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Sergio Ragno, il ragazzo morto per l’arma: la madre chiede giustizia

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L’avvocato afferma: “Vi è la volontà di negare l’esistenza di questo servizio dai ministeri della Difesa e dell’Interno”

Sergio Ragno, il ragazzo morto per l’arma: la madre chiede giustizia-

Non passa un solo giorno che non si rechi sulla tomba del figlio: – a pregare ed a invocare giustizia- tutti i giorni, alle 10 in punto, per 15 anni, da quando suo figlio, il carabiniere Sergio Ragno, è morto.

Era il 17 giugno 2004 e Sergio aveva solo 24 anni ed era in servizio in un’operazione antidroga.

E da allora la mamma, Vittoria Olimpio, 59 anni, chiede che gli venga riconosciuto lo status di “Vittima del Dovere”.

Quindici anni tra procure militari, tribunali del lavoro, Consiglio di Stato e tribunale ordinario di Brindisi.

Istanze, inchieste, testimonianze, contraddizioni, prove sparite.

E una mamma che non si è mai arresa: ” il 2 aprile c’è stata l’udienza di discussione sul ricorso”, dice la donna con un filo di voce “ed è andata ancora per il verso sbagliato”.

In pratica all’udienza il giudice del Lavoro ha dichiarato il ricorso inammissibile e lo ha rigettato, dopo aver disposto lo scorso 14 gennaio,l’interruzione dell’istruttoria testimoniale che era stata fino ad allora favorevole e che aveva confermato le circostanze relative al servizio istituzionale prestato da Sergio Ragno il 17 giugno 2004, ai fini del riconoscimento dello status di Vittima del Dovere.

L’avvocato difensore, Giulio Murano del Foro di Roma, si basa sulla prevalenza del precedente giudizio Amministrativo rispetto all’attuale giudizio del Lavoro: ” Stiamo già analizzando i punti deboli della sentenza che presenta diverse incongruenze in tema di percorso logico- giuridico della decisione e proporremo appello innanzi alla Corte d’Appello di Lecce, affinché la famiglia Ragno possa avere giustizia”.

Il calvario continua.

Sergio Ragno era un bravo giovane ed un bravo carabiniere.

Prestava servizio permanente effettivo da 5 anni al Nucleo Radiomobile della caserma Tassi di Firenze.

Quel pomeriggio del 2004, pur avendo un turno di notte sulle spalle, aveva partecipato con altri 5 colleghi ad un’operazione antidroga nella zona del parco delle Cascine di Firenze , pericolosa per ripetuti episodi di prostituzione e spaccio.

“Scusa mamma”, mi disse per telefono quando lo chiamai alle 16,45, ” ma non posso parlare, perché stiamo inseguendo uno spacciatore”, e questa è stata l’ultima volta che ho sentito la voce di mio figlio”.

L’operazione fu poi rinviata e venne comunicato di rientrare in caserma.

Sergio però non ce la fece: fu investito e ucciso da un’auto che gli piombò addosso perché aveva effettuato una manovra azzardata.

Inizia così l’iter giudiziario.

Con importanti novità che emergono dalla sentenza delle sezioni unite della Corte di Cassazione: “Per missione di qualunque natura deve intendersi qualsiasi compito, funzione, incarico, incombenza, mandato, mansione, espletata dall’interessato nel quadro dell’ordinaria attività di servizio”.

Spiega l’avvocato, : ” avrebbe dovuto garantire un contraddittorio pieno, nel merito dei fatti.

E così avevamo presentato ricorso nel quale erano stati prodotti numerosi documenti e atti di indagine della Procura di Roma in ordine al servizio prestato quel giorno da Sergio e intorno a cui ruotano tante stranezze.

Infatti, nei verbali di sommarie informazioni testimoniali rese subito dopo l’ncidente agli agenti di Polizia Locale, i colleghi di sergio si qualificarono come semplici amici e non commilitioni, quai come se si trovassero tutti lì per una scampagnata e non in servizio in un’operazione assentita dai superiori, coordinata e interrotta nel momento in cui al parco delle Cascine c’è stato un posticipo di intervento con il rientro di tutti e sei i carabinieri”.

Poi chiarisce un altro punto importante: “A rigore, Sergio e il collega , smontanti di notte, non avrebbero dovuto essere impiegati, poiché spettava loro il turno di riposo, ma sono stati chiamati e hanno obbedito.

Vi è la volontà di negare l’esistenza di questo servizio dai ministeri della Difesa e dell’Interno.

Ma c’è un distinguo tra la causa di servizio durante il percorso, riconosciuta già dal 2006, e la negazione dell’esistenza del servizio istituzionale per il riconoscimento di Vittima del Dovere”

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