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Giacinto Bruzzesi: il Garibaldi (non solo il Garibaldino) cerveterano. Un ricordo a 200 anni dalla sua nascita

Giacinto Bruzzesi: il Garibaldi (non solo il Garibaldino) cerveterano – di Giovanni Zucconi

Non sono molti i cerveterani finiti sui libri di storia. Ma ne trovi uno proprio dove non te lo aspetti: tra i mille garibaldini che accompagnarono il generale Giuseppe Garibaldi nella spedizione che regalò una bella fetta di Italia al Regno dei Savoia. Stiamo parlando di Giacinto Bruzzesi, nato a Cerveteri, il 13 dicembre 1822, esattamente 200 anni fa, da Lelio Antonio Bruzzesi e da Barbara Ponziani.

A dire il vero, la sua famiglia, civitavecchiese, si trovava per caso in quel momento a Cerveteri. Il padre era “capo granarolo” della famiglia Ruspoli. Ma i natali, anche se casuali, non si discutono. Tanto più che fu battezzato da un altro celebre cervetrano entrato nei libri di storia: l’arciprete Alessandro Regolini. Quello che scoprì, insieme al generale Galassi, la famosa tomba che porta il loro nome, e il cui corredo costituì il primo nucleo del Museo Gregoriano Etrusco, nei Musei Vaticani.

Giacinto Bruzzesi: il Garibaldi (non solo il Garibaldino) cerveterano. Un ricordo a 200 anni dalla sua nascita

Leggere la biografia di Giacinto Bruzzesi, se non vi fosse scritto il suo nome, sarebbe come leggere quella di Garibaldi. Non solo perché fu garibaldino, e quindi combatté molte battaglie insieme a lui, ma perché è animato dal suo stesso spirito di indomito combattente per la Libertà. E questo lo portava a combattere in ogni parte del mondo dove questa doveva essere difesa o conquistata.

Giacinto Bruzzesi non diventò quindi garibaldino per caso, ma fu un carbonaro e un mazziniano della prima ora. Pur avviato ad una promettente carriera di incisore di cammei, nel 1848 lasciò la sua famiglia per partecipare alla prima guerra d’indipendenza, arruolandosi volontario nelle truppe della Legione Romana, inviata da Pio IX per combattere gli austriaci.

Nel 1849 combatté, questa volta contro Pio IX, nelle file della Guardia Nazionale che era a difesa della Seconda Repubblica Romana. In una battaglia contro i francesi, a Ponte Milvio, si guadagnò addirittura una medaglia d’oro al valore militare, e venne promosso tenente. Caduta la Repubblica Romana, animato dallo stesso fuoco sacro di Garibaldi, partecipò alla rivoluzione ungherese contro i turchi. Nel 1851, con un coraggioso stratagemma, riuscì a consegnare alcune lettere segrete di Mazzini ad un importante patriota ungherese, che era imprigionato nella possente fortezza turca di Kutahya.

Giacinto Bruzzesi

Tornato in Italia, nel 1851, si arruolò, con il grado di capitano, nella brigata dei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi. Qui conobbe per la prima volta il Generale, e partecipò alla seconda guerra d’indipendenza. Nel 1860 abbandonò l’esercito regio per seguire Garibaldi, e prese parte alla spedizione dei Mille nell’Italia meridionale. La sua carriera militare continua nel 1866, partecipando alla terza guerra d’indipendenza. Con il grado di colonnello, comandò il terzo reggimento del Corpo dei Volontari Italiani, e partecipò a numerose battaglie. In una di queste meritò una seconda medaglia d’oro al valore militare, e ottenne un encomio personale di Garibaldi che gli disse: “Ho veduto prodi come voi, più di voi, no”. Tutto questo lo conosciamo dal suo libro autobiografico: “Dal Volturno ad Aspromonte, memorie del colonnello Giacinto Bruzzesi”.

Come Garibaldi partecipò a mille battaglie, senza mai guadagnare nulla di più che non fosse la sua paga di soldato. Alla fine, come il suo Generale, si ritirò a Milano, per aprire una fabbrica di calzature. Purtroppo, era più bravo come soldato che come commerciante, e la sua impresa commerciale fallì. Per i suoi indiscussi meriti, il Governo italiano gli concesse un posto, modesto a dire la verità, di magazziniere. Morì a Milano il 25 maggio 1900, dopo aver visto, anche per merito suo, l’Italia unita e con Roma sua capitale.

Giacinto Bruzzesi è un eroe di Cerveteri poco conosciuto, ma che è sicuramente degno di essere ricordato e portato come esempio per la sua appassionata partecipazione civile. È un Garibaldi, non solo un Garibaldino, di casa nostra. Dobbiamo esserne orgogliosi.

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