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Contorni: “La cultura non fa audience, ma senza identità perdiamo noi stessi”





Dalla gavetta televisiva alla divulgazione storica, Andrea Contorni racconta un’Italia sospesa tra patrimonio immenso e disattenzione culturale: “Oggi vincono i contenuti artificiali, ma la vera sfida è restare autentici”

Contorni: “La cultura non fa audience, ma senza identità perdiamo noi stessi” –

di Marco Di Marzio

Giornalista, autore e regista televisivo, Andrea Contorni è una figura poliedrica che da anni si muove tra divulgazione storica, letteratura e produzione audiovisiva. Nato a Roma nel 1977, ha costruito un percorso professionale profondamente radicato nella cultura, con particolare attenzione alla storia, alla mitologia e al patrimonio narrativo del passato. Nel corso della sua carriera ha collaborato con diverse realtà editoriali e televisive, distinguendosi anche per il suo lavoro con Canale 10, dove ha contribuito alla realizzazione di contenuti culturali e programmi legati al territorio. Dalla direzione di portali storico-culturali alla scrittura per testate come Il Messaggero, fino alla produzione di format televisivi dedicati alla memoria e al racconto identitario, Contorni ha fatto della divulgazione una vera missione. Autore di saggi e racconti, editor e curatore, ha sviluppato una visione della cultura come esperienza viva, capace di unire passato e presente attraverso il linguaggio narrativo. In questa intervista, esploriamo il suo rapporto personale con la cultura e la letteratura, per arrivare a una riflessione più ampia sul ruolo della cultura in Italia oggi.

Andrea, la tua formazione nasce nell’ambito dei beni culturali e si sviluppa tra giornalismo, televisione e scrittura: quando hai capito che la cultura sarebbe diventata il centro della tua vita?

L’ho capito nel 2009 quando il giornalista Mirko Polisano mi coinvolse nella creazione di un sito, chiamato “Il Talento”. Esso dedicava mensilmente articoli a personaggi del territorio romano che si distinguevano nel loro lavoro, nelle arti o in qualche particolarità. Sono stato il web master di quel portale per anni. Ho impaginato centinaia di interviste. Alla fine mi sono appassionato a quella forma di giornalismo molto intimo e concentrato sulle persone.

Nel tuo lavoro emerge una forte passione per la storia e la mitologia: c’è stato un momento o un incontro che ha acceso questo interesse in modo decisivo?

Lavorando a “Il Talento”, ho iniziato ad avere il desiderio di farne parte. Ho sempre letto tantissima saggistica storica e volumi di mitologia classica. Ero entrato inoltre in contatto con Enrico Franco Pantalone, fondatore del portale “Storia e Società”, tra i primissimi di argomento storico/mitologico in Italia. Mi ritenevo pertanto in grado di poter raccontare qualcosa nel modo corretto. Chiesi pertanto a Mirko se potevo creare una sezione interna al sito chiamata “Talento nella Storia”. Ho iniziato pubblicando un approfondimento sulla nascita della falange macedone sotto Filippo II, padre di Alessandro Magno, poi ho cominciato anche io ad intervistare scrittori, studiosi e artisti. Nel giro di pochi mesi, “Talento nella Storia” divenne un sito, con un proprio dominio, che ha caratterizzato per quasi un decennio la divulgazione storico-letteraria-mitologica nel web, in un periodo pionieristico per quel tipo di contenuti online. Nessun altro mio progetto in rete ha raggiunto il successo di quel primo contenitore.

Dopo oltre venticinque anni nel settore televisivo, cosa rappresenta per te il passaggio dalla narrazione visiva a quella scritta (e viceversa)?

Sono partito dalla narrazione scritta. A quella televisiva ci sono arrivato nel corso del 2021. Ho cominciato a scrivere per la rubrica culturale del sito di Canale 10, l’emittente regionale in cui lavoro dal lontano 2001 come operatore di ripresa e montatore video. Poi grazie alla fiducia della proprietà sono passato alla sezione televisiva ideando e realizzando un mio format culturale “Linea del Tempo” incentrato sulle realtà museali regionali e su personaggi di spicco della cultura nazionale. Il mio primo documentario fu dedicato al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Infine spinto dal Direttore di Canale 10 News, Fausto Trombetta, ho avuto la possibilità di collaborare con la testata giornalistica televisiva. In due anni circa ho prodotto oltre cento servizi di approfondimento culturale e sociale, prendendo il tesserino da Pubblicista. Sono un figlio della gavetta e me ne vanto ma devo ringraziare Canale 10 per aver permesso l’evoluzione della mia posizione professionale, con una fiducia illimitata nelle mie capacità.

Hai scritto saggi, racconti e centinaia di articoli: come cambia il tuo approccio quando ti rivolgi a un pubblico più specialistico rispetto a uno generalista?

Per scrivere un articolo devo essere ispirato. Per quanto riguarda i miei contenitori, non ho uno stile prestabilito. C’è stata la fase “accademica” con articoli molto specialistici e la “fase” più discorsiva in cui ho cercato un dialogo con i miei lettori. Quando scrivo invece per “Il Messaggero” ad esempio, dove mi occupo sempre di argomenti culturali, prediligo un approccio più discorsivo, non venendo mai meno al rigore storico e fornendo sempre dei riferimenti precisi alle fonti. Per me le fonti sono tutto.

Nella tua esperienza di editor e curatore editoriale, cosa cerchi in un testo per considerarlo davvero efficace?

Ho avuto il piacere in passato di collaborare con tanti scrittori di talento, aiutandoli nella correzione e nella rifinitura dei loro romanzi e con altrettanti senza capacità né talento. In un testo cerco la chiarezza e la concretezza. Lo scritto non dovrebbe mai perdersi in inutili digressioni. Soprattutto in un romanzo, non serve dimostrare per forza di essere bravi e istruiti infarcendo il testo di “spiegoni” prolissi e pedanti. E poi la punteggiatura. Prediligo i periodi brevi con un solo complemento quando possibile. La scrittura deve seguire il ritmo di un metronomo come fosse una melodia. È un fatto di talento? Non solo. L’impegno può portare chiunque a scrivere bene. Oggi questo impegno viene spesso meno perché si ricorre all’intelligenza artificiale. Pertanto siamo nell’epoca in cui emeriti cialtroni diventano in un giorno talentuosi scrittori ma, questo è un altro discorso.

Quanto è importante oggi la divulgazione culturale accessibile, soprattutto attraverso piattaforme digitali e social?

La divulgazione culturale attraverso i social sta attraversando un periodo che ritengo tragico. L’avvento dell’IA, riagganciandomi a quanto accennato nella risposta precedente, ha prodotto la nascita di centinaia di pagine storico-culturali su Facebook, Instagram e Youtube. Queste propongono giornalmente contenuti totalmente concepiti dall’IA. I gestori pubblicano senza neppure prendersi la briga di controllare. Così facendo si veicolano fake news, fatti storici totalmente inventati o inesatti, storie assurde passate per vere, persino appelli di gente malata creata dall’IA per un “like” di sostegno, insomma di tutto e di più. I post fanno migliaia di riscontri portando guadagno nelle tasche degli amministratori per buona pace di tutti. Questa divulgazione culturale sta offuscando quella
seria che conta ovviamente numeri più bassi perché scrivere un post attendibile presuppone il documentarsi e lo studiare. La cosa tragica è che non c’è paragone tra le interazioni di un contenuto IA e quelle di un contenuto umano. Vince il primo. A me questa deriva preoccupa.

Nei tuoi lavori il mito non è solo racconto, ma chiave interpretativa della realtà: perché credi che la mitologia sia ancora così attuale?

Nell’antichità il mito era necessario per dare risposte ai grandi e piccoli quesiti dell’uomo. Dalla nascita dell’universo a quella del ragno, tutto era spiegato attraverso storie di dèi, eroi, uomini e creature fantastiche. Ma il mito veicolava anche i valori morali e le norme sociali come fosse una vera e propria guida per l’uomo, per non farlo cadere negli errori tipici della nostra natura: avarizia, gelosia, ambizione smodata, esaltazione di sé stessi etc etc. Oggi attraverso il mito possiamo conoscere la cultura e la memoria di un popolo antico. Ma se ben ragioniamo, i nostri difetti sono mutati nei secoli? Non credo…

Hai spesso sottolineato come non si possa comprendere una civiltà senza conoscere i suoi miti: cosa rischiamo di perdere oggi, in una società sempre più veloce e orientata al presente?

Noto scarsissimo interesse nei giovani per le antiche civiltà, conseguentemente anche per la mitologia. Non è che ai miei tempi, la Storia, l’Epica e la Letteratura andassero per la maggiore sia chiaro. In ambito scolastico sono sempre state intese come materie noiose e spesso inutili salvo rare eccezioni. Però all’epoca non esistevano gli stimoli tecnologici di oggi e dunque un buon libro illustrato poteva avere un ruolo importante nella vita di un bambino. Per esempio, io mi sono appassionato alla mitologia classica fin da piccolo proprio grazie a due libri stupendi che mi regalarono per Natale. I tempi sono cambiati. Non entro nel merito se siano peggiorati o migliorati rispetto al passato ma sono cambiati.

Il tuo lavoro attraversa folklore, leggende e tradizioni locali: che valore hanno queste narrazioni nella costruzione dell’identità collettiva?

Il folklore locale e il patrimonio leggendario e tradizionale hanno per una comunità lo stesso valore che il mito aveva per una civiltà: rappresentano la memoria di un territorio. Oggi si cerca di preservare questo bagaglio di conoscenze e di usi e costumi dall’incuria del tempo e delle genti. Ma se parliamo di “costruzione o conservazione dell’identità collettiva”, bisogna rendersi conto che stiamo vivendo un’epoca che richiede molta attenzione. C’è grande impegno da parte delle scuole nel proporre contenuti ed esperienze che possano far entrare le nuove generazioni a contatto con questo straordinario patrimonio culturale. Ma se poi vedi che in una platea di 200 ragazzi tra i 14 e i 16 anni, durante un convegno, oltre la metà è intenta a badare al proprio cellulare scrollando post e video sui social, qualche considerazione bisognerebbe farla.

Nei tuoi programmi televisivi hai raccontato musei, territori e personaggi: quanto conta il contatto diretto con i luoghi e le persone nel tuo modo di fare cultura?

Dei miei programmi, il primo telespettatore e fruitore sono proprio io. Potrei dire che invento e realizzo format culturali per me stesso. Ho necessità di entrare in contatto con quello che per me è il “bello” dell’esistenza. C’è chi esplora foreste incontaminate o scala montagne, c’è chi si butta con il paracadute e chi ama crogiolarsi al sole dei Caraibi, io amo conoscere luoghi, territori, musei e soprattutto persone che siano in grado di arricchirmi. In quello che sono ora, c’è una parte di tutti coloro che mi hanno donato una parte del loro bagaglio culturale.

La televisione locale può ancora essere uno strumento efficace per la diffusione culturale? In che modo può differenziarsi dai grandi media?

I grandi media fanno sempre meno divulgazione culturale o la relegano in orari lontani dal grande pubblico. La cultura non fa audience e lo sappiamo. Considera che negli ultimi anni, anche programmi storico-culturali di punta, con decenni di carriera, hanno accusato un calo di interesse notevole. La tv locale può invece distinguersi perché potrebbe fidelizzare tutto quel pubblico che vuole cultura in televisione e non la trova più. Non parliamo di numeri esagerati ma di una nicchia comunque forte, di livello ed esigente. Ma per avere questa nicchia, la tv locale dovrebbe offrire una programmazione di valore, dai film ai programmi di divulgazione, senza compromessi.

Da recensore e autore, come vedi lo stato attuale della letteratura italiana? Quali tendenze ti sembrano più interessanti?

Tu mi rivolgi domande all’apparenza innocenti ben sapendo che andrò a polemizzare! C’è un enorme numero di nuovi scrittori, alcuni davvero validi, che si dedicano soprattutto ai generi narrativi del giallo, del thriller e del noir. Tutti scrivono e pubblicano in qualche modo, dunque direi che siamo un popolo di autori, scrittori, poeti e saggisti ma non tutti santi. Perché non sono tutti santi? Perché molti libri sono scritti interamente dall’intelligenza artificiale che riesce molto bene nei generi suddetti e nei romance. Nessuno se la prenda a male ma è un dato di fatto. O meglio, si possono offendere proprio coloro che sono ricorsi all’IA. Non condanno l’IA, sia chiaro, ma trovo inconcepibile che persone che non hanno mai saputo scrivere neppure un sms, si trasformino in scrittori in una settimana. Adesso siamo giunti in un preciso momento storico nel quale l’abuso dell’IA sta portando molti addetti ai lavori ad affinare la propria capacità di distinguere la mano umana da quella artificiale. Mi aspetto una definitiva svolta in negativo per queste pratiche malsane di propinare testi interamente concepiti dall’IA. Il mio consiglio è usare questa risorsa come correttore di bozze o per avere qualche idea. Evitiamo il copiato.

Secondo te, oggi la letteratura riesce ancora a incidere sul dibattito culturale e sociale del Paese?

Ci sono tanti circoli letterari e club del libro. Gli scrittori fanno presentazioni delle proprie opere. Ogni giorno ricevo inviti a incontri poetici. C’è un bel movimento letterario portato avanti da persone mature, meno da giovani, ma coinvolge un po’ tutta Italia. Mi auguro che da questo fermento scaturisca una nuova generazione in grado di alimentare il substrato culturale del nostro Paese.

Che rapporto dovrebbero avere gli scrittori contemporanei con la tradizione?

Conosco diversi scrittori contemporanei che hanno trovato nella tradizione un meraviglioso deposito di idee e di influenze. Tra saggi, romanzi, racconti e persino fumetti, sono riusciti ad esportare il folklore locale a livello nazionale e anche oltre. Non credo che tutti gli scrittori contemporanei debbano per forza avere un rapporto con la tradizione. Entrano in gioco la sensibilità individuale e il desiderio di conoscenza. Rapportarsi con il patrimonio tradizionale di un territorio significa studiare e ricercare. Non tutti ne sono in grado.

Guardando al panorama culturale italiano, quali sono secondo te le principali criticità e quali invece le potenzialità?

L’arte e la scrittura sono in grado di darci tante soddisfazioni. Ma non esiste una progettualità sistemica, una strategia culturale nazionale. Pertanto si produce tanta cultura in modo disperso. L’Italia ha un patrimonio storico-archeologico immenso ma trattato spesso come accessorio. Poche risorse, bandi difficili da portare a termine e finanziamenti intermittenti hanno generato un settore culturale che progetta senza andare a compimento. Me la prendo con i giovani, lo ammetto, ma comprendo che c’è difficoltà a coinvolgere le nuove generazioni perché la cultura è, troppe volte, autoreferenziale e tende a rimanere chiusa in circoli ristretti. Queste sono le criticità per me più evidenti.

Pensi che in Italia la cultura sia adeguatamente valorizzata, sia a livello istituzionale che sociale?

Poco valorizzata per i motivi che ho spiegato sopra. La cultura è valorizzata principalmente da chi volontariamente decide di farlo. Pensiamo a quanti siti archeologici minori o piccoli musei sono chiusi da anni per mancanza di personale o per lavori di restauro o di ristrutturazione mai portati a compimento.

Quale ruolo possono avere i giovani nella costruzione di una nuova consapevolezza culturale?

I giovani possono tutto se vogliono. Il compito principale dei giovani già attivi in qualunque contesto culturale è quello di non chiudersi nello stesso ma di tentare con tutte le loro forze di coinvolgere altri loro coetanei. In questo modo si può creare quella rete che assicurerà il futuro culturale del Paese.

Quali sono i progetti che senti più vicini alla tua idea di cultura nei prossimi anni?

La mia idea di cultura è valorizzare chi fa cultura. Da questa frase nascono tutta una serie di progetti a mia firma che si rivolgono alle scuole, agli artisti, agli scrittori, a grandi donne e grandi uomini capaci di ispirare gli altri ad essere migliori e a superare i propri limiti mentali.

Se dovessi lasciare un messaggio a chi vuole intraprendere un percorso nel mondo della cultura e della letteratura, quale sarebbe?

Non cercare scorciatoie. Essere coerenti con gli altri e con sé stessi. Conseguire l’onestà e pretenderne in cambio. Conservare la propria libertà di azione e di discernimento. E poi comportarsi sempre in modo etico. Si può andare incontro a sconfitte e frustrazioni. Ma anche in quelle situazioni, ci supporterà la certezza di non aver mai compiuto consapevolmente atti vili o meschini. Questa è l’essenza stessa della libertà.