di Gian Domenico Daddabbo

Domenica 25 gennaio scorso, presso la parrocchia Santa Maria del Rosario a Ladispoli, si è svolto l’annuale evento per la pace, accompagnato dal tema “La pace senza di te non si può fare”. L’Azione Cattolica, promotrice di quest’evento, che conclude il mese della pace, si è ispirata al messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace di Papa Leone dal titolo “La pace sia con tutti voi: verso una pace disarmata e disarmante”. Alla luce del messaggio del Santo Padre, il titolo dell’evento ha voluto ricordare che la pace parte da ciascuno di noi, se accettiamo di disarmare le nostre parole, i nostri atteggiamenti, ovvero cambiare il linguaggio e il modo di pensare. Tante volte ci preoccupiamo giustamente delle guerre in atto, specie nell’attuale scenario che il compianto Papa Francesco definì a suo tempo “terza guerra mondiale a pezzi”; critichiamo i governanti che innestano conflitti o inveiamo contro gli atti violenti di poliziotti, come nel caso dell’ICE o della polizia del regime iraniano, ma molto spesso non ci domandiamo quali siano le cause profonde di questo clima di odio, se anche noi in qualche modo contribuiamo ad acuirlo, oppure ad attenuarlo. Papa Leone descrive il contrasto fra luce e tenebre come “un’esperienza che ci attraversa e ci sconvolge in rapporto alle prove che incontriamo, nelle circostanze storiche in cui ci troviamo a vivere” (Messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace 2026 n 3). Soprattutto in questo contesto, la missione dei cristiani è vivere l’esigenza della pace in modo “unico e privilegiato”, tuttavia anche coloro i quali non hanno conosciuto l’Evangelium Pacis, possono ascoltare la voce della coscienza con l’aiuto di credenti impegnati, così da partecipare alla stessa missione, a cominciare da una guarigione interiore, ossia l’abbandono di parole e atteggiamenti distruttivi in favore di ciò che costruisce. Vi sono diverse vie di guarigione, secondo gli stati d’animo. In caso uno abbia usato parole sbagliate senza pensare alle conseguenze, la via d’uscita è riconoscere il proprio errore e chiedere perdono all’altro, o laddove uno prova la tentazione di offendere, ma non lo fa, piuttosto riflette e rivolge qualche buona parola. Al giorno d’oggi la critica e il giudizio sono particolarmente frequenti,infatti tanti sono scontenti di tuttoe covano una rabbia interiore che li porta a guardare dall’alto verso il basso,così l’incomprensione regna sovrana, a partire dalle mura domestiche, dove i figli non si sentono spesso sostenuti, soprattutto in età adolescenziale, e allora sfogano la loro frustrazione con azioni inaccettabili. Se la frustrazione non viene combattuta a partire dalla famiglia, cresce davanti agli insuccessi della vitae con essa vi subentrano l’impotenza e rassegnazione, in una maniera le immagini di guerra che le TV trasmettono ogni giorno provocano questi sentimenti in noi,ciò conferma le parole del compianto Papa Francesco, che definì la guerra come “una sconfitta, sempre”, pensiamo ai fatti Gaza,dell’Ucraina, della Siria, dell’Iraq, ecc….. È umano sentirsi impotenti, tuttavia cedere all’impotenza significa paralizzarsi e precludere ogni orizzonte di un nuovo inizio, di conseguenza,ci si rinchiude in un cinismo difensivo: “Non ci posso fare niente, è sempre stato così. Non cambierà mai niente”. L’unica soluzione per abbattere questi muri interiori è aprirsi al dialogo e all’ascolto nella ricerca del bene e della verità, per recuperare lo stupore davanti al bene, di cui ci siamo resi incapaci, essendoci abituati al rumore del male, e così costruire rapporti sulla base della fiducia in risposta a un isolamento sempre più diffuso. Questo processo dovrà iniziare dalle famiglie, per diffondersi in tutta comunità ecclesiale e non solo, affinché sempre più uomini e donne di buona volontà, anche a livello istituzionale, riscoprano l’anelito di pace e s’impegnino a una globalizzazione della pace,similmente ai cerchi concentrici sulla superficie dell’acqua, che da piccole onde s’ingrandiscono, fino a raggiungere l’orizzonte. In piena linea con i suoi predecessori, Papa Leone propone un impegno comune fra credenti di fedi diverse, senza dimenticare i sempre più frequenti episodi di persecuzioni contro i cristiani nei paesi dove i nostri fratelli e sorelle di fede costituiscono una minoranza. Sarebbe normale cedere il passo all’amarezza davanti ai dati dei nostri fratelli e sorelle uccisi con la sola “colpa” di professare la fede che condividono con noi, a maggior ragione davantia un episodio più vicino a noi, ossia l’uccisione del diciottenne egiziano cristiano copto Abanoub Youssef per mano del suo coetaneo mussulmano di origine marocchina Zouhair Atif in una scuola di Genova con il pretesto di una ragazza; tuttavia non è inevitabile, se scegliamo di fare la differenza di costruttori di pace in un mondo che ripete il mantra “se vuoi la pace, prepara la guerra”, a qualunque nazione, cultura e religione apparteniamo. Affinché l’incontro del 25 gennaio scorso non rimanga lettera morta, le varie testimonianze che abbiamo ascoltate ci esortano a valorizzare ogni differenza, a partire da una ferma difesa della vita umana dal concepimento fino alla naturale fine, alla quale le varie marce per la vita in tutto il mondo ci richiamano, in particolare in questo mese due di queste marce si sono svolte a Parigi e Washington.









