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Cerveteri, Hic manebimus optime





di Angelo Alfani

Ai cervetrani non gli è mai sconfinferato di allontanasse dal paese, pur se per periodi brevi. Giusto quarche sabbito sgommavano oltre confine a mo’ di incursori acchiappafemmine: Bracciano, Tolfa, Canale, Manziana; raramente a Maccarese, stante la difficoltà de capisse con quelle sbillungone dalla parlata nordica.

In piena estate non disdegnavano qualche capatina nella frazione a mare in cerca di ragazze e risse.Solo più tardi, con l’indipendenza grazie all’utilitaria, raggiunsero la
sventatezza di andasse a svaga’,dopo aver attraversato paesini ostili e campi di noccioli, nella balera che in quel periodo sbancava:i Due Cigni di Ronciglione.

Diversamente i compaesani abbandonavano la Piazza per cause di forza maggiore: ricoveri in ospedale, parenti friulani e marchigiani che se ne andavano all’altro mondo o
convolavano a nozze; servizio militare , se proprio non si riusciva a rendere quella “sant’anima così gracile” rivedibile, subito dopo aver trascorso i tre giorni di visita a Viale Giulio Cesare.Salivano sulla corriera diretti alla caserma in Prati che pareva andassero in guerra.

Le offerte di buccheretti, spesso falsi ma regalati col cuore, si moltiplicavano, così come quelle di mazzi di carciofi, olio un po’ rancido e bottiglioni da cinque litri del solito vinello asprigno, per farlo avvicinare a casa, magari a Furbara!, “quella por’anima santa”. Di certo non mancavano le gite religiose, quelle organizzate assieme a li preti: Santa Rita, il Santuario della Santa Casa di Loreto,Assisi,Madonna del Divino amore; non trascurando la Madonna del Rosario a Pompei e, proprio quando si voleva strafare, Sant’Antonio di Padova.

Partenze mai puntuali, ritardate per quarcheduna che gnaveva sonato la sveja. Tragitto dalle consuete soste, sempre le stesse. Terni era un classico pit stop con immancabile ressa per raggiungere il bagno, e strafogasse con qualche cornetto sbafato a gratise.

Strettestrette l’una all’altra sobbalzavano ad ogni buca sbattendo le chiappe; s’ammucchiavano ‘na vorta a destra n’artra a sinistra nel transitare lungo il tortuoso ed accidentato valico della Somma e la Valle del Nera, nel frastuono di canzoni stonate, barzellette, stornelli fino a quando, avvicinandosi la Santa meta, erano litanie e giaculatorie a rintontonille. I chirichetti, inzuppati sugli strapuntini, arrivavano a vede le rose di Roccaporena, quelle fiorite pure a gennaio, coi lividi sulle cosce e ritornavano a casa scocciati come canne. Era un viavai col biglietto di andata e ritorno già vidimato, tanto che il pullman non faceva in tempo ad imboccare la braccianese che un nebbione di nostalgia avvolgeva le capoccie delle compaesane.

Dormire foricasa, anche solo pe ‘na notte, era vissuto così come gli innumerevoli anarchici italiani, cacciati a forza in Elvezia, vivevano l’esilio. Insomma :” perché annassene se qui cjavemo tutto!?” era la logica dominante, esattamente agli antipodi di quanto W. Shakespeare fa dire a Romeo nel dramma veronese :”Debbo andarmene e vivere, o restare e morire?”

Cerveteri, Hic manebimus optime

Si organizzavano pure le gite laiche che trasportavano una sessantina di cervetrani alla volta verso luoghi sempre più lontani e sempre meno sacri: le vicine isole toscane, l’umida Venezia, la penisola Sorrentina con balzo a Amalfi, Pompei compresa. Tra le antesignane dei viaggi organizzati sarebbe sacrilego ignorare Aghetina e Tilde. L’Europa si aprì con la trasmissione Giochi senza Frontiere, ancor più con i gemellaggi ,antesignani dell’inutile Erasmus.

Non che non ci fossero stati temerari giovanotti che, sfidando la sorte sentendo la necessità di darsi la possibilità di uscire dai merli, si erano fatti in venti ore il tragitto da Piazza Vicinatello fino a Piazza Dam, o che in autostop erano rimasti abbacinati dal biancore delle scogliere di Dover. Ma appartenevano alla allora presente gioventù ribelle e, proprio per questo, assolutamente esigua. Popolari invece furono le iniziative dell’intraprendente don Felice, che alla fine degli anni settanta ammucchiava in corriere extralarge un variegato e incontrollabile gruppo di cervetrani.

Gite impegnative non solamente per la visita al luogo simbolo dei pellegrinaggi, ma per la durata: Lourdes e Fatima, non rinunciando persino ad una “crocierina”in Sardegna. Infinite le leggende che per anni hanno accompagnato le escursioni del Don Felice tour operator. Indimenticabile quella di un pellegrinaggio a Lourdes, avvenuta proprio durante il primo giorno del lungo viaggio.

Partenza in ritardo, tappe innumerevoli lungo le aree di sosta con occupazione manu militari dei gabinetti, complice il buio sopraggiunto, la confusione e la stanchezza, l’autista invece di dirigersi ad Asti si dirige ad Aosta. Giunti nel Centro città ci si rende conto dell’errore.Il vuoto si materializzò nei cento ventiquattro occhi, autista compreso. Don Felice assieme alla signora Filomena, la più intraprendente tra i “pellegrini”, similmente alla Vergine Maria e Giuseppe, costretti a scarpinare di albergo in albergo , con lo stupore manifesto dell’addetto alla reception alla richiesta :“Avete disponibilità di camere per una cinquantina di persone?!”.Obiettivo raggiunto a fatica, ma ancor maggior pazienza e fatica fu necessaria per l’assegnazione dei posti letto a causa dell’irremovibilità da parte di molti nell’accettare compagni di stanza ritenuti antipatici :”E chi ce dorme vicino a quella, manco si me ce legheno!”. Mitologico, quanto e più dell’attraversamento delle Alpi da parte di Annibale e le poche decine di elefanti, fu il passaggio del valico di Andorra, durante una delle tante soste a cui l’età avanzata dei passeggeri obbligava la carovana etrusca.

Nonostante i richiami a voce e le continue suonate di clacson nessuno si faceva vivo, come fossero scomparsi nella fitta umidità mattutina.Una manovra dell’autista, a cui fece seguito l’accensione dei fari lunghi, immortalò per sempre decine di cervetrani accucciati, alcuni mostrando la loro “bianca luna”, a raccogliere lumache spiciali.Alcuni esemplari riuscirono ad arrivare vivi e, messi a dimora sotto gli scivoloni, dimostrarono la loro fragilità ad abituarsi alla terra di Agylla :nel giro di pochi giorni ci lasciarono tutte le lunghe antenne, sostituite anni dopo da quelle terribili, svettanti sopra i palazzi e nelle piane.

Come non ricordare il breve sequestro in un albergo francese ,essendo stato don Felice derubato del borsello, fino a quando non vennero date garanzie di bonifico appena
fossero rientrati a casa. La capacità di disorganizzazione dell’indimenticabile prete fu probabilmente alla base del geniale pubblicitario del :” Turisti fai da te?No Alpitour?Ahi ahi, ahi!” Solamente a partire dagli anni del benessere diffuso, parecchi cervetrani avevano preso l’abitudine, durante l’estate ,di trascorrere due settimanelle, ma non di più, nelle Valli del Vissano, nel comune sparso di Ussita e paesi limitrofi.

Luoghi di origine, in cui vecchie case ,da tempo abbandonate, avevano ripreso a vivere dopo costose ristrutturazioni.Era un viaggio a ritroso, un ritorno a casa, al punto che al passeggio serale lungo il corso, seduti ai tavolini dei bar, tra la Porta Santa Maria e Porta Pontelato di Visso, sembrava di non essersi mossi da Cerveteri:stesse facce, stesse
espressioni, stessi argomenti, stessi pettegolezzi ed aneddoti. Ogni nuovo arrivo da Agylla era vissuto dai villeggianti cervetrani come n’edizione straordinaria della radio.

L’abbandono improvviso del Corso a cui faceva seguito un silenzio che avvolgeva i Sibillini, era il segnale che un lutto aveva colpito il Paese. Per non parlare delle domeniche a pranzo dal Navigante:ci mancava solo di essere servito a tavola da Bruno o dai fratelli Lucarini per ritrovasse, paro paro, al Cavallino Bianco.

E poi i ricordi più recenti dei viaggi nella Romania ancora sotto il tallone di Ceaucescu, “quando con centomila lire ce facevi er Principe per due settimane”.

L’interminabile tappo del passante di Mestre in direzione del confine ,che causò l’incarttocciamento dello sportello della 128, al suo primo viaggio ,lasciato sbadatamente aperto per andare a curiosare lungo il budello di automobili. Un camion lo trascinò contro il guardrail, lasciando basiti i ragazzi e disperato il proprietario.

“A Timisoara, a Timisoara”,bisognava comunque proseguire. Lo sportello venne agganciato alla bene e meglio : che non sia mai che dei cervetrani facevano aspetta’ le fidanzatine sull’uscio con le babbucce e l’accappatoio lavato e stirato. Insomma “ vitto, alloggio, lavatura, imbiancatura e stiratura”

Le foto sono state gentilmente concesse dai famigliari di Aghetina