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Ladispoli oltre il mare: tra cultura e memoria, il racconto di Andrea Contorni





Un viaggio tra archeologia, tradizioni e identità per riscoprire la vera anima della città

Ladispoli oltre il mare: tra cultura e memoria, il racconto di Andrea Contorni –

di Marco Di Marzio

Tra il mare e la memoria, Ladispoli custodisce storie che attraversano i secoli: dagli antichi insediamenti etruschi fino alla vivace identità contemporanea. In questo viaggio tra cultura, folklore e archeologia, incontriamo Andrea Contorni, giornalista pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio, redattore e regista per Canale 10 e collaboratore de Il Messaggero. Da anni racconta il territorio con uno sguardo attento e narrativo, trasformando la storia locale in racconto vivo.

Con lui esploriamo Ladispoli non solo come luogo geografico, ma come intreccio di identità, tradizioni e testimonianze del passato.

Ladispoli è spesso percepita come una città balneare: qual è invece, secondo te, il suo lato più nascosto e sorprendente dal punto di vista storico-culturale?

Io abito ad Ostia e non ho mai pensato di visitare Ladispoli fino al 2025, anno in cui ho realizzato il documentario e ho cominciato a interessarmi giornalisticamente del territorio. Questo perché è stata sempre veicolata un’idea fortemente sbagliata di Ladispoli, soprattutto nelle altre località costiere del litorale laziale. Ladispoli viene liquidata come una banale cittadina balneare, moderna e senza attrattive oltre appunto il mare. Di conseguenza, chi abita sulla costa con il mare sotto casa, perché dovrebbe andare a Ladispoli? Niente di più sbagliato. Appena ho messo piede a Ladispoli, ne sono rimasto affascinato. È una città moderna ordinata, ricca di spazi verdi, a misura di cittadino per molti aspetti. E a questi aspetti si unisce quello di una storia importante che affonda le proprie radici nel neolitico e prosegue ininterrotta fino ai giorni nostri. Certo, è una storia che va scoperta, riscoperta e fatta conoscere perché meno evidente di tante altre “storie” ma non meno importante.

Nel tuo lavoro documentaristico, quanto è importante il rapporto tra racconto visivo e ricerca storica quando si parla di un territorio come Ladispoli?

Proprio nell’ottica della riscoperta e della valorizzazione della storia di Ladispoli, il racconto visivo diventa un aspetto fondamentale. Una risorsa audio-video può arrivare a più persone e motivarle a volerne sapere di più. Un documentario non potrà mai avere la profondità storica di un convegno per esempio, pur contando ospiti di rilievo. I tempi televisivi sono veloci. Ho raccontato la storia intera di Ladispoli in 40 minuti di documentario ma il compito del mio lavoro era quello di instillare nell’utenza il desiderio di approfondire sui testi o partecipando ai tanti eventi culturali che il territorio offre.

Se dovessi raccontare Ladispoli attraverso tre simboli – un luogo, una tradizione e un personaggio – quali sceglieresti e perché?

Come luogo Torre Flavia perché è il simbolo principale di Ladispoli. Non si può parlare di Ladispoli senza avere in mente Torre Flavia che contraddistingue anche lo stemma cittadino. Da quando lavoro a Canale 10, oltre venticinque anni, ho sempre abbinato Ladispoli alla tradizione della Sagra del Carciofo. Riguardo il personaggio, direi Nardino D’Alessio che ho conosciuto e intervistato presso il sito archeologico di Marina di San Nicola. Mi dispiace non poter avere più occasioni di approfondire la conoscenza di un uomo che rappresentava la memoria storica di Ladispoli. Ne conserverò sempre un carissimo ricordo.

Nel tuo percorso tra televisione e carta stampata, hai osservato un cambiamento nel modo in cui il pubblico si avvicina alla storia locale?

Ho dedicato e dedico tutta la mia attività professionale alla divulgazione culturale con particolare enfasi sulla storia locale dei territori trattati. In tutta sincerità avverto un distacco dalla materia storica in generale. Non mi sembra che ci sia, tranne rare eccezioni, un ricambio generazionale nel tramandare la storia e le tradizioni di un luogo. In generale il rischio di perdere per sempre patrimoni storico-folkloristici locali è concreto, ora più che mai.

Qual è stata la scoperta o l’aneddoto più affascinante che hai incontrato lavorando su Ladispoli?

Sono rimasto affascinato dal sito archeologico di Marina di San Nicola, la villa romana che la tradizione attribuisce a Pompeo Magno. Non esistono prove certe che sia realmente appartenuta al grande generale romano ma il solo pensare che in quel luogo potrebbero essersi incontrati appunto Pompeo e Cesare per stabilire le sorti di Roma fa un certo effetto.

Il folklore spesso rischia di essere dimenticato: quali tradizioni locali meriterebbero oggi una maggiore valorizzazione?

Il folklore locale sta procedendo spedito verso l’oblio perché manca un ricambio generazionale. Tutte le tradizioni meritano di non essere dimenticate. Il compito di chi adesso è portatore di questo sapere è quello di divulgare tale patrimonio di conoscenze tentando di favorire un passaggio di testimone che assicuri il suo futuro.

Raccontare la storia significa anche scegliere cosa evidenziare: come si trova l’equilibrio tra rigore storico e narrazione coinvolgente?

Se rimaniamo nell’ambito del documentario dedicato a Ladispoli, ho cercato di raccontare tutto quello che ho potuto nel tempo che avevo a disposizione badando unicamente al rigore storico. Sono un divulgatore di impostazione accademica e per me il rigore è tutto. Non tralascerei mai il rigore storico per inseguire una narrazione “coinvolgente”, magari giocosa o con un linguaggio non consono per ottenere un grande riscontro di numeri in termini di visualizzazioni sui social o altro. Chi ama la storia vuole una narrazione rigorosa. Poi ci sono i narratori di aneddoti storici che con la scusa di veicolare la storia in modo più coinvolgente, in realtà badano unicamente al loro riscontro social. Questo non è raccontare la storia.

Ladispoli è anche luogo di passaggio e contaminazione culturale: come si riflette questo nella sua identità contemporanea?

Ladispoli è uno straordinario esempio di tessuto sociale integrato con equilibrio. L’ho constatato per esempio negli istituti scolastici dove il personale non appare spaventato dalla contaminazione culturale ma la considera una risorsa. Ma nel fruire di questa risorsa, non c’è quell’esasperazione nel dover per forza dimostrare che sussiste un’integrazione a tutti i costi. C’è perché l’identità di Ladispoli è forgiata da questo fattore. A Ladispoli più che in altri luoghi la contaminazione culturale è normalità. Ciò non toglie che non si deve mai tralasciare una costante attività di rinforzo del tessuto sociale.

Quanto conta il mare nella costruzione dell’immaginario culturale della città, oltre al suo valore turistico?

Il mare è la fortuna e la rovina delle località balneari perché nell’immaginario collettivo le vincola unicamente a questa attrattiva turistica. Tutto il resto passa in secondo piano e sembra quasi non esistere. Ladispoli negli ultimi anni sta emergendo come una località in grado di offrire tanto di più oltre il mare. E su questo si deve continuare a lavorare sia a livello amministrativo che associativo.

Se dovessi realizzare oggi un nuovo documentario su Ladispoli, quale storia sceglieresti di raccontare e con quale taglio?

Questo periodo mi sento fortemente influenzato da un libro che sto leggendo: “Ladispoli e i luoghi del cinema” di Crescenzo Paliotta, altro personaggio importante del territorio. Pertanto, farei un documentario proprio sul rapporto stretto e suggestivo tra Ladispoli e il mondo del cinema.

Che ruolo possono avere i giovani nel riscoprire e tramandare la memoria storica del territorio?

I giovani sono di due tipologie. Da un lato abbiamo una minoranza attivissima e interessata alla cultura, al territorio e alle tradizioni. Ragazze e ragazzi che studiano, si impegnano, fanno volontariato e soprattutto, credono nel loro ruolo. Dall’altro abbiamo una maggioranza che di fatto non sa neppure dove vive. Servirebbe la giusta via di mezzo e adulti che non rifuggano dalla responsabilità di veicolare Cultura, in famiglia, a scuola e in ogni contesto possibile.

In un’epoca dominata dai contenuti veloci, c’è ancora spazio per il racconto approfondito della storia locale?

Fondamentalmente no. I contenuti che vanno per la maggiore sono brevi, inutili e trattano di argomenti demenziali e spesso anche dannosi. Le risorse IA inoltre non hanno portato un miglioramento delle strategie comunicative o la creazione di contenuti culturali importanti. Al contrario esse vengono sprecate per la produzione di fake news, di fotografie e video assurdi. Un elogio va al Prof. Marco Mellace, tra i pochi in Italia ad utilizzare l’intelligenza artificiale nel modo giusto, guidandola nella creazione di straordinari filmati storico-archeologici. Mellace è di Ladispoli.

Qual è il rischio più grande quando si parla di valorizzazione culturale di un territorio come Ladispoli?

A Ladispoli negli ultimi anni si è iniziato un percorso di valorizzazione del patrimonio archeologico del territorio con tante iniziative. Dai cartelloni che illustrano e spiegano i siti all’Archeobus, a tanti altri eventi che coinvolgono le scuole. Abbiamo anche i tre meravigliosi volumi dell’opera “Ladispoli. Un lungo viaggio nel tempo” nati per valorizzare la storia millenaria di questa località. Il rischio è che tutto questo impegno venga meno da un momento all’altro per le più svariate ragioni, politiche o meno, bruciando anni di risultati importanti.

Infine, se Ladispoli fosse una storia da raccontare in una sola frase, come la descriveresti?

Ladispoli, una città di cultura oltre il mare…