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I chirichetti di Donquirino ed i nuovi cervetrani

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di Angelo Alfani

Si sa che i vecchi tornano bambini.

È sufficiente vedere una codetta saltellare, un cardo selvatico emergere prepotentemente ai bordi di carrrarecce, trovarsi nel piatto una forcinella scappata fuori da profumose persiche,o restare ammaliati dallalaminadoratain fondo alla piana, per rivedersi coi pantaloni corti, i calzettoni di lana abbassati alla Sivori, le suole delle scarpe rinforzate e protette da bollette ferrose.

Il passamano di foto della metà del secolo scorso, ti convince, qualora ce ne fosse bisogno, che essere stato regazzino a Cerveteri è stato proprio una pacchia.

Quella vera di pacchia, non quella attribuita a dei disperati da capoccioni di potenti clan politici.

I chirichetti di Donquirino ed i nuovi cervetrani
I chirichetti di Donquirino ed i nuovi cervetrani

Aver fatto poi il chirichetto con Donluiggi, Donquirino e Donsantino, altro che pacchia: è stato un vero privilegio.

Certamente era stanchevole alzarsi all’alba, con gli occhi cisposi, per servi’ messa per quattro vecchiette, sempre più allampanate e sorde, o farsi tutte le quattordici stazioni della via Crucis rintronati dalla litania che diventava ,lungo il racconto della tragica passione di Cristo, rumore di fondo.

D’inverno poi le ginocchia sbattevano come cannucce al vento, costrette al contatto col gelido marmo dell’altare.

Ma lo scampanellare a tuo piacimento per risvegliare l’attenzione dei fedeli, l’intenso profumo di incenso che ti avvolgeva inebriandoti, così come il pollo con patate infinocchiate di Menicuccia nelle rare ma ambite volte che ti capitava di essere suo ospite in canonica, assistere alla vestizione di Tisserant ed al bacio dell’anello, erano sufficienti, per chi viveva con intensità la missione di ministrante, per farti dimenticare delle alzatacce.

Poi dopo il Domine Repulisti, nella Pasqua di resurrezione ,ti spettava pure il regalo di succhiarti uova tiepide appena raccolte nei tanti gallinari che accerchiavano il paese e ti ci scappava pure qualche manciarella che ti riconsolava della sudataccia de scenne e risali’ lungo l’asfalto a benedi’ le case.

Che dire poi del privilegio di una settimanella a mare,con tuffi dalle palanche allungate sopra la foce dello Zambia, ed i tre/quattro giorni a pescare persichi al lago di Bracciano, con la variante di allungare il viaggio, ammucchiati in sette/otto dentro la utilitaria del don, fino alla faggeta di Manziana per “respira’ aria de montagna”,come premio per aver servito decine di messe e sta nella parte alta della classifica del chirichetto solerte.

Poi ci stava pure la “calza” della Befana, e le gite con partenza alle quattro di mattina e soste continue, data l’età dei croceristi( perlo più donne),a Santa Rita e Roccaporena, o quelle meno impegnative al seminario di Anagni.

‘Na pacchia vera che appare in tutta evidenza nella foto: sguardi spensierati di ragazzini con Donquirino al piazzale delle Tombe.

Da vecchi ci si alza presto comunque, illudendosi di essere ancora indispensabili. È una illusione dovuta, ritengo, alla presunzione di sentirsi unici, o forse nella vana speranza di buggerare la nera falciatrice.

Le mattine sono ancora fredde ,ma piene di luce.

Un sole invernale regala bianchi bagliori che feriscono gli occhi.

La piazza è come al solito un mortorio post bomba acca, con tre o quattro rumeni seduti sulle panche davanti ad un simbolico “fungo avvelenato” inaugurato dal Sultano Zingaretti, che smanettano i telefonini e ‘no zainetto sulle spalle ad imitazione dei tanto indaffarati uomini del Granarone che attraverseranno, a partire dalle nove, il sottovuoto sociale.

Alcuni ragazzi aspettano il pullman per Bracciano e le stazioni dei treni.

Badanti e donne di servizio rincorrono, gesticolando, il bus che si avvia a lasciare l’edicola. Le biciclette dei Bangla, con lentezza simile al tempo che si danno nei lavori di campagna, scendono lungo il velodromo dei Giardini.

Constantin, un ragazzetto nato nella antica Bucovina, tiene per mano una anziana signora.

Tua nonna?”. “ Si” mi risponde con un sorriso pieno.

Benvenuta a Cerveteri, signora!”

Il giovanotto traduce e la vecchia risponde.

Grazie, tante grazie!” traduce sempre il nipote.

La accompagna a Roma ,meglio dal Papa.

Sono felici.

Sono arrivati da un paese lontano con pulmini dalle poche soste nell’illusione di render meno infinito il percorso.

Hanno calpestato il tufo dietro al vecchio cimitero assieme a tante valigie e scatoloni e bottiglie di limpida grappa di prugne da offrire agli ospiti.

Da tempo sono molto più numerosi quelli che risalgono l’Italia per attraversare le pianure dell’est.Tornano a casa sempre più frequentemente, alcuni per sempre. Cerveteri e l’Italia non riescono più a mantenere quanto avevano garantito fino a un decennio fa. Oramai il gioco non vale la candela. I loro figli, cresciuti in terra d’Etruria, fanno fatica ad accettare il ritorno all’est.

Sono i nuovi cervetrani,i chirichetti del duemila.

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