Analizziamo i dati della Camera di Commercio di Roma: -20% per la capitale del litorale, un’evidenza inaspettata che richiede qualche riflessione
di Giovanni Zucconi
Ladispoli, città più viva e frequentata del litorale. Ma molti negozi chiudono. Calo più evidente che in altri comuni limitrofi
Quando si vuole capire come sta davvero un territorio, spesso non servono grandi teorie. Basta guardare cosa succede ai negozi, ai bar e ai ristoranti. Alle piccole attività che aprono e chiudono sotto casa. Sono loro che danno il polso della vitalità economica del tessuto produttivo. Perché quello è un tessuto produttivo sostenuto principalmente da singoli imprenditori locali. Magari appartenenti a famiglie che, storicamente, conducono un’attività commerciale nella città.

I negozi commerciali e di ristorazione sono da sempre il cuore visibile dell’economia di una città. Non necessariamente è quello che genera più ricchezza, ma è sicuramente uno specchio del benessere e della natura della socialità in quella città. Quello che incontri camminando per le strade, è quello che rende vivo un quartiere. È quello che ti fa dire “qui c’è movimento” oppure “qui si sta spegnendo qualcosa”.
Perché questa lunga premessa? Per introdurre un’analisi che è nata parlando con dei miei amici. Che mi raccontavano come Santa Marinella, nelle feste di Natale, appariva più spenta rispetto agli altri anni. In sintesi, si lamentavano che c’erano pochi negozi aperti.

Allora mi sono chiesto: “Quello dei negozi che chiudono è un problema solo di Santa Marinella, o più generalizzato?”. La risposta non ha naturalmente bisogno di approfondimenti. La risposta è che dappertutto, in Italia, i negozi chiudono, per mille motivi.
Allora sono passato alla domanda successiva. Ci sono città del nostro comprensorio in cui questa crisi si sente meno? Qui la risposta è meno scontata. Anzi, vedremo che è assolutamente inaspettata. Una risposta che dovrebbe aprire tutta una serie di analisi e approfondimenti. Non solo economici e commerciali.
Come sempre utilizzeremo i dati che provengono dalla Camera di Commercio di Roma. Che, come sempre, ci danno solo la possibilità di evidenziare i fenomeni, ma non di spiegarli. Premettiamo, per non doverlo ripetere ogni volta, che in questa analisi prenderemo in considerazione SOLO i dati relativi alle attività commerciali e quelle alberghiere e di ristorazione.
Partiamo da un semplice specchietto dove si analizza il calo delle attività commerciali, negli ultimi quattro anni (dicembre 2021 – settembre 2025), nelle città che abbiamo preso in considerazione.
- Ladispoli: 1.181 → 937 (–244; –20,7%)
- Allumiere: 75 → 62 (–13; –17,3%)
- Anguillara Sabazia: 430 → 356 (–74; –17,2%)
- Civitavecchia: 1.459 → 1.209 (–250; –17,1%)
- Cerveteri: 827 → 689 (–138; –16,7%)
- Manziana: 144 → 120 (–24; –16,7%)
- Bracciano: 523 → 452 (–71; –13,6%)
- Santa Marinella: 404 → 353 (–51; –12,6%)
- Trevignano Romano: 207 → 185 (–22; –10,6%)
- Tolfa: 88 → 79 (–9; –10,2%)
Io sfido chiunque a dire che questi dati fossero scontati. Sfido chiunque a dire che si aspettasse che la città nettamente più vissuta e frequentata del litorale, Ladispoli, fosse quella che, almeno secondo i dati della Camera di Commercio di Roma, perde più terreno proprio su commercio e ristorazione.
Partiamo da un dato certo, e non sicuramente frutto di un’interpretazione soggettiva. Ladispoli è nettamente e soverchiantemente la città del nostro comprensorio più attrattiva e piena di vita in ogni periodo dell’anno, e in qualsiasi ora del giorno. In certi giorni, o in certi periodi, sembra che Roma si sia trasferita a Ladispoli.
Eppure i dati dicono che, a Ladispoli, in quattro anni è sparita più di un’attività su cinque nell’ambito commercio + ristorazione. Partiamo dal dato più semplice, quello che chiunque può capire. A fine 2021, a Ladispoli le imprese attive nell’ambito commercio + alloggio/ristorazione erano 1.181. Nell’ultimo dato disponibile, settembre 2025, sono scese a 937. Tradotto: 244 attività in meno. Un calo del 20,7%.
Non è un piccolo arretramento. È un ridimensionamento vero. Di quelli che si dovrebbero vedere anche senza statistiche. Se perdi più di un quinto delle tue attività commerciale e della ristorazione, inevitabilmente qualcosa cambia nel volto della città.
E non è un incidente di percorso. La discesa sembra costante, anno dopo anno, come si può desumere dallo specchietto che segue.
- fine 2021: 1.181 attività attive
- fine 2022: 1.157
- fine 2023: 1.077
- fine 2024: 990
- settembre 2025: 937
In pratica, ogni anno si perde un pezzo. E quel pezzo non viene più recuperato.
C’è un altro dato interessante, quello forse più istruttivo. Uno potrebbe pensare che ci sia comunque vitalità. Che aprano molte attività commerciali, e che però queste non riescano a superare le difficoltà di un mercato difficile, e che quindi poi chiudano. Invece no, a Ladispoli secondo i dati ne aprono poche e ne chiudono tante. C’è un numero che più di tutti fa capire la dinamica. Per ogni nuova attività iscritta, ce ne sono quasi sei che cessano.
Nel triennio 2022–2024, nell’ambito del commercio + alloggio/ristorazione, a Ladispoli succede questo:
- iscrizioni (nuove aperture): 73
- cessazioni (chiusure): 437
Il saldo è –364. La differenza con il numero visto prima è che adesso stiamo parlando di attività “iscritte”, e non necessariamente attive. Qui sta la “sorpresa”, direi il paradosso: Ladispoli è sempre piena di gente, ma il suo tessuto economico di base non regge come ci si aspetterebbe. O regge, comunque, peggio che nelle città vicine. Questo è il punto. Non è che Ladispoli non sia attrattiva. È che il ricambio è troppo sbilanciato. Ci può anche essere fermento, ma se le chiusure corrono molto più veloci delle aperture, alla fine il saldo è quello che vediamo: tante saracinesche in meno.

E il 2025, almeno fino a settembre, non cambia il quadro. Anche guardando solo i primi 9 mesi del 2025, Ladispoli resta tra i Comuni con il saldo più negativo: –45 tra iscrizioni e cessazioni (gennaio–settembre). Peggio, nel gruppo, fa solo Civitavecchia. È un dato importante perché conferma che non siamo davanti a un fenomeno in fase di risoluzione. La tendenza negativa sembra ormai consolidata.
Ma allora, com’è possibile che questo accada in una città mai così frequentata, e con un ricco calendario di manifestazioni indubbiamente attrattive? E aggiungerei una considerazione che pregherei non fosse scambiata per “politica”: perché questo fenomeno così evidente e macroscopico è come se non esistesse? Non l’ho mai letto, forse per colpa mia, neanche mai nelle argomentazioni delle opposizioni all’attuale Amministrazione.
La mia lo ripeto, non è un’analisi per criticare l’Amministrazione di Ladispoli. È un’analisi preoccupata. Può piacere o non piacere, ma è oggettivo che l’attuale Amministrazione di Ladispoli abbia investito molti soldi pubblici per rilanciare l’immagine di una Ladispoli dove è bello andare al mare per divertirsi. Di una città piena di vita e con una forte socialità. E ci è sicuramente riuscita. Ci è riuscita alla grande.
Ma evidentemente, se uno degli obiettivi era quello di rilanciare il commercio cittadino, qualcosa è andato storto. E se non bastano neanche dei corposi investimenti nell’immagine e negli eventi per sostenere il commercio della propria città, che cosa bisognerebbe fare? Se le migliaia e migliaia di turisti che affollano Ladispoli non portano ricchezza alla città, che li cerchiamo a fare?

Io credo che questi numeri debbano spingere a qualche riflessione gli Amministratori. E non solo di Ladispoli. Principalmente su due filoni:
- A questo punto conviene investire così tanto per portare tantissima gente a Ladispoli? I disagi che inevitabilmente nascono sono adeguatamente compensati con dei vantaggi diffusi sulla maggior parte della popolazione? Magari i soldi spesi per gli eventi possono essere parzialmente dirottati su altro. O pensati più a misura di popolazione locale.
- Queste dinamiche di apertura e chiusura sono regolate solo da meccanismi e spinte di natura puramente commerciale? Sono numeri troppo grandi per non destare qualche perplessità.
Io la chiuderei qui. Ci potremmo dilungare su ipotesi e su altre considerazioni. Ma non dobbiamo scrivere un trattato. Dobbiamo gettare un piccolo sassolino nello stagno e fare partire un ragionamento. Un ragionamento per ripensare, se lo si riterrà necessario, il nostro modello di sviluppo e di espansione.
I numeri servono a questo. A rappresentare la realtà a prescindere dalle sensazioni o dalle convinzioni. E servono per prendere decisioni per cambiare in meglio le situazioni.









