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L’indimenticabile avventura di una scozzese nella Cerveteri dell’Arciprete Regolini





di Angelo Alfani

Non sono molte le donne che hanno contribuito al “dipanarsi” del mondo degli Etruschi, di queste Elisabeth Caroline Johnstone, può, a buon diritto, essere considerata la pioniera.

Nata nel 1801 conobbe nell’inverno del 1828 John Hamilton Gray, rampollo di una ricca famiglia scozzese, proprietaria di miniere di carbone , aveva sin dalla prima peluria iniziato il “gran tour” per l’Europa, accumulando conoscenze ed amicizie soprattutto tra i biondi intellettuali affamati di cultura classica. Per il trentenne globetrotter l’incontro con Elisabeth fu il classico colpo di fulmine.

I due si sposarono e contemporaneamente lo scozzese prese anche gli ordini sacrali, imponendosi il titolo di Reverendo. La giovane coppia condivise fin da subito, e per l’interezza della loro esistenza, un profondo interesse per la storia, le lingue e la letteratura, oltre ovviamente per l’archeologia.

L'indimenticabile avventura di una scozzese nella Cerveteri dell'Arciprete Regolini
L’indimenticabile avventura di una scozzese nella Cerveteri dell’Arciprete Regolini

Nel 1833 i due Hamilton scesero in Germania per “curare” una malattia che aveva colpito Elisabeth. L’impegno di scendere ancora più a sud, verso la calda riviera ligure, non ebbe esito, ma la permanenza in Germania rese possibile l’incontro con studiosi del mondo antico italico e l’apprendimento del tedesco e, cosa inusuale per quei tempi e soprattutto per una donna, dell’ebraico. L’interesse della coppia, ricca, colta e curiosa, per la terra dei Tirreni fu “scatenata”, come lei stessa racconta, da una visita, nell’estate del 1837, al vescovo di Lichfield, nonché Preside della gloriosa Shrewsbury School, Dr. Samuel Butler.

L’entusiasmo del Vescovo per la esibizione di tombe etrusche e di reperti tenutasi in Pall Mall a Londra, organizzata dal collezionista Campanari, convinse i due scozzesi a farvi visita. La cosa che colpì maggiormente Elisabeth, di questa che era la prima mostra dedicata alle Antichità etrusche fuori d’Italia, fu un vasto locale con esposti vasi e suppellettili “in vendita”, più diverse altre stanze illuminate scenograficamente da torce che riproducevano tombe, ed ancora altre camere al piano superiore dell’esposizione, con diverse pitture tombali. La visita procurò alla signora Elisabeth una siffatta impressione da renderla determinata ed entusiasta a conoscere e divulgare quel mondo che l’aveva conquistata sin dal suo primo approccio.

L'indimenticabile avventura di una scozzese nella Cerveteri dell'Arciprete Regolini
L’indimenticabile avventura di una scozzese nella Cerveteri dell’Arciprete Regolini

La exibition ebbe un successo tanto clamoroso da rendere tappe obbligatorie del Gran Tour paesi fino ad allora tagliati fuori dalle rotte degli intellettuali europei che cercavano ispirazione nella bella Italia.Paesi sconosciuti, come Cervetri, Corneto, Tuscanella, Vulci entrarono a pieno titolo nei luoghi da visitare ,alla stregua di Pompei,Tivoli,Villa Armerina. Alla scioccante impressione suscitata fece seguito la determinazione ad organizzare subito il Tour ai Sepolcri di Etruria, titolo del diario di viaggio tenuto dalla stessa Elisabeth, “ scritto per gli ignoranti e per piacere agli amorevoli viaggiatori, e non per i dotti ed antiquari” come chiosa la stessa autrice.

L’incontro a Pisa con l’amico Giuseppe Micali, figura di primissimo piano nello studio dei popoli italici, fu ricco di suggerimenti ed indicazioni, ma non mancò di mettere sull’avviso la signora Gray: “Sarà dura per una graziosa giovane signora a causa delle strade e della natura selvaggia dei luoghi, poco accessibili e per nulla serviti! Ma il fascino che quei posti emanano la compenseranno abbondantemente di ogni sacrificio”. E questo accadde.

“Credo che raramente mi sono sentita più felice come quando la nostra carrozza voltò dalla strada principale, a circa sei miglia dopo Monterone, e ci trovammo sulla strada per Cerveteri. Sebbene non avessimo avuto contrattempi, certamente non raccomanderei questa strada ai veicoli come quelli che usualmente vengono definiti carrozze in Inghilterra, a causa della ripida salita a ridosso del paese, e dei profondi fossati prima di raggiungere la salita stessa” scrive la Johnstone. Il paese gli apparve misero e povero con due o tre case di benestanti, tra cui quella dell’Arciprete. L’unica locanda ,mezza diroccata, frequentata da carrettieri e mulattieri, appariva così poco invitante ,soprattutto per gli odori che emanava, che perfino la loro servitù italiana si rifiutò di entrarvi. La lettera di accompagno degli amici romani era indirizzata all’Arciprete Regolini, che li accolse appena fuori dalla porta della canonica accanto alla fontana del Mascherone, comprensiva di un ampio orto-giardino dall’intenso profumo di zagare e con imponente noce sul quale hanno installato tre piani di morbidezza cementizia appena cinquanta cinque anni fa. Narra la Johnstone: “ Ci accolse un uomo in scuro dall’aspetto maestoso, anziano, dal contegno grave ma benevolo. Ci disse che era l’arciprete, e insistette affinché mangiassimo con lui, dopo averci usato la gentilezza nel guidarci agli antichi monumenti per i quali eravamo giunti sin la’. Naturalmente noi desideravamo vedere dapprima la tomba che aveva lui stesso scoperto, e con questo intento lo seguimmo, e di nuovo ripercorremmo in parte la via e strada attraverso la quale avevamo fatto ingresso alla città. Passammo presso una antica grotta sepolcrale ora aperta al giorno (“scoperta”?), e camminammo quasi un miglio lungo una piacevole e ben sistemata strada di campagna che portava a Caere-novo. Incrociammo quindi una “style” a destra, entrando dentro un campo di granturco, e ci venne detto che questo campo era stato un tempo un tumulo come quelli a Monterone, ma che il soffitto/la copertura era stata buttata giù, mentre al contrario la base era stata alzata. Era stato ridotto in pezzi, allo scopo di cercare in ogni direzione le tombe, e la sua forma originaria si era così perduta. Non conosco il suo vero nome, e per questo la chiamerò Monte Regulini”.

L'indimenticabile avventura di una scozzese nella Cerveteri dell'Arciprete Regolini
L’indimenticabile avventura di una scozzese nella Cerveteri dell’Arciprete Regolini

Visitammo il complesso di tombe guidati da Regolini che con candela in mano saltava come un grillo e si infilava in ogni apertura con agilità di lucertola Trascorsero l’intera mattinata in visita ai tumuli ,affascinati dagli scavi ed entusiasmati dai racconti sui mirabolanti ritrovamenti. La Jhonstone, saliva e scendeva per i montarozzi, spesso legata con una corda, percorreva dromos illuminato da candele, con tale entusiasmo da permettergli di superare ogni difficoltà.

” Trovammo che l’arciprete era un abile conversatore e profondo conoscitore della storia della città antica”.

CHI ERA IL GENERALE GALASSI

La piccola carciofeta, che circondava parte di quello che fu il tumulo Regolini-Galassi, poteva a buon diritto, ascriversi a quella che potremmo definire archeologia del carciofo locale. 

Si trattava infatti degli ultimi esemplari del tipo Campagnano e Castellammare che erano sopravvissuti  alla globalizzazione grazie alla pervicacia di Elio Giulimondi, la cui famiglia è proprietaria del piccolo appezzamento.Con la sua dipartita se be sono andati anche quelle splendide mammole che facevano capoccella  tra il verde intenso della carciofeta ed il celestre del mare in lontananza.

Stesso discorso vale per il casaletto che fa da copertura al fantastico e inebriante ingresso della tomba stessa.

Rara bellezza per la sua semplice struttura e funzionalità: pura essenzialità. Rare le visite, a quanto mi è dato sapere, e la cosa non disturba: giusta pace e silenzio per i tanti nostri avi, ivi sepolti. Di confusione e violenza ne hanno dovuto sopportare abbastanza secoli fa e molto recentemente. La messa in luce di tale tumulo, che venne rivoltato come un pedalino setacciando ogni metro cubo di terra, ebbe infatti un clamore immediato. Così riporta la notizia il bollettino della Accademia di archeologia: “Nel di’ 19 di maggio 1836, durante l’adunata dell’Accademia romana di Archeologia, il socio ordinario segretario perpetuo diede contezza di una insigne scoperta pur allora avvenuta nella necropoli agillana in vicinanza di Cervetri”

Narrò come un intatto ed antichissimo sepolcro si fosse quivi discoperto per gli scavi fatti in comune dal reverendo arciprete don Alessandro Regulini e dal generale commendatore Vincenzo Galassi.

 I ritrovamenti ancor più eccezionali attirarono visite da parte di studiosi e commercianti di mezza Europa. A Roma non si parlava d’altro e gli incontri per visitare, e molto spesso fare acquisti, le case dei “collezionisti di etruscherie” erano assidui e, va da sé, profittevoli. 

Una delle visite più ambite era quella a casa del Generale Galassi che, per conto del costituendo Museo Gregoriano teneva in custodia gran parte del corredo della tomba del Sorbo acquistato, grazie anche alla sua specifica “missione” in loco, dallo Stato pontificio. Raccontano i viaggiatori d’oltralpe che l’alto ufficiale dell’armata papale si dimostrava gentile, disponibile e preparato durante le visite a quello straordinario Museo “privato”. Era talmente fondamentale l’incontrare Galassi che nell’inverno 1837-1838, la tomba al Sorbo, era comunemente chiamata, presso gli Inglesi in Roma, “General Galassi’s Grave.

Ma chi era questo generale in pensione che organizzava operai spronandoli a non mollare nella ricerca dell’ingresso del tumulo che assieme ad un segaligno Arciprete, esperto tombarolo, desiderava ardentemente portare alla luce?

Vincenzo Galassi era nato a Cascia nel 1771. Dopo aver militato al servizio del re di Spagna nell’ottobre 1791 entrò nelle milizie papali. Si segnalò quando vanificò il tentativo di fuga di circa cinquecento reclusi, evasi dal carcere di Civitavecchia dopo essersi impossessati delle armi custodite nell’armeria. 

Il Galassi li inseguì e, dopo un’ora di fuoco, riuscì a catturarli dopo averli disarmati. Nel periodo napoleonico il Galassi, come molti altri ufficiali, passò al servizio della Francia nel periodo in cui Roma fu annessa all’Impero (1809-14) e, con il grado di capo squadrone, partecipò alla campagna di Russia. Dopo la restaurazione venne reintegrato nelle milizie papali e nel 1816 egli venne trasferito con il grado di colonnello al corpo dei carabinieri, da poco costituito con funzioni sia militari sia poliziesche, e posto al comando del primo reggimento. Si distinse nel fronteggiare quelli che erano i pericoli maggiori per lo stato della Chiesa: il brigantaggio, le società segrete e ancor più quelle rivoluzionarie, verso le quali agì con decisione e durezza. Gli venne assegnato il compito di compilare le schede informative relative a chi volesse arruolarsi nell’esercito papale. Al Galassi fu assegnato il compito di vagliare queste domande, di preparare le schede informative relative ai richiedenti e di inviarle al governatore di Roma. Le competenze territoriali affidategli finirono per riguardare non solo Roma, ma anche diverse altre zone, dai Castelli romani alla Marca di Ancona. Il 1° febbraio 1818 Galassi divenne generale di brigata e fu assegnato allo Stato maggiore generale delle truppe di linea; nel 1819 passò alle truppe delle Finanze, per giungere infine al corpo dello stato maggiore generale. Dopo la morte di Pio VII, Galassi finì per occupare ancora posizioni di rilievo, sebbene non più di primo piano. La sua zona d’azione fu spostata a Viterbo e provincia. In questo territorio potè ancora distinguersi nel 1831, contribuendo attivamente alla sconfitta delle truppe rivoluzionarie guidate dal generale G. Sercognani. Il 1° gennaio 1833 il generale Galassi fu posto in quiescenza, dedicandosi agli studi e alle ricerche sul mondo etrusco che già da tempo costituivano un suo forte interesse. 

Morì a Roma il 29 febbraio 1848.