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Premio letterario “Città di Ladispoli”, per la prosa vince Marika Campeti

L’autrice tra i primi classificati delle categorie in concorso con il suo “Neravorio”. Il premio speciale va a Fausto Biloslavo per il libro “Ucraina”

Premio letterario “Città di Ladispoli”, per la prosa vince Marika Campeti –

È il giornalista Fausto Biloslavo il vincitore del premio speciale “Città di Ladispoli” per il suo libro “Ucraina”.

La cerimonia di premiazione giovedì scorso nell’aula consiliare del comune di Ladispoli.

Premi speciali sono andati anche al vicedirettore di Rai 1 Angelo Mellone per “Fino alla fine” e a Federico Palmaroli (autore delle frasi più belle di Osho) per “Come dice coso”.

E tra i primi classificati delle categorie in concorso c’è anche Marika Campeti per “Neravorio” (prosa), Roberto Ritondale per ‘Operette umorali’ (Raccolta di racconti), Vincenzo Cerracchio per “L’ultimo giorno dell’anno” (Gialli) e V.F. Lyndon per “Aura Miller e il segreto di Drema” (Libro per ragazzi).

“Città di Ladispoli” per la categoria Prosa vince Marika Campeti con “Neravorio”

Gli eventi del passato e del presente si intrecciano in un luogo creduto abbandonato: una torre antica che cela legami segreti e dolorosi ricordi di guerra.

Città Ladispoli prosa Marika Campeti

A chi appartiene la voce nella torre?

Neravorio è una storia d’amore dalle tinte noir, di vincoli emotivi e prigioni invisibili, di pregiudizi e violenze che si trascinano nel vissuto dei protagonisti. Una storia di memorie e colpe, di occasioni mancate. Quelle che avrebbero potuto cambiare il corso della vita.

Incipit:

Le avevano preso tutto: l’autorità di suo padre, che giaceva riverso legato al melo del cortile, i ricci biondi di sua sorella, sparsi tra le bucce di patate e il sangue che imbrattava il selciato, le grida di sua madre, che si affievolivano alle sue spalle a ogni passo che le separava. Le avevano portato via anche la dignità, che le scivolava lacera in rivoli rossi lungo le cosce nude, mentre senza respiro correva via dai diavoli che erano piombati all’improvviso in casa loro.

Il corpo non le apparteneva più, la carne era livida di morsi, bruciava del seme che le avevano spinto dentro con la forza, il naso gocciolava sangue e muco ogni volta che si sentiva svenire e provava a respi-rare.

Non aveva tempo di pensare, solo l’istinto di sopravvivere.

Se avesse saputo, se avesse avuto modo di realizzare ciò che le era accaduto, sarebbe rimasta a terra e avrebbe chiesto al cielo di chiuderle gli occhi per sempre. Invece si era alzata ed era fuggita, lontano da quelle mani che le avevano strappato di dosso i vestiti, dalle botte che l’avevano fiaccata fino a farle perdere ogni volontà, dalla faccia terrorizzata di sua sorella che veniva stuprata accanto a lei. Era scappata, senza pensare che dopo avrebbe preferito essere morta.

Non aveva avuto il tempo di decidere con lucidità. I diavoli erano vicini, troppo vicini. Aveva le orecchie piene delle urla selvagge che levavano mentre finivano di massacrare la sua famiglia e non riusciva a strapparsi di dosso il puzzo acre dei loro umori. Non importava quanto avesse corso, era come averli portati con sé. Lo sportello di ferro le era apparso davanti all’improvviso. Salvezza, oppure morte certa. Non aveva neppure interrotto la fuga. Aveva afferrato la maniglia con le mani tremanti e tirato forte verso di sé. Un calore intenso le aveva investito il viso. Un solo attimo di esitazione, poi si era accucciata tra le fauci di quella bocca nera, per nascondersi al resto del mondo.

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