La nascita del GAR, e del Volontariato Archeologico, fra gli anni Sessanta e i primi anni Ottanta
Quando il Volontariato Archeologico diventò un “incubo” per l’archeologia ufficiale – di Giovanni Zucconi
Questa è la storia di come è nato il volontariato archeologico in Italia. Una nascita che vede come culla il nostro territorio. Perché i primi passi operativi dei primi volontari si svolsero proprio a Cerveteri. E, subito dopo, a Tarquinia e a Veio.
È una storia che forse vi sorprenderà. Perché scoprirete che questi ragazzi delle origini non erano archeologi. Erano giovani che soprattutto amavano il loro territorio. E che lo volevano difendere dal prepotente e sistematico saccheggio attuato dai tombaroli locali. Scoprirete quindi che i primi volontari furono più dei poliziotti, che degli archeologi.

Ed erano giovani, ma veramente giovani. Non stiamo parlando di sessantenni giovani dentro come sono gli attuali volontari archeologici. Loro lo erano veramente, come potete vedere dalle foto. Erano tutti giovani intorno ai vent’anni.
Cominciamo con il dire che il volontariato archeologico in Italia ha un padre, e una data di nascita. Il padre è Ludovico Magrini, che ha letteralmente inventato l’associazionismo archeologico moderno. Il suo primo tentativo è del 1960, nella sua Tarquinia, dove fonda l’Unione Archeologica dell’Etruria. Questa esperienza si concluderà però già nell’anno successivo.

Ma nel 1963, fonda il Gruppo Archeologico Romano, che muove i primo passi proprio a Cerveteri, con un organizzato contrasto alle azioni clandestine dei tombaroli. Gruppo Archeologico Romano (GAR) che con la sua Sezione di Cerveteri-Ladispoli opera ancora da protagonista, dopo 62 anni, nel nostro territorio.
Potremmo raccontare i primi epici anni del volontariato archeologico in tanti modi. Abbiamo deciso di farlo utilizzando le parole dello stesso Magrini. Che, in un suo scritto dei primi anni 80 del secolo scorso, racconta non solo le prime vicissitudini del GAR, ma di tutto il volontariato archeologico italiano.
Racconta di storie e problematiche che il volontariato archeologico vive ciclicamente da quegli anni pionieristici. Una storia vissuta sempre tra alti e bassi. Tra riconoscimenti e ostracismi. Tra richieste ufficiali di collaborazioni da parte delle istituzioni, e richieste di chiusure drastiche e improvvise di tutte le attività in corso. Una storia tra l’essere santi e il diventare dannati. Con gli alti e i bassi che dipendevano, e dipendono ancora oggi, dalle persone che in quel momento erano a capo delle varie istituzioni.

Da condividere che fortunatamente oggi, almeno a Cerveteri, i rapporti con le istituzioni, siano esse la Soprintendenza che il Parco Archeologico, sono tra i migliori che mai ci siano stati. Santi forse non lo siamo. Ma almeno Beati, si. Il ruolo dei Volontari Archeologici è riconosciuto e apprezzato. Il nostro impegno per tutelate, manutenere e valorizzare le aree a noi assegnate non è mai stato tanto forte, e su così tanti fronti.


Iniziamo a leggere il racconto di Ludovico Magrini. È un po’ lungo. Ma leggendolo scoprirete cosa c’è dietro quel centinaio di persone che incontrate spesso, sporchi di terra e di erba, a manutenere, valorizzare e presidiare le aree archeologiche del nostro territorio. Forse capirete anche perché, in un post Facebook, li ho definiti “Cavalieri” che vivono ancora lo spirito originario. Quello immaginato più di sessanta anni fa da Ludovico Magrini. Uno spirito di servizio, di abnegazione, di vita comunitaria e di riservatezza.
Una domenica mattina agli inizi degli anni Ottanta
Siamo a Roma, agli inizi degli anni Ottanta. È una domenica mattina. In via Tacito, all’angolo con piazza Cavour, davanti alla sede del Gruppo Archeologico Romano, almeno duecento giovani affollano il marciapiede, chiusi nelle loro giacche a vento. Tutti con uno zaino in spalla.
“Sono le sette del mattino. C’è un via vai fra i pullman che attendono e la sede, alcuni raccolgono le ultime carte e gli strumenti di rilevamento.
Si respira un’aria di efficienza. Sulle pareti, una composizione di “forini” sequestrati, come è scritto accanto ad ognuno, ai “tombaroli” di mezza Etruria. E, dappertutto, uno stemma rotondo con la sagoma del “cacciatore etrusco” assunto a simbolo dai Gruppi Archeologici. Un simbolo, un’Associazione, divenuti l’incubo dell’archeologia “ufficiale” italiana.
Una mattina di domenica a Roma. Ma la stessa cosa accade contemporaneamente a Torino, a Milano, a Venezia, a Bologna, a Firenze, a Genova, a Napoli, a Palermo. Dovunque, cioè, esista un Gruppo Archeologico volontaristico. Vale a dire: migliaia di giovani che dedicano le loro giornate di libertà al controllo e all’esplorazione delle zone archeologiche più esposte alle offese degli scavi abusivi, dei lavori agricoli e delle attività edilizie. Salvando una mole imponente di dati che altrimenti sarebbero perduti per la scienza.”
Questi giovani sono il volto del volontariato archeologico così come si presenta all’inizio degli anni Ottanta. Un fenomeno ormai diffuso, disciplinato e organizzato. Ma, come abbiamo già detto, le sue radici affondano nei primi anni Sessanta. Ed è proprio lì che occorre tornare per capire fino in fondo il ruolo storico del GAR, e le difficoltà che incontrò nel dialogare con le istituzioni, comprese quelle accademiche. È proprio in quegli anni che nasce la dolorosa contrapposizione tra Archeologi e Volontari.

Gli anni Sessanta e la “febbre del coccio”
“È l’altra faccia dell’archeologia italiana, quella che, nata per germinazione spontanea, ha imposto la concreta realtà del volontarismo nell’azione di tutela e di valorizzazione del patrimonio storico del Paese. Il fenomeno è tutto italiano. Iniziato nel 1960, nel 1963-65 prende corpo con caratteristiche ben precise.
Sono gli anni in cui esplode nel nostro Paese il fenomeno degli scavi clandestini. Sollecitato dalla reclamizzazione smodata dei “tesori” che il sottosuolo italiano restituisce quotidianamente e dalla sempre crescente richiesta di collezionisti italiani e stranieri, il mercato illegale delle antichità scatena in Italia la “febbre del coccio”.
Sono gli anni in cui, su commissione di antiquari stranieri senza scrupoli, vengono danneggiate irrimediabilmente diverse tombe dipinte a Tarquinia. E l’Etruria meridionale, la Sicilia, la Puglia vengono letteralmente saccheggiate da vere e proprie bande organizzate di “tombaroli”.
I Soprintendenti, dopo un fallito tentativo di combattere la piaga riportando i clandestini nella legalità (a Palermo, il soprintendente Tusa fa assumere dalla Fondazione Formino degli ex “tombaroli” per gli scavi di Selinunte), cominciano ad invocare l’aiuto dell’opinione pubblica.
Il Soprintendente dell’Etruria meridionale, Moretti, nel 1965 accusa i cittadini di assenteismo: “È come un tiro alla fune: da una parte le Soprintendenze, dall’altra i clandestini, e tutti gli altri a guardare”.
In effetti, l’assenteismo dell’opinione pubblica intorno al 1965, in molti casi, è vera e propria omertà. Si tende a minimizzare il “danno” apportato dagli scavi abusivi. Che, in molti centri, assurgono addirittura a fonte di entrata economica primaria apprezzata dalle autorità locali.”
È in questo contesto storico, nei primi anni Sessanta, che la nascita del Gruppo Archeologico Romano assume il significato di una rottura nei confronti dell’imperante e diffusa omertà, non esente da evidenti interessi personali, delle popolazioni che vivevano nelle aree archeologiche. I volontari cominciarono, tutti insieme, a tirare la fune dalla parte delle Soprintendenze

L’inizio romano del GAR (metà anni Sessanta)
“In questo quadro si affermano i Gruppi Archeologici, come una reazione di pochi ad una situazione ormai senza sbocchi.
L’inizio è romano: il GAR (Gruppo Archeologico Romano) offre la collaborazione dei suoi iscritti alla Soprintendenza Archeologica per l’Etruria Meridionale, e viene impegnato in alcune azioni di recupero alle dipendenze di tecnici ufficiali.
L’esperimento riesce, e la collaborazione, seguita personalmente dal Soprintendente Moretti, comincia a dare i suoi frutti. A Cerveteri, a Veio, a Tarquinia, le zone più colpite dai danneggiamenti dei “tombaroli”, squadre di volontari del GAR affiancano i guardiani dei musei nell’azione di sorveglianza. Segnalano scavi abusivi e devastazioni, effettuano recuperi. È una corsa con i clandestini che sono costretti a mutare almeno le loro abitudini.
Vengono scoperti depositi di strumenti e di reperti, lasciati tranquillamente dai tombaroli nelle zone di lavoro per comodità. Gli scavi abusivi non hanno così possibilità di essere condotti a termine per l’intervento continuo dei volontari. In qualche caso si giunge anche alle mani, ma nello spazio di tre anni la situazione comincia a normalizzarsi.
Intanto il GAR è cresciuto: ora ha una sede attrezzata ed efficiente, gli iscritti sono diverse centinaia e gli interventi sono condotti in ogni angolo della regione. Altri Gruppi sorgono in tutta Italia; in Sicilia, in Umbria, in Toscana, in Lombardia. E l’associazione che li raccoglie diviene la più importante organizzazione culturale volontaristica italiana.”
Nel giro di tre anni, tra la seconda metà dei Sessanta e il 1969, la situazione, nelle zone dove il GAR è presente, comincia a normalizzarsi. È in quella fase che si consolida il ruolo storico del Gruppo Archeologico Romano. Per la prima volta un’organizzazione di cittadini volontari, non professionisti, dimostra sul campo di poter essere un concreto argine reale al saccheggio del patrimonio archeologico.
È in questi anni che si colloca storicamente la genesi del GAR. Sono anni di espansione e di riconoscimenti guadagnati sul campo. Anni di collaborazione concreta con alcuni settori dell’amministrazione statale. Pur in un quadro legislativo che non prevedeva formalmente il ruolo dei volontari.
Ma proprio quest’ultimo punto si rivelò determinante per il futuro immediato del volontariato archeologico. Il vento del consenso, e i riconoscimenti che aveva portato, stava purtroppo velocemente cambiando.

10 maggio 1969: la circolare ministeriale che cambia tutto
“Probabilmente in un qualsiasi altro Paese del mondo (siamo nel 1969) a questo punto le autorità, constatati i lati e gli effetti positivi del fenomeno, avrebbero trovato il modo di incoraggiare e sostenere l’iniziativa. In Italia, ovviamente, non fu così.
Il 10 maggio 1969, una precisa disposizione della Direzione generale AA.BB.AA. del ministero della Pubblica Istruzione invita i Soprintendenti a bloccare qualsiasi iniziativa intrapresa con i “dilettanti”. In nome di quella famigerata legge n. 1089 del 1° giugno 1939 che non prevede la possibilità dell’aiuto volontario nell’azione di salvaguardia e di ricerca archeologica, di stretta ed assoluta competenza statale.
Il 10 maggio il GAR viene invitato a lasciare tutti i lavori di recupero intrapresi: a Cerveteri, a Tarquinia, a Veio.
Ma già a pochi mesi di distanza, fra il settembre e il novembre 1969, si registrano due notizie significative. A Cerveteri, i clandestini saccheggiano una necropoli in corso di esplorazione da parte della soprintendenza e asportano tutti gli strumenti lasciati dagli operai. A Veio viene svuotato un magazzino-deposito dove, fra l’altro, erano conservati tutti i materiali a suo tempo recuperati dal GAR.
“Nessuno meglio di noi” – è scritto in un commento del GAR a questi episodi – “può testimoniare dell’assoluta impotenza della Soprintendenza alle Antichità ad arginare, a controllare il dilagante e metodico saccheggio delle nostre aree archeologiche. Ed è avvilente per noi restare inattivi e constatare con rabbia il flagello che imperversa”.
Da quel 10 maggio, niente è cambiato nei rapporti fra Stato e Gruppi volontaristici. La ricerca archeologica è un affare di esclusiva competenza statale, e la collaborazione dei cittadini è “tollerata”. In ogni caso – recita una circolare del Consiglio Superiore Antichità – Gruppi e Associazioni volontaristiche vanno considerati “con sospetto”.



Si teme – scrivono alcuni archeologi ufficiali – che dando spazio a queste organizzazioni si possano creare strutture efficienti e capaci di sostituirsi allo Stato: “Un pericolo da considerare – sostengono gli archeologi ufficiali dell’ambiente di sinistra – è che questi Gruppi qualificandosi, attrezzandosi tecnicamente e ottenendo sempre più permessi di scavo riescano a creare un funzionamento autonomo e privato, gestito e controllato da loro stessi”.
Da destra si predica la “guerra santa” contro il dilettantismo e i dilettanti. In nome del principio che “non v’è cultura senza i professionisti della cultura”.”
Queste parole, scritte a caldo tra la fine del 1969 e l’inizio degli anni Settanta, raccontano in modo chiaro le difficoltà che il GAR aveva nel relazionarsi con le istituzioni. Da un lato c’era la comune consapevolezza dei limiti oggettivi della macchina statale. Ma dall’altro era altrettanto evidente l’impossibilità di continuare a offrire, in modo ufficialmente riconosciuto, il proprio contributo.
Da sottolineare che i volontari archeologici combatterono in quegli anni contro un doppio fronte di diffidenza. Da una parte le istituzioni, che temono di perdere il monopolio sulla tutela. Dall’altra parte di ampi settori del mondo accademico, che vedono nei “dilettanti” un pericolo più che una risorsa.
In mezzo, il GAR e i Gruppi Archeologici si trovano in una posizione scomoda e apparentemente senza troppe speranze. Erano esclusi formalmente dai cantieri di scavo, e guardati con sospetto dalle strutture ufficiali.
Ma fortunatamente non si arresero. Perché i dirigenti si resero conto che ormai rappresentavano una forza che non poteva più essere ignorata o messa da parte. Erano sempre più radicati sul territorio, e forti di centinaia di volontari. Motivati e ormai esperti.

Una scelta di campo: contestazione e alternativa (anni Settanta)
“Presi così tra due fuochi, i Gruppi Archeologici, dopo quel 10 maggio, ebbero dinanzi due sole strade: o sciogliersi oppure collocarsi in una dimensione che fosse a un tempo contestazione al sistema, il cui fallimento era nei risultati disastrosi posti sotto gli occhi di tutti, e alternativa per una nuova visione della gestione dei beni culturali.
Scelta la seconda strada, i Gruppi affrontano i problemi della ricerca, concentrandosi nello studio di superficie: l’esplorazione, cioè, condotta sul terreno, capillarmente, interrogando il modesto frammento ceramico o i resti di una struttura messi in luce da un’aratura, da uno scasso, dalla pioggia. Si studia l’ambiente e si tiene conto di tutti quegli elementi – geologici, ecologici, sociali, etnici – che possono fornire dati utili a riconoscere o a ricostruire una pagina di storia. Soprattutto si scopre che il più importante «reperto» archeologico è in definitiva l’uomo con le sue abitudini, i suoi bisogni, le sue scelte, dei bisogni dell’uomo di ieri e, quindi, vera e propria stratigrafia storica da indagare, da scoprire, da ricostruire.
Con questo nuovo tipo di ricognizione, i Gruppi volontaristici in pochi anni di attività si accorgono che la realtà archeologica del nostro Paese è ben diversa da quella scritta sui libri scientifici o di divulgazione: soprattutto in campo preistorico e protostorici i dati raccolti sono imponenti e tali da rivoluzionare conoscenze e scardinare tesi.
Sotto il martellamento di continue scoperte, l’ambiente ufficiale comincia a riconoscere che il volontarismo è qualcosa di più di un fenomeno velleitario e transeunte, di un hobby più o meno à la page.”
Anche in questo sta il ruolo storico del GAR, visto dal punto di vista degli inizi degli anni Ottanta. Non solo presidio contro i tombaroli negli anni Sessanta, ma anche laboratorio di nuove metodologie di ricerca territoriale negli anni Settanta. Capace di aprire scenari inediti.

1971, Tuscania: il volontariato nelle emergenze
Un’altra tappa decisiva di questa storia è il terremoto di Tuscania del febbraio 1971.
La città medievale viene colpita duramente. Le immagini delle chiese lesionate, delle case crollate, delle opere d’arte esposte alla distruzione fanno il giro d’Italia. In quelle ore drammatiche, i giovani dei Gruppi Archeologici, e in particolare del GAR, accorrono a centinaia per aiutare la popolazione e per salvare il patrimonio artistico e archeologico di Tuscania.
Per la prima volta, l’archeologia ufficiale è costretta a riconoscere che queste organizzazioni di volontariato non sono solo una “manovalanza” da sopportare malvolentieri. Ma possiedono una reale capacità organizzativa, utile anche nelle emergenze. È un passaggio che segna gli anni Settanta e che, agli inizi degli anni Ottanta, viene ricordato come prova concreta della maturità raggiunta dal movimento.
“A Tuscania nel febbraio del 1971, fra le rovine della città distrutta dal terremoto, dove giovani del GAR accorrono a centinaia per aiutare la popolazione e per salvare il patrimonio culturale di quell’importante centro medievale, l’archeologia ufficiale ha modo di constatare che i Gruppi hanno anche un ruolo organizzativo di prim’ordine: i volontari sono stati i primi ad accorrere e a loro spetta il merito di aver salvato innumerevoli testimonianze d’arte, di aver evacuato il Museo, di aver protetto tante opere esposte, nelle prime ore successive sl disastro, alle offese dell’uomo dopo quelle subite dalla natura.



Con 5.000 aderenti sparsi in tutta Italia, con sedi nelle principali città della penisola, con una struttura sorretta interamente dal contributo economico dei soci, i Gruppi Archeologici d’Italia possono essere considerati un esempio concreto di ciò che sarebbe possibile realizzare in Italia ove i problemi della cultura non fossero più considerati appannaggio di pochi «iniziati».
La partecipazione diretta dei cittadini alla tutela e alla ricerca archeologica, nelle forme e nei modi che garantiscano il più severo rispetto delle esigenze scientifiche è l’unica strada che una società moderna può scegliere di percorrere.
Questo fenomeno positivo, che anche dall’estero cominciano ad apprezzare e ad imitare, non può restare mortificato da assurde «gelosie» di corporazione.
In Italia si fa un gran parlare di «politica per i beni culturali», si sono riempite intere biblioteche di studi, inchieste, progetti. Intanto i reperti pubblicati periodicamente dell’Arma dei carabinieri sui danni e sui furti subiti dal nostro patrimonio artistico di anno in anno aumentano di consistenza: sono i bollettini che scandiscono le tappe di una guerra destinata alla sconfitta. E in una situazione di immobilità generale sarebbe a dir poco grottesco non tener conto dell’esperienza volontaristica, come alternativa ad un sistema che assiste impotente alla sua rovina.”



Conclusioni
Rileggere oggi, a distanza di oltre quarant’anni, il testo scritto da Ludovico Magrini ci permette di raggiungere un doppio risultato. Da un lato recuperare la memoria di una stagione in cui il volontariato archeologico si stava costruendo faticosamente uno spazio. Spesso in aperto contrasto con le istituzioni. Dall’altro ci consente di misurare quanto di quelle diffidenze, di quelle rigidità, di quelle resistenze sia rimasto, o quanto sia stato superato.
Dalle parole di Magrini emerge chiaro e potente anche un dato storico: tra il 1960 e gli inizi degli anni Ottanta, ma continuando fino ai giorni nostri, il Gruppo Archeologico Romano ha avuto un ruolo pionieristico e determinante nel portare i cittadini dentro la tutela del patrimonio. Pur dovendo fare i conti, continuamente, con un sistema istituzionale e accademico che lo considerava, nella migliore delle ipotesi, un ospite ingombrante.













