra.”

Un ritratto in rilievo. Molto interessante

“E’ fatto con il legno di un albero che si trovava nel giardino di una casa che poi hanno venduta. Il ritratto è un’arte che è scomparsa nell’Ottocento. La gente come me ha smesso di fare ritratti. Era passato di moda. Sapeva di morto… I ritratti si collegavano alla morte. Ma nell’epoca del virtuale, quando siamo sovrastati dall’immagine, hanno ricominciato a desiderare i ritratti. Da un anno hanno ricominciato a richiedermi dei ritratti. La gente vuole di nuovo il proprio ritratto.”

Molto bello questo. Inoltre, l’essenza della persona che lei può fare emergere dal ritratto, non potrà emergere da una foto

“Ma certo. Io interpreto. Mi lascio andare alle emozioni di quello che mi trasmettono gli occhi, per esempio. Io lavoro sulle foto. E poi, in questo caso, il legno non è un legno qualsiasi. È quello dell’albero della famiglia. Con il quale sono cresciuti tutti loro. È un collegamento profondo con il loro passato. Ma anche con il loro futuro.”

Bello. Molto bello. È come fermare la loro immagine con il legno di un albero con cui sono cresciuti. Me lo farei fare anche io un ritratto così

“Poi faccio anche mobili. Mobili particolari, ma sono mobili. Come questa sedia e questi sgabelli. Faccio statue, piccole o grandi. Faccio luci.”

Questa è la sua produzione di “compromesso”. Quando invece non lavora sui compromessi, che cosa produce?

“Io scolpisco da 45 anni. E dopo 45 anni ho rivisto tutta la mia tecnica. Tecnica che a che fare con l’anatomia, con Michelangelo. Questo che vede sembra un busto qualunque. Ma c’è uno studio spaventoso qui dietro.

Ma è un busto molto bello. Anche se lei la chiama sperimentazione, perché non dovrebbe avere un mercato?

“Infatti, ce l’ha. Io ho dei mercanti che me li hanno vendono in tutto il mondo. Ma anziché spingere su questa produzione, e fare sempre le stesse cose, faccio in modo di non entrare in questo meccanismo.”

Lei come lo definisce un artista?

“Artista è un termine fastidioso. Io non lo uso mai, se non in modo dispregiativo. Io ho tanti colleghi, ma non mi ci ritrovo con nessuno. Artista è una scelta di vita. È un modo di prendere la vita. Che significa tante cose. Significa fare quello che vuoi. Significa sentire quello che vuoi. Se riesci a capire quello che vuoi e, prima ancora, chi sei, direi che siamo nel settore artistico.”

Lei adesso non ha detto che un artista è anche qualcuno che ha qualcosa da dire al mondo. Lei che messaggio vuole trasmettere con le sue opere?

“Non c’è un solo messaggio. Ne sono tanti. C’è la mia rabbia, le mie scelte di vita, la sofferenza. C’è l’uomo e la donna. C’è la fusione di questi due aspetti. In poche parole, ci sono io. E poi siamo in una fase di transizione. Non si capisce esattamente cosa sta succedendo. Si fa fatica a dare un messaggio. Direi che il messaggio che cerco di dare è quello che nasce dalle due domande che si poneva la Pizia all’oracolo di Delfi. E cioè, cerca di capire chi sei, e vivi attraverso le tue certezze e le tue capacità. Non oltrepassare mai il tuo limite.”

Perché a Cerveteri non ci sono delle tue opere esposte, mentre a Ladispoli sì?

“Bella domanda. Ma la risposta non la conosco. Le logiche sono sempre strane. A Ladispoli mi hanno fatto fare il Giardino dell’Arte. Ma non c’è un perché non abbia fatto mai nulla a Cerveteri.”

Altra domanda difficile. È vero che a Cerveteri non c’è nemmeno un’associazione commercianti, ma perché non c’è una comunità artistica di riferimento? Che possa fare da seme e promotore di attività legate al mondo dell’arte?

“Ci hanno provato. Anche con Carlo Grechi ne pariamo tante volte di farla. Sono tante le realtà interessanti a Cerveteri. Ci sono belle teste. Ma c’è anche tanta apatia. Il paese si è un po’ spento. Negli anni ’70-’80 era un paese molto dinamico. C’era tanta gente in giro. Poi si è lentamente spento. Non c’era questa grossa cultura, ma c’era tanto movimento.”

Quindi, secondo lei, siamo tornati indietro rispetto a quegli anni?

“Cerveteri si è spenta molto. È sotto gli occhi di tutti.”

È colpa della Politica se la nostra città si è spenta?

“La colpa è anche della Politica. Servirebbero menti brillanti. Gente che ama esagerare… Che ama osare.”

Quando intervisto i politici, chiedo sempre loro quale è il loro sogno per Cerveteri. Ma in generale ricevo sempre risposte ordinarie o scontate

“Per avere un sogno si ritorna alle domande della Pizia di Delfi che le dicevo prima. Bisogna prima sapere chi sei, e devi sapere cosa vuoi. Così ti puoi permettere un sogno. Se non sai chi sei, vai avanti così, per inerzia.”

Come vedi Cerveteri con gli occhi dell’artista e non quelli del cittadino

“Io la vedo molto bene. Mi piace. È il luogo ideale per progettare. Per sperimentare. Questa assenza di interessi, questo silenzio mi fa sentire bene. Il luogo è bello, e la sua campagna lo è ancora di più. Ha tante cose belle, e potrebbe veramente funzionare.