“Cumuli di materia non storificata ingombrano le vie del mondo “ scrive Alberto Savinio
Digerita la doppia sbobba canora tenutasi sul polverame di Champ de Mer, si può tornare a scrivere di cose serie.
Mario Majetta, nato, cresciuto, pasciuto e morto nell’Eden che il Creatore depose amorevolmente sopra il pianoro di tufo che si erge tra il rio Vaccina ed il fosso del Manganello, ondivago divoratore del Corriere dello Sport, leggendo ad alta voce le cronache delle partite della Roma, chiosava:”Stadio Olimpico.Presenti settantamila spettatori:una sola capoccia!”.
Stesso concetto si può attribuire alla sola idea dominante che vede i “tombaroli “(razza estintasi da almeno un decennio ) come unici “razziatori e distruttori del patrimonio degli avi”.
Le razzie più diffuse, le malefatte ai danni della civiltà di Agylla, sono in vero avvenute in epoche lontane per opera dei grandi proprietari terrieri, dei loro affittuari, dei canonici, di chi avrebbe dovuto impedirlo e ci ha fatto la cresta.
Le devastazioni, con la Sovrintendenza spesso talpata e silente, sono avvenute con il cemento che ha riempito centinaia e centinaia di cisterne, basamenti di templi ed aree sacrali, di quasi tutta l’area della fiorente Agylla: il Sorbo è lì a perenne memoria. Ma molto altro è avvenuto nelle lottizzazioni popolari degli anni trenta e cinquanta, nel far scomparire sotto brecciolino e bitume chilometri di strade fatte di enormi basule dall’intenso color nero.

Le profonde unghiate di morgano su terreni vergini, calpestati fino ad allora da zoccoli, per rendere meno faticoso il lavoro alle centinaia di assegnatari dell’Ente Maremma, hanno segnato irrevocabilmente la sorte di gran parte delle Necropoli di monte Abaton, luogo sacro, di Piancerese, di San Paolo.
Ma torniamo ai nostri tombaroli.
È storia masticata che intraprendere tale attività richiedeva un initial investment limitato: pala, piccone, spido e quattro candele. Voglia di faticare, cocciutaggine e culo.
Era in estrema sintesi democratico, popolare, aperto a che ai nuovi giovanotti ,accolti con generosità d’animo in terra d’Etruria.
Negli anni cinquanta/sessanta si calcolano qualche decina di scavatori a tempo indeterminato, molte centinaia gli occasionali, con l’aggiunta di quelli che spidavano per curiosità o per passione.
Ogni sera, appena scappati fori dal bar della Baricella, dopo interminabili partite a bestemmie e carte, affrontavano la discesa del lavatore e poi, zompato il fosso del Manganello e fatta l’ultima respirata di fiori di sambuco, s’arrampicavano su per la greppa.
I professionisti ci annavano ad inizio primavera, quando spidà era meno faticoso ed i guardiani ed il maresciallo Saporito se ne stavano a riscaldasse sotto le coperte.
La notte cervetrana era lunga sul pianoro, rotta dai colpi secchi di piccone che si spandevano da mezzo ai frattoni e dalle greppe lungo la gracidante valle.
Di solito erano squadrette da tre che si davano il cambio a spalare e facendo il palo. Sopravvivevano due o tre anni, poi qualcosa andava storta, qualcuno ci provava , e si rimescolavano le carte.
I nomi di alcuni professionisti dello scavo rimandano alla loro provenienza: il Perugino, il Marchiciano, il Sardo, il Siciliano, il Ciociaro, il Torfetano, il Calabrese.
I più ovviamente Cervetrani nati pasciuti e cresciuti.
Per anni decine di squadrette, come spinose impazzite a caccia di succose radici, spidavano finché non trovavano il vuoto, fintanto che non sentivano il rimbombo. Notti a spalare, a svuotare la terra e l’acqua che riempiva la tombetta e, con le mani in mezzo alla melma, tastà buccheretti e lacrimini, come quando si andava ad anguille alla Lega lombarda. Non ricordo condanna morale dei tombaroli da parte della comunità cervetrana.
Per avere conferme decido di andare a trovare un cervetrano, lunghi anni di silenziosa carriera da tombarolo, nel suo terreno a miglior coltura : ’Na terra che promette ma nun mantiene
Una minuscola vigna, “giusto un po’ de vinello bianco per casa”.
Pesche biancone, vecchia qualità Poppa di Venere “de quelle che piaceveno a mamma: gonfie de sugo e che se peleno facile, facile, manco fossero patate lesse”
“Proprio un bel posto, complimenti!”
Un giardino, uno dei pochi non ingoiato da villettopoli.
“ È sì la terra serve per coltivarla non per piantarci pilastri”
Un casaletto in lamiera, una pergoletta con vite americana che copre un tavolino in legno con cinque sedie rimediate.
Debbo forzare la sua timidezza per fargli raccontare: “Oramai sono anni che ho appeso lo spido al chiodo. Ma pure prima non ho mai fatto piazza, me ne so’ sempre stato da parte.”
“Vedi quella motozappa– e la indica con la mano-Una tombetta del quarto. L’altro amico che stava con me quella sera ci ha comprato un trattore , ma ha dovuto firmà una caterva di cambiali. Una parte rilevante dell’economia locale girava intorno alle tombe”.
“Mai avuto scrupoli morali ad annà a trapalare: forse perché gli etruschi non li sento manco parenti alla lontana. Era un lavoro normale per guadagnasse da vive: erano tempi duri allora, ma se ti capitava tra le mani un figurato ce tiravi avanti senza tribbolazioni”
“Qui ci vengo tutti i giorni. La mattinata passa che manco te ne accorgi” mi confessa mentre si strofina le mani per togliere i rimasugli di terra umida che gli sono rimasti appiccicati.
“Ho pulito in mezzo a quella fila di gigli. Quella lì vicino al viale di rose bordò.
Me li so’ trovati davanti mentre facevamo una tombetta arcaica.
Non riuscivo proprio a picconà tanto me stordiva quel profumo. Mi ricordavano i fiori che portavamo sulla tomba di nonna. Ho strappato quei fiori e poi ho piantato i semi in una conca di latta. Oggi li metto sulla tomba de mamma e papà”
“Ma non credi che anche gli etruschi erano convinti che dentro alle tombe ce potevano passare millenni senza manco accorgesene e senza nessuno che gli rompesse i coglioni!?”
“Lo sai, a questo non ci avevo mai pensato! ’Mo che me lo dici me ce fai riflette pure a me”.
Angelo Alfani









